Meditazioni Quaresima 2020

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29 marzo 2020 – V domenica di quaresima A

Liturgia della Parola: 1lettura: Ez 37,11-14 – Salmo responsoriale: Sal 129 – 2lettura: Rm  8,8-11– Vangelo: Gv 11,1-45.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Parola del Signore.


Omelia

Con la risurrezione di Lazzaro Gesù vuole dimostrare che può realizzare veramente quello che dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Come ricorda l’apostolo nella seconda lettura, credendo in Gesù Cristo, lo Spirito Santo viene ad abitare in noi, e insieme allo Spirito Santo il Figlio e Dio Padre. Così diventiamo partecipi della vita divina, e non dobbiamo temere la morte fisica che riguarda solo il corpo. Con la morte fisica l’anima si separa dal corpo, ma continua a vivere della vita divina di cui viveva già quando era unita al corpo. Gesù ci promette inoltre che se crediamo in lui non andiamo incontro alla morte eterna, cioè la separazione eterna da Dio.

Con la risurrezione di Lazzaro Gesù dimostra che può fare quello che a noi sembra impossibile, che cioè un morto possa ritornare in vita. Ma nello stesso tempo vuole dire che dobbiamo fidarci di lui quando ci promette la vita eterna, quella che non avrà mai fine. Con la risurrezione di Lazzaro è come se ci dicesse: Vedete, ho il potere di farvi ritornare a questa vita, come ho fatto con Lazzaro, ma non lo faccio, perché la vita sulla terra è stata voluta da me con una scadenza e quindi, se vi facessi ritornare alla vita sulla terra, morireste di nuovo, come è morto poi di nuovo Lazzaro. Io invece vi farò vivere della stessa vita di Dio, che dura in eterno. Quindi dobbiamo fidarci di Gesù e non dobbiamo temere la morte fisica ma la morte eterna, provocata dal peccato che ci separa da Dio.

L’uomo che parla nel Salmo ha compreso che la vera morte è quella del peccato: «Dal profondo a te grido, o Signore». La profondità da cui grida è l’abisso del peccato che è dentro di lui. E grida a Dio, perché sa bene di trovare presso di lui misericordia. «Ma con te è il perdono: perciò avremo il tuo timore». Il perdono di Dio è per lui un appello alla conversione, a rinunciare al peccato. Dove c’è il peccato non c’è Dio ma il demonio. Con il peccato scacciamo dalla nostra anima le tre Persone divine per accogliere il demonio. Con la conversione accogliamo di nuovo le tre Persone divine. Purtroppo il demonio ci fa guerra in continuazione servendosi del mondo e della carne che è la nostra natura umana corrotta. Per resistere agli assalti del demonio dobbiamo curare la comunione con Dio, con un dialogo continuo con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo mediante la meditazione della Scrittura e la preghiera. L’apostolo concludeva: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Quindi la vita eterna non riguarda solo l’anima ma anche il corpo che risorgerà nell’ultimo giorno. Avverrà quello che il Signore dice nella prima lettura per bocca del profeta Ezechiele. Questa risurrezione incomincia per noi si da adesso se crediamo in Gesù, se custodiamo in noi lo Spirito Santo, se viviamo in comunione con le tre Persone divine, se rinunciamo al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio.

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15 marzo 2020 – IV domenica di quaresima A

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Sam 16,1.4.6-7.10-13 – Salmo responsoriale: Sal 22 – 2lettura: Ef 5,8-14– Vangelo: Gv 9,1-41.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».Parola del Signore.

Omelia
Questo episodio del vangelo ci ricorda che Gesù è la luce del mondo, innanzitutto perché viene a rivelare il volto di Dio, e poi perché dà la capacità di riconoscere in lui il volto di Dio. Gesù dunque è luce in due modi, perché rivela il Dio nascosto, e perché dà la vista della fede. Gesù è la luce di Dio che si rivela, ma per poterla riconoscere c’è bisogno della fede. Sulla terra c’è il sole che illumina tutto, ma per poter vedere la sua luce e le cose illuminate dalla sua luce c’è bisogno della vista degli occhi. Il cieco nato era doppiamente cieco in quanto senza la vista degli occhi e senza la vista della fede. Gesù lo guarisce completamente, dandogli la vista degli occhi e la vista delle fede. Così lo fa passare dalle tenebre alla luce. Infatti dopo essere stato scacciato dai giudei, il cieco guarito incontra di nuovo Gesù e lo riconosce come rivelatore di Dio: «Ed egli disse: “Credo, Signore!”. E si prostrò dinanzi a lui».

