Meditazioni Tempo Ordinario 2018

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18 novembre 2018 – XXXIII domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Dn 12,1-3 – Salmo responsoriale: Sal 15 – 2lettura: Eb 10,11-14.18 – Vangelo: Mc 13,24-32.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà,

la luna non darà più la sua luce,

le stelle cadranno dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.

Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.

In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Parola del Signore

 

Omelia

Il Signore Gesù è venuto la prima volta sulla terra, come ricorda la seconda lettura, per espiare i nostri peccati e donarci la salvezza. Verrà di nuovo alla fine del mondo, come ricorda il vangelo, per giudicare gli uomini e salvare definitivamente quelli che hanno creduto in lui. Il Signore non dice quando sarà il giorno della sua venuta nella gloria e della fine del mondo, ma dice che cosa avverrà in quel giorno. I dannati che non sono mai nominati esplicitamente vedranno che Gesù è il Signore ma a loro condanna, perché non hanno creduto in lui. E non si dice più nulla di loro, che periranno nel caos in cui è sprofondato il cosmo perché «il sole si oscurerà,/la luna non darà più la sua luce,/le stelle cadranno dal cielo/e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte». I dannati, dice la prima lettura, risorgeranno per la vergogna e per l’infamia eterna. Tutta l’attenzione è posta invece al raduno degli eletti sparsi sulla terra: «Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo». Gesù altre volte nel vangelo parla degli eletti che distingue dai chiamati.

Chi sono dunque gli eletti?

Sono coloro i cui nomi nel giorno del giudizio si troveranno scritti nel libro di Dio. Sono i saggi che risplenderanno in quel giorno come lo splendore del firmamento. Nella Scrittura i saggi sono coloro che possiedono la sapienza che coincide con l’insegnamento della parola di Dio. Possiedono la sapienza non tanto dal punto di vista cognitivo quanto dal punto di vista esistenziale. Vivono cioè secondo la parola di Dio e per questo sono saggi. Quindi gli eletti sono coloro che hanno corrisposto alla chiamata di Dio con la fede che opera mediante la carità come gli invitati della parabola che si recano al banchetto di nozze con l’abito nuziale o come le vergini sapienti che insieme alle lampade portano con sé l’olio.

Allora se vogliamo che i nostri nomi siano scritti nel libro di Dio, se vogliamo essere nel numero degli eletti e partecipare alla risurrezione per la vita eterna, dobbiamo corrispondere alla chiamata di Dio, con la fede che opera mediante la carità.

Se dunque viviamo credendo e confidando nel Signore, come fa il salmista, viviamo tranquilli e al sicuro, perché «sta alla mia destra, non potrò vacillare». E come ora scegliamo liberamente di stare con il Signore, così in quel giorno sarà lui a sceglierci per stare con lui per sempre: «Mi indicherai il sentiero della vita,/gioia piena alla tua presenza,/dolcezza senza fine alla tua destra».

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11 novembre 2018 – XXXII domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Re 17,10-16 – Salmo responsoriale: Sal 145 – 2lettura: Eb 9,24-28-  Vangelo: Mc 12,38-44.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Parola del Signore.

 

Omelia

Nel vangelo di oggi incontriamo gli scribi che apparivano religiosi, ma in realtà quando nessuno li vedeva non si facevano scrupolo di fare del male ai più deboli, come erano le vedove di quel tempo: «Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere». Non avevano timore di Dio, perché nella Scrittura, che essi studiavano ed insegnavano, Dio si proclama difensore degli orfani e delle vedove. Gesù ci mette in guardia dalla tentazione di imitare il loro comportamento: «Guardatevi dagli scribi». Invece ci presenta l’esempio di una vedova povera che, dovendo fare l’offerta al tempio come era prescritto dalla legge, dona tutto quello che aveva per vivere: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Questa vedova anonima costituisce un esempio di vera religiosità. Infatti donando tutto quanto aveva per vivere dimostra di credere e confidare nel Signore. Donando tutto quello che aveva per vivere ha rischiato di morire di fame. Ma lo ha fatto con la fiducia che il Signore avrebbe ricompensato il suo gesto con il centuplo, come certamente non ha mancato di fare.

Da dove ha imparato questa vedova a confidare nel Signore?