Questo cieco rappresenta ognuno di noi senza la vista della fede. Anche se vediamo la luce del giorno e le cose della terra, senza la vista della fede e senza Gesù siamo nelle tenebre perché non sappiamo il senso e lo scopo di questo mondo e della nostra vita. La fede ci apre gli occhi per riconoscere in Gesù, in tutto quello che ha fatto e ha detto, il volto di Dio e il senso e lo scopo della nostra vita. Gesù vuole illuminare tutti con la luce della rivelazione e con la vista della fede. Ma di fatto vengono illuminati quelli che sono disponibili a lui. Abbiamo ascoltato nella prima lettura che Dio non guarda ciò che appare ma il cuore. E quando trova un cuore disponibile a lui, subito incomincia ad attirarlo verso il Figlio suo Gesù.

Il cieco una volta guarito viene perseguitato dai giudei, da tutti coloro che rifiutano la luce di Gesù Cristo, perché vogliono stare nelle tenebre del peccato e dell’errore. Ma il cieco guarito sa tenere testa ai giudei, e non teme di essere espulso dalla sinagoga per aver difeso Gesù. Si comporta come deve fare un vero discepolo di Gesù Cristo, che sa affrontare qualsiasi difficoltà a motivo della fede. E così importante la luce che ci ha dato Gesù Cristo, che per non perderla dobbiamo essere disposti ad affrontare qualsiasi opposizione, discriminazione e persecuzione.

L’apostolo, tirando le conseguenze di quello che siamo ci esorta dicendo: «Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità». Nel Salmo ascoltiamo la testimonianza di un uomo che cammina nella luce, perché non agisce di testa sua, ma si lascia guidare dal Signore. Dalle sue parole traspare fiducia, serenità, gioia: «Il Signore è il mio pastore:/non manco di nulla./… Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne/tutti i giorni della mia vita». Se camminiamo nella luce del Signore non vuol dire che saremo esenti da tribolazioni e difficoltà, ma non le affronteremo da soli, non le vivremo da disperati: «Anche se vado per una valle oscura,/non temo alcun male, perché tu sei con me».

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15 marzo 2020 – III domenica di quaresima A

Liturgia della Parola: 1lettura: Es 17,3-7 – Salmo responsoriale: Sal 94 – 2lettura: Rm 5,1-2.5-8- Vangelo: Gv 4,5-42.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Parola del Signore.

Omelia

Gesù è venuto sulla terra a portarci l’acqua viva che appaga il nostro desiderio di felicità ed è assetato di donarcela. Infatti inizia a dialogare con la samaritana, chiedendole da bere come un assetato, ma, poiché la sua sete non è d’acqua ma di dissetare, subito le promette l’acqua viva che diventa in chi la beve sorgente della vita eterna: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

La samaritana rappresenta ognuno di noi che cerca la felicità nei beni di questo mondo. Essa ha cercato la felicità nei piaceri della carne, non facendosi mancare niente nel lecito e nell’illecito. Ha avuto cinque mariti e quello con cui sta adesso non è suo marito. Ma i piaceri terreni non dissetano perché sono come acqua salata che accresce la sete. Gesù, che ci vuole bene, come un mendicante brama dissetarci dell’acqua viva, l’unica che appaga la nostra sete di felicità. Quest’acqua viva è Dio, che, come dice Agostino d’Ippona, ci ha creati per sé, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in lui. E’ Gesù stesso che è venuto a rivelarlo, svelandoci il progetto di Dio su di noi. E’ lo Spirito Santo che diffonde nei nostri cuori l’amore di Dio, rendendoci partecipi della vita divina. Per bere di quest’acqua viva dobbiamo credere che Gesù è il Figlio di Dio.

Nella seconda lettura l’apostolo ci ricorda che mediante la fede in Gesù Cristo viviamo in comunione con Dio ma non ancora in modo perfetto. Quindi anche la nostra felicità sulla terra è imperfetta, come oro mescolato con scorie. Solo quando saremo in comunione piena e definitiva con Dio, sperimenteremo una felicità perfetta. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». L’amore di Dio che viene riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo, ci fa constatare l’opera di Dio in noi, che ci perdona e ci trasforma e rende sicura la nostra speranza che Dio porterà a compimento quello che ha iniziato in noi.

Siamo dunque in cammino verso il paradiso come gli israeliti verso la terra promessa. In questo cammino dobbiamo innanzitutto vigilare che il nemico non ci rubi i doni di Dio, la fede, la speranza e l’amore, venendo meno nelle prove come gli israeliti. L’antidoto agli inganni e alle insidie del maligno è la parola di Dio, che deve diventare il nostro nutrimento quotidiano. Il Salmo ci esorta ad ascoltarla con docilità: «Se ascoltaste oggi la sua voce!/«Non indurite il cuore». La parola di Dio nutre la fede, la speranza e la carità e apre gli occhi per vedere l’opera di Dio in noi e nella storia. La parola di Dio suscita in noi la stessa fame e sete di Gesù, di condurre gli uomini a dissetarsi dell’acqua viva, credendo che lui «è veramente il salvatore del mondo».

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8 marzo 2020 – II domenica di quaresima A

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 12,1-4 – Salmo responsoriale: Sal 32 – 2lettura: 2Tm 1,8-10- Vangelo: Mt 5,13-16.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Parola del Signore

Omelia
Con l’esperienza della trasfigurazione Gesù vuole preparare i discepoli ad accettare l’esperienza della croce. Pochi giorni prima Gesù aveva dato ai discepoli il primo annuncio della sua croce. Ma i discepoli non comprendevano le parole di Gesù al punto che Pietro, prendendolo in disparte, si era messo a rimproverarlo. Gesù, allora, aveva rincarato la dose, chiedendo anche ai discepoli di seguirlo sulla via della croce: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Con la trasfigurazione Gesù mostra ai discepoli il suo corpo glorificato, come lo sarebbe stato nella risurrezione dopo la morte di croce. Nel suo corpo glorificato mostra la condizione definitiva a cui siamo chiamati tutti, e contemplando il suo volto raggiante della gloria divina, i discepoli sperimentano qualcosa della visione beatifica del paradiso. Per questo i discepoli vorrebbero fermarsi lì per sempre, e Pietro dice a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Si tratta di un’esperienza momentanea che sarà definitiva solo quando avranno seguito Gesù sulla via della croce. Non c’è altra via per arrivare alla gloria della risurrezione e alla felicità della vita eterna. Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, conversano con Gesù che è venuto a completare l’antica rivelazione. La voce di Dio Padre dice chiaramente che bisogna obbedire a Gesù: «Ascoltatelo».

Anche a noi Gesù fa fare esperienze di trasfigurazione per prepararci ad accettare la croce. Ci fa sperimentare la gioia della sua vicinanza, quando stiamo in silenzio con lui presente nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia o quanto ci soffermiamo a meditare su un passo della Scrittura, accogliendolo non come parola umana ma come è veramente parola di Dio. Anzi proprio in questo tempo di quaresima Gesù ci vuole far fare esperienze di trasfigurazioni e per questo ci chiama a trovare nelle nostre giornate spazi di silenzio e di solitudine per stare con lui. Gesù poi ci fa sperimentare il suo amore quando ci accostiamo al Sacramento della Penitenza e riceviamo il perdono di Dio, per i meriti della sua croce, e tutte le volte che chiediamo qualcosa a Dio nel suo nome e siamo esauditi. Sono tutte esperienze di trasfigurazione, in cui Gesù ci vuole dire: vedete io sono con voi come vi ho detto, io vengo in vostro aiuto come vi ho promesso. Non scoraggiatevi nei momenti di contrarietà e di tribolazione, come se vi avessi abbandonati, perché proprio allora sono al vostro fianco per sorreggervi e darvi la forza di accettarle per mio amore. La croce è importante non per la sofferenza che provoca ma perché è un’occasione per manifestare l’amore che Dio riversa nei nostri cuori mediante Gesù Cristo e lo Spirito Santo e per crescere in quest’amore. La croce può assumere forme diverse, può presentarsi, per esempio, come rinuncia alle proprie sicurezze. Abbiamo ascoltato nella prima lettura che Dio comanda ad Abramo di lasciare la sua terra, il suo clan e la famiglia di suo padre, e di andare verso la terra che gli avrebbe indicato. Abramo deve rinunciare alle sue sicurezze per ricevere da Dio beni più grandi. La croce può presentarsi come persecuzione a causa della testimonianza resa a Gesù Cristo. Paolo è in carcere a causa del vangelo ed esorta il discepolo Timoteo a testimoniare il vangelo, condividendo se necessario la sua sofferenza. Non gli dice, stai attento, non parlare di Gesù, perché potresti trovarti in carcere come me. Nascondere la propria fede e tacere il vangelo è la più grande omissione di carità, perché dalla conoscenza di Gesù dipende la salvezza eterna di ogni uomo. La croce riguarda tutti quei disagi e quelle sofferenze che non si possono evitare senza mancare di amore. Con la trasfigurazione Gesù insegna che la croce è momentanea, invece le esperienze di trasfigurazioni che sembrano momentanee su questa terra ci fanno pregustare la condizione definitiva di pace e felicità della vita futura. Chiediamo dunque a Dio a nome di Gesù di donarci in continuazione il suo amore, perché possiamo donarlo a nostra volta in tutte le occasioni di croce, senza tirarci indietro o scaricare il prossimo con egoismo: «Su di noi sia il tuo amore, Signore,/come da te noi speriamo».