Questa vedova è un’israelita, che frequenta tutti i sabati la sinagoga e ascolta la parola di Dio che viene proclamata nel culto. Sicuramente aveva ascoltato il brano riportato nella prima lettura di oggi e il salmo che la segue. Nella prima lettura di oggi Dio chiede alla vedova di Sarepta di dare al suo profeta tutto quel poco di farina e di olio che le era rimasto per vivere. La vedova obbedisce alla parola di Dio, si fida della sua promessa e rischia, e dopo averlo fatto sperimenta la fedeltà e la potenza del Signore che la ricompensa sostenendola per tutto il tempo della carestia. Lei ha dato al profeta di Dio una piccola focaccia, Dio la nutre per tre anni, tutto il tempo in cui durò la carestia: «La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia».

Nel salmo si spiega perché è vantaggioso confidare nel Signore, «Il Signore rimane fedele per sempre/rende giustizia agli oppressi,/dà il pane agli affamati…». Nel salmo si dice che il Signore «sostiene l’orfano e la vedova». Questa vedova povera ha imparato a fidarsi del Signore, conoscendolo nella celebrazione della sinagoga e nutrendosi della sua parola. La vedova prendeva sul serio la parola che veniva proclamata, non come parola di uomini ma come è veramente parola di Dio che opera in coloro che credono. E così la sua vita è stata trasformata perché ha imparato a confidare nel Signore. Così anche noi partecipando alla messa domenicale e nutrendoci della parola di Dio impareremo a confidare in lui. La vera religiosità consiste appunto in questo, non nelle preghiere e nemmeno nei gesti religiosi ma nei fatti che testimoniano la nostra fede e fiducia nel Signore. Le preghiere e i gesti religiosi sono validi se fatti con sincerità e con il desiderio di incontrare il Signore. Ma se li facciamo in modo superstizioso quasi a voler tener buono Dio e poi continuiamo a fare di testa nostra, non servono a niente. Se veniamo alla celebrazione, ma lasciamo scivolar via la parola del Signore e non ci convertiamo, riceveremo una condanna più severa.

La seconda lettura diceva che «Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza». Se oggi non prendiamo sul serio la sua parola e non ci convertiamo a lui, e tuttavia pretendiamo con arroganza la sua misericordia, ci stiamo ingannando perché saremo condannati duramente, come dice Gesù degli scribi: «riceveranno una condanna più severa». Se invece accogliamo la parola di Gesù e ci convertiamo a lui, riceviamo da subito la sua misericordia e non andiamo incontro al suo giudizio ma alla salvezza piena e definitiva.

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4 novembre 2018 – XXXI domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Dt 6,2-6 – Salmo responsoriale: Sal 17 – 2lettura: Eb 7,23-28 –  Vangelo: Mc 12,28-34.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Parola del Signore

 

Omelia

Il primo di tutti i comandamenti è l’amore di Dio che, come dice Gesù, va unito strettamente all’amore del prossimo. Gesù infatti parla di questi due comandamenti dicendo: «Non c’è altro comandamento più grande di questi». Quindi sono due comandamenti distinti ma talmente uniti da formarne uno solo. Infatti l’amore a Dio quando è autentico porta spontaneamente all’amore del prossimo, e l’amore del prossimo per essere autentico deve scaturire dall’amore di Dio. Solo Dio ci insegna ad amare rettamente e in modo perfetto il prossimo. Quindi amando Dio, impariamo ad amare in modo autentico il prossimo.

L’amore a Dio deve coinvolgere tutta la nostra personalità: «Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze». Secondo la Bibbia il cuore è la sede dei pensieri e dei sentimenti, l’anima indica il respiro, le forze sono le potenzialità del corpo. L’amore al prossimo deve avere come misura l’amore che desideriamo per noi stessi. Gesù completerà questo comandamento donandoci come misura il suo amore per noi: «Amatevi come io vi ho amati».

Nella prima lettura all’amore di Dio viene unito il timore di Dio. Sembrano due atteggiamenti inconciliabili, ma a ben vedere il timore di cui parla la Scrittura è solo un aspetto dell’amore di Dio. Si tratta del timore del figlio che sta attento a non recare dispiacere a Dio suo padre, perché lo ama. L’amore e il timore di Dio si manifestano nell’osservanza dei suoi comandamenti. Quindi l’osservanza dei comandamenti di Dio scaturisce dall’amore e dal timore e nello stesso tempo li alimenta. Infatti chi osserva i comandi del Signore perché lo ama e lo teme, osservandoli cresce nell’amore e nel timore del Signore. Con le nostre forze non siamo capaci di osservare i comandamenti di Dio e quindi di amare Dio e il prossimo. Dio perciò viene in nostro aiuto per mezzo di Gesù Cristo.