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1 marzo 2020 – I domenica di quaresima A

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 2,7-9; 3,1-7 – Salmo responsoriale: Sal 51 – 2lettura: Rm 5,12-19- Vangelo: Mt 4,1-11.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore

Omelia

Gesù si ritira nel deserto per prepararsi alla missione pubblica stando in intimità con Dio. Nel deserto c’è solitudine e silenzio, le condizioni migliori per sintonizzarsi con Dio. Ma proprio nel momento in cui Gesù è in sintonia con Dio Padre si inserisce come un’interferenza la tentazione del diavolo. Il diavolo tenta tutti, ma in proporzione maggiore quelli che vivono in comunione con Dio. Il suo obiettivo è di guastare il nostro rapporto con Dio, di distaccarci da Dio e distrarci dal suo progetto di salvezza su di noi. Il demonio ci tenta facendo leva sui tre punti deboli della nostra natura umana, che sono la sensibilità al piacere, al successo e al potere. Queste tre sensibilità in sé stesse non sono cattive, perché è Dio che le ha poste in noi. Ma il demonio ci spinge ad assolutizzarle come se la nostra vita e la nostra felicità dipendessero dal piacere, dal successo e dal potere, e ci spinge a ricercarli ad ogni costo, nel lecito e nell’illecito, con l’obiettivo di distaccarci da Dio.

Le tre suggestioni con cui il diavolo tenta Gesù riguardano appunto il piacere, il successo e il potere. Gesù ha digiunato 40 giorno e ora ha fame. Il demonio gli suggerisce di procurarsi il pane con un miracolo. Se Gesù avesse compiuto un miracolo per procurarsi il pane con cui nutrire lo stomaco, ci avrebbe dato il messaggio che noi siamo solo corpo, abbiamo solo desideri fisici, e dobbiamo fare di tutto per soddisfarli, perché la nostra vita è tutta qui sulla terra. Gesù invece risponde: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Con questa risposta Gesù ci fa capire che non siamo solo corpo ma abbiamo anche un’anima, la nostra vita non è tutta qui sulla terra e la nostra felicità non consiste solo nel soddisfacimento dei desideri corporali. E’ significativo che durante la missione pubblica Gesù compie il miracolo della moltiplicazione dei pani ma solo dopo che ha nutrito la folla con la parola di Dio. E quando la gente che ha mangiato i pani si mette alla sua ricerca, trovatolo nella sinagoga di Nazaret si sente dire da Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà».

Dio ha fatto un progetto su Gesù e lo ha mandato sulla terra per realizzarlo. Gesù è il Messia atteso, venuto a salvare il suo popolo. Dio ha fatto un progetto su ognuno di noi. Il successo e la riuscita della nostra vita, dipendono dalla realizzazione del progetto di Dio su di noi. Ma il demonio, facendo leva sul nostro desiderio di realizzarci, suscita in noi altre aspirazioni e altri progetti, che non hanno niente a che fare con il progetto di Dio. Abbiamo ascoltato che il demonio suggerisce a Gesù di manifestarsi come il Messia, compiendo un gesto spettacolare che gli otterrà senz’altro successo perché Dio ha promesso di aiutarlo. Quando ci lasciamo ingannare dal demonio nella ricerca del successo, dimenticandoci che Dio ha fatto un progetto su di noi, e perseguendo a capofitto le nostre aspirazioni, presto o tardi avremo dei rovesci. Allora ce la prendiamo con Dio che non ci ha aiutato, e arriviamo a dubitare della sua esistenza. Ma Dio non ci aiutato perché non era quella la via che aveva previsto per noi, non erano quelli i progetti che aveva fatto su di noi, per farci sentire realizzati.  Seguendo gli inganni del demonio, e perseguendo i nostri obiettivi senza curarci della volontà di Dio ma pretendendo che Dio ci aiutasse, abbiamo dubitato di Dio e della bontà della sua volontà su di noi. Gesù alla tentazione del diavolo risponde: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». La nostra felicità non dipende dalla realizzazione delle nostre aspirazioni ma solo dalla volontà di Dio. Non dobbiamo desiderare che Dio faccia quello che vogliamo noi, ma, se ci fidiamo di Dio, dobbiamo volere quello che lui ci comanda.

Gesù è venuto per regnare rivelando e donando l’amore di Dio, che si mette a servizio di tutti gli uomini.  Il demonio invece gli suggerisce di regnare secondo i re di quel tempo e i cattivi politici e i tiranni di ogni tempo, che vogliono dominare sugli altri e servirsi degli altri. Vogliono vivere nella ricchezza nel lusso, perché in questo consiste la felicità. E così il demonio vuole instillare anche in noi questo inganno, facendoci credere che la nostra vita dipende dai beni che possediamo, spingendoci ad accumulare ricchezze e ad accrescere il nostro potere, per avere sicurezza e felicità. Se noi ci lasciamo prendere da questo inganno, e incominciamo ad accumulare ricchezze e ad accrescere il nostro potere, non guardando più in faccia ad alcuno ma pensando solo a noi stessi, senza accorgercene stiamo adorando il diavolo che ci sta suggerendo tutto ciò. Gesù risponde al diavolo: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Non è la ricchezza e non è il potere che rende sicura e serena la nostra vita, ma solo l’amore di Dio che mentre riceviamo dobbiamo riversare nel prossimo. Perciò dobbiamo adorare solo lui, mettendolo al primo posto nella nostra vita, e rendergli culto, partecipando la domenica a messa e servendolo con l’obbedienza della nostra vita, ossia amando come lui.

Gesù, si è lasciato tentare, ed ha vinto le tentazioni per insegnarci con il suo esempio a vincere le tentazioni. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che Adamo ed Eva agiscono al contrario, perché si fidano del demonio e non si fidano di Dio, disobbediscono a Dio, da cui hanno avuto la vita e ogni altra cosa, e seguono il suggerimento del demonio, un estraneo che non ha fatto nulla per loro. «Allora si aprirono loro gli occhi e si accorsero di essere nudi». Perdono l’armonia interiore e tra di loro, e provano vergogna. Volevano diventare come Dio, facendo a meno di Dio, hanno perso anche quello che avevano.

L’apostolo nella seconda lettura dice che Adamo e Gesù Cristo sono capostipiti di due umanità, Adamo di quella peccatrice e soggetta alla morte, Gesù di quella che vive nella giustizia ed è destinata alla vita.  Siamo usciti dal grembo materno come figli Adamo, e siamo rinati mediante il grembo della chiesa come figli di Dio e coeredi di Gesù. Purtroppo con i nostri peccati, facciamo riaffiorare in noi l’uomo vecchio. In questo tempo di quaresima il Signore ci chiama a convertirci a lui, a pentirci dei nostri peccati, come fa l’uomo penitente del salmo. Seguiamo Gesù nel deserto trovando per noi ogni giorno spazi di solitudine e di silenzio per stare in intimità con Dio e dialogare con lui. L’intimità con Dio alimenta la nostra fiducia in lui, per potere resistere poi alle tentazioni quotidiane.

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26 febbraio 2020 – Mercoledì delle ceneri A

Omelia

Iniziamo il cammino della quaresima ricordandoci che siamo mortali. Le ceneri ci infatti ci richiamano alla nostra condizione di creature mortali: siamo polvere e in polvere ritorneremo. Il cammino della quaresima si concluderà con il triduo pasquale, in cui facciamo memoria della passione, morte e risurrezione di Gesù. Se seguiremo Gesù, convertendoci a Dio, non andremo incontro alla morte ma alla vita dell’anima e del corpo. In questo tempo siamo chiamati a seguire il Signore Gesù nel deserto, cercando nelle nostre giornate spazi di solitudine e di silenzio per dedicarci alla lettura della parola di Dio e alla preghiera.