Nella seconda lettura si parla del sacrificio di Cristo che offrendo sé stesso una volta per tutte salva perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio. Gesù ci salva in modo perfetto, perché ci libera dai peccati e ci dà la forza di amare Dio e il prossimo. Partecipando all’eucaristia che ripresenta l’unico sacrificio di Cristo, noi riceviamo l’amore di Dio e impariamo ad amare Dio e il prossimo.

Il salmo ci ricorda la precedenza dell’amore di Dio. L’orante del salmo desidera amare Dio perché ha sperimentato il suo aiuto e la sua liberazione. Noi amiamo Dio perché lui per primo ci ha amati. Se non facciamo l’esperienza dell’amore di Dio rendendocene conto, non saremo mai capaci di amarlo come si deve e di amare il prossimo in modo autentico.

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1 novembre 2018 – Solennità di Tutti i Santi

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Ap 7,2-4.9-14 – Salmo responsoriale: Sal 23 – 2lettura: 1Gv 3,1-3 – Vangelo: Mt 5,1-12.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Parola del Signore

 

Omelia

Questa celebrazione ci stimola a pensare e ad immaginare tutti i santi del paradiso, sia quelli che conosciamo sia quelli noti solo a Dio. Il veggente dell’Apocalisse li descrive come «una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua».

Nel vangelo mediante le beatitudini Gesù traccia la fisionomia e i segni di riconoscimento dei santi. Se riflettiamo attentamente su questi caratteri, vediamo che rimandano al volto di Gesù stesso, il quale dice in un altro passo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Gesù è venuto a compiere sulla terra ogni giustizia, e dice che la volontà di Dio è il suo cibo. Lui è il misericordioso, che non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori a conversione.  E’ l’unico puro di cuore, perché senza peccato, messo a morte per espiare i nostri peccati. Morendo e risorgendo ci dona la vera pace. Dunque i santi sono tali perché somigliano a Gesù, pensano e agiscono come lui, amando sempre, anche quando è faticoso amare, e amando tutti anche i nemici. Gesù è l’uomo che si realizza secondo il progetto di Dio. La santità, cioè amare come Gesù in modo perfetto, è la meta della vita umana. Quindi tutti siamo chiamati alla santità, a somigliare a Gesù nell’amore.

Ma in che modo avviene l’assimilazione a Gesù?

Dalle letture e dal salmo comprendiamo che la santità è innanzitutto un dono di Dio e poi anche un impegno dell’uomo. La prima lettura parlando dei santi dice che sono coloro che sono stati segnati con il sigillo di Dio e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Qui abbiamo un’allusione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, battesimo, cresima ed eucaristia. Mediante questi sacramenti viene posto in noi il germe della santità, in quanto partecipiamo della vita di Dio.

Nella seconda lettura si parla dell’impegno con cui dobbiamo corrispondere nella vita quotidiana alla grazia di Dio: «Chiunque ha questa speranza in lui, purifica sé stesso». Nel salmo vengono elencati i requisiti necessari a chi vuole prender parte al culto nel tempio: «Chi ha mani innocenti e cuore puro,/chi non si rivolge agli idoli». Dunque la santità è dono di Dio, che ci comunica la grazia dello Spirito Santo mediante Gesù Cristo, ed è impegno da parte nostra che accogliamo e facciamo fruttificare il dono di Dio nella vita di ogni giorno.

L’assimilazione a Gesù produce in noi la gioia. Ecco perché Gesù diceva: «Beati…Beati…Beati…». Più noi amiamo come Gesù, più sperimentiamo in noi la gioia, perché raggiungiamo lo scopo della nostra esistenza. Infatti siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio, per amare Dio e il prossimo. La nostra gioia sarà piena quando saremo diventati perfetti nell’amore, quindi saremo diventati pienamente e definitivamente simili a Gesù. Questo accadrà quando lo vedremo come egli è. I santi, nostri fratelli e sorelle, sono nella gioia perfetta, perché stanno in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tengono rami di palma nelle loro mani.

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28 ottobre 2018 – XXX domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 31,7-9 – Salmo responsoriale: Sal 125 – 2lettura: Eb 5,1-6-  Vangelo: Mc 10,46-52.