Le letture della liturgia della Parola di oggi ci insegnano le varie tappe della conversione, che possiamo riassumerle con le cinque cose necessarie per fare una buona confessione. La conversione autentica coincide con una buona confessione. La prima tappa è l’esame di coscienza, poi il dolore dei peccati, il proposito di non commetterli più, la confessione sacramentale, e infine l’impegno a riparare il male commesso impegnandoci a compiere le opere di giustizia.

Nella prima lettura Dio per bocca del profeta ci esorta a convertirci con tutto il cuore, ritornando a lui che è pietoso e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore. Mentre viviamo su questa terra, tendiamo in continuazione a distrarci da Dio, dai suoi comandamenti, dal suo progetto di salvezza su di noi, dalla meta della vita eterna. E’ una distrazione cattiva, non è come quella buona che cerchiamo per ristorarci dalle fatiche e dallo stress. Allora abbiamo bisogno in continuazione di conversione, di porre attenzione a Dio e alla sua parola. La conversione con tutto il cuore ci porta ad esaminarci con attenzione, per riconoscere i nostri peccati: «Sì, le mie iniquità io le riconosco,/il mio peccato mi sta sempre dinanzi». Il penitente che parla riconosce i propri peccati, non fa come Adamo ed Eva che, interrogati da Dio sul loro peccato, lo scaricano su altri. Al riconoscimento del peccato deve far seguito il dispiacere, perché con i nostri peccati abbiamo tanto rattristato Dio. Dio ci vuole bene più dei nostri genitori, e quando pecchiamo soffre per noi, perché vede che ci stiamo facendo del male. Con i nostri peccati abbiamo contribuito alle sofferenze e alla morte di Gesù sulla croce, il quale ha sofferto ed è morto proprio per i nostri peccati. Sapendo del dispiacere e delle sofferenze di Gesù, dobbiamo essere addolorati per i nostri peccati e impegnarci a non commetterli più: «Contro di te, contro te solo ho peccato,/quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto». Da soli non possiamo né liberarci dai peccati, né impegnarci seriamente a non commetterli più. Dobbiamo chiedere a Dio come fa il penitente del salmo di perdonarci: «Cancella la mia iniquità./Lavami tutto dalla mia colpa,/dal mio peccato rendimi puro», e a creare in noi un cuore puro, donandoci il suo santo Spirito: «Crea in me, o Dio, un cuore puro/… e non privarmi del tuo santo spirito». Il Signore deve perdonarci e trasformarci con il suo Santo Spirito, perché diventiamo saldi, in modo da non peccare più, e generosi per spenderci nel bene.

Viene poi il momento della confessione sacramentale. Il Signore ci dona il perdono e lo Spirito Santo mediante i sacramenti dispensati dai ministri della chiesa: «Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». Nella confessione Dio compie per noi quella permuta avvenuta una volta per tutte sulla croce. Dio fa ricadere i nostri peccati sul Figlio Gesù innocente, e dona a noi peccatori l’innocenza del Figlio: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio». Viene l’ultimo momento della conversione, quello della riparazione. Dopo avere ricevuto il perdono di Dio e il suo Santo Spirito, incomincia per noi una vita nuova. Dobbiamo impegnarci a compiere opere di giustizia, decuplicando lo zelo per piacere al Signore. Nel vangelo Gesù ci insegna a compiere bene le opere di giustizia, perché siano veramente gradite a Dio e ci procurino la sua ricompensa. Come credenti sappiamo che tutto il bene che riusciamo a compiere è frutto della grazia di Dio in noi, Perciò quando facciamo un’opera buona, dobbiamo farla con questa consapevolezza, senza cercare le lodi degli uomini ma solo di piacere a Dio. Gesù ci mette in guardia da questo pericolo: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli». Se compiamo le opere buone per essere applauditi dalla gente, come se il bene compiuto dipendesse da noi, pecchiamo di superbia, ci appropriamo di una lode che non spetta a noi ma a Dio. Quando compiamo le opere con questo atteggiamento, abbiamo la ricompensa immediata dell’applauso della gente, ma perdiamo la ricompensa di Dio. Se al contrario facciamo le opere buone e riconosciamo che sono un dono di Dio per noi e cerchiamo solo di piacere a lui, allora Dio ci ricompenserà attribuendo volentieri a noi il merito che spetta solo a lui: «Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Allora saremo veramente giusti, perché Dio, l’unico capace di rendere giusti, ci riconoscerà giusti davanti ai suoi occhi.