Dal Vangelo secondo Marco



In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. Parola del Signore

 

Omelia

Nel vangelo Gesù sta salendo verso Gerusalemme con i discepoli e molta folla per andare incontro alla croce e dare avvio così al raduno di tutti i figli di Dio nella sua chiesa. Questo raduno era stato preannunciato dai profeti, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra». In un primo tempo era stato inteso in riferimento al ritorno degli israeliti esuli a Babilonia. Ma ben presto ci si avvide che quel raduno non era bastato a ristabilire la sorte del popolo. Infatti nel salmo mentre si parla del ritorno degli esuli a Gerusalemme, si chiede poco dopo al Signore: «Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,/come i torrenti del Negheb». I Padri della chiesa facevano notare riguardo a questo raduno la sproporzione tra la grandezza delle promesse profetiche e il carattere modesto del ritorno in patria degli esuli israeliti. Da ciò deducevano che le profezie rimandavano ad un altro avvenimento storico e precisamente al raduno di tutti i figli di Dio avviato da Gesù con la sua morte e risurrezione che è tutt’ora in atto e durerà sino alla fine del mondo.

Per partecipare a questo raduno bisogna credere in Gesù e seguirlo sulla via della croce, cioè dell’amore perfetto. Nel racconto evangelico la nostra attenzione è attirata dal cieco Bartimeo che appare un modello di autentica fede. La sua fede nasce quando sente parlare di Gesù Nazareno ed è tutta rivolta a Gesù, discendente di Davide, venuto a salvare il suo popolo. Infatti gridava e chiedeva aiuto a Gesù, dicendogli: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». La sua fede è perseverante e non si lascia intimidire dalle avversità. La gente cercava di zittirlo, ma lui gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quando viene chiamato da Gesù, lascia tutto quello che possiede e si presenta a lui. Il mantello che getta via era l’unico bene in suo possesso che gli serviva per coprirsi e per raccogliere le elemosine. Con la sua fede perseverante ha ottenuto di entrare in relazione personale con Gesù, e a contatto con Gesù viene salvato. Non acquista soltanto la vista per vedere la luce ma acquista la vista per conoscere bene Gesù e diventare suo discepolo. Questo racconto evangelico mostra come avviene il cammino di conversione a Gesù. Tutto parte quando si sente parlare di lui. Poi nasce il bisogno di invocarlo e di volerlo conoscere. Questo avviene attraverso il cammino di catecumenato nella comunità cristiana. Finalmente nell’incontro con Gesù la fede iniziale ed imperfetta diventa matura, generando la volontà di seguirlo nel cammino della croce. Infatti Gesù che lascia Gerico si sta dirigendo verso Gerusalemme per subire la morte di croce.

Ma il cieco è modello anche per quelli che già seguono Gesù. Il nostro cammino di fede non è lineare e sempre in avanti, conosce frenate e regressi a causa dei nostri peccati e delle avversità della vita. In questi frangenti non dobbiamo smettere di gridare a Gesù come il cieco: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Dobbiamo perseverare fino a quando Gesù non ci chiami e ci guarisca di nuovo in modo che possiamo riprendere a seguirlo nel cammino verso la croce, cioè dell’amore perfetto. Seguendo Gesù partecipiamo del suo sacerdozio e impariamo ad offrire a Dio il vero culto a lui gradito ovvero l’offerta della nostra vita che ama come lui. Per noi che crediamo in Gesù le difficoltà non sono esperienze inutili e senza senso ma sono come una semina nelle lacrime che in seguito produrrà per noi frutti abbondanti di salvezza e di gioia. Siamo certi infatti che l’ultima parola non è della sofferenza ma della gioia, perché Gesù è morto ed è risorto, e anche noi che lo seguiamo sulla via della croce risorgeremo con lui nella gloria.

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21 ottobre 2018 – XXIX domenica per Annum

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 53,10-11 – Salmo responsoriale: Sal 32 – 2lettura: Eb. 4,14-16 – Vangelo: Mc 10,35-45.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore.

Omelia

Come possiamo constatare nel vangelo di oggi, i discepoli nonostante siano con Gesù da diverso tempo ancora non hanno assimilato il suo modo di ragionare e di vivere. Giacomo e Giovanni vogliono stare con Gesù ma aspirano ad essere superiori agli altri.

Ma anche gli altri che si sdegnano con loro non sono da meno. Se la prendono con loro perché hanno scoperto che volevano superarli. Ragionano tutti secondo gli uomini e non secondo Dio, e pur seguendo Gesù cercano una gloria umana e non quella che viene da Dio. La gloria umana si manifesta con il successo, il potere e il primato sugli altri, invece la gloria di Dio si manifesta in Gesù Cristo crocifisso. Secondo la mentalità umana la croce di Gesù è stoltezza e debolezza, invece secondo la mentalità di Dio è sapienza e potenza, perché è espressione dell’amore donato sino alla fine.

Come ha fatto con i discepoli di allora, Gesù fa ora con noi spiegandoci in che cosa consista la vera grandezza e il vero primato: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Non è male se aspiriamo ad essere grandi o ad avere un primato ma dobbiamo averlo nell’amore che Gesù ci ha insegnato. L’amore di Gesù si mette a servizio degli altri perché è un amore vero che pensa al bene degli altri, e si fa carico degli altri anche quando diventano una croce. Più somigliamo a lui che serve e porta la croce e più saremo grandi. Tutti noi cristiani siamo chiamati a somigliare a Gesù, ma ancora di più quelli che nella comunità cristiana hanno compiti di responsabilità.

La prima lettura contiene una profezia di Gesù sofferente, in cui si sottolinea la fecondità del suo sacrificio: «Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,/vedrà una discendenza…il giusto mio servo giustificherà molti». La fecondità del sacrificio di Gesù dipende dall’amore con cui l’ha vissuto, non un amore qualsiasi ma l’amore di Dio. Da quel sacrificio viene generata la chiesa e vengono generati i cristiani. Dal suo sacrificio riceviamo non solo esempio ma soprattutto grazia per poter vivere come lui ci ha insegnato.

Infatti seduto alla destra di Dio, come ricordava la seconda lettura, Gesù è mediatore della perenne effusione dello Spirito Santo, il quale riversa nel cuore dei credenti l’amore di Dio. Da parte nostra dobbiamo mantenere ferma la confessione di fede che Gesù è il Signore e accostarci con fiducia a Dio, per ricevere nei sacramenti il suo amore. Quando la nostra vita è animata dall’amore di Dio sentiamo il bisogno di fare qualcosa per aiutare gli altri, soprattutto i poveri e gli ultimi. Sin dagli inizi i cristiani animati da quest’amore hanno promosso opere di carità a favore dei bisognosi. L’imperatore Giuliano l’Apostata diceva che la forza del cristianesimo erano le opere di carità verso i poveri. Nella biografia di San Pacomio si racconta che, prima della conversione, quando era un soldato romano e veniva condotto prigioniero insieme ad altri soldati che si erano ammutinati, durante una sosta in un’oasi alcune persone chiesero alle guardie di poter rifocillare gratuitamente i prigionieri con cibi e bevande. Pacomio rimase colpito da questa benevolenza e domandò chi fossero. Gli fu risposto: sono cristiani. Questo primo contatto di Pacomio con il cristianesimo s’impresse fortemente nella sua memoria. Infatti, ottenuta la libertà in seguito ad un’amnistia, volle conoscere meglio il cristianesimo e si fece cristiano. L’amore di Dio dunque rende feconda la testimonianza cristiana, capace di attirare gli uomini al Figlio suo.  Perciò con la comunità orante che parlava nel salmo, diciamo anche noi a Dio: «Su di noi sia il tuo amore, Signore, /come da te noi speriamo».

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14 ottobre 2018 – XXVIII domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 7,7-11 – Salmo responsoriale: Sal 89 – 2lettura: Eb 4,12-13 – Vangelo: Mc. 10,17-30.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Parola del Signore.


Omelia

«Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?».

Quest’uomo sembra interessato alla vita eterna, quindi all’amicizia con Dio e al regno di Dio, perché la vita eterna è la vita di Dio. Ma da come reagisce alla risposta di Gesù dimostra di essere interessato solo a questa vita e ai beni della terra. Infatti quando sente Gesù che gli dice: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!», si fa scuro in volto e se ne va via pieno di tristezza, perché il suo cuore è attaccato ai beni che possiede. Senza Gesù Cristo possiamo anche conquistare il mondo, avere tutti gli agi e le comodità possibili e immaginali, non saremo mai appagati e felici. Invece Pietro e gli altri hanno lasciato tutto per seguire Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Noi diremo che era poco quello che hanno lasciato rispetto a quello che doveva lasciare il ricco, tuttavia, poco o molto, hanno lasciato tutto per seguire Gesù. E Gesù risponde che quelli che hanno lasciato tutto per seguirlo riceveranno cento volte tanto in questa vita e in eredità la vita eterna. Quindi se seguiamo Gesù, abbiamo già una ricompensa su questa terra, anche se non è ancora piena. Infatti Gesù dice “insieme a persecuzioni”, per far capire che la sua ricompensa sarà piena solo dopo questa vita. Solo seguendo Gesù possiamo avere una vita piena e realizzata su questa terra e poi la vita eterna.

Gesù è la sapienza di Dio, che il re Salomone chiese in dono a Dio, come dice nella prima lettura: «La preferii a scettri e a troni,/stimai un nulla la ricchezza al suo confronto/… L’ho amata più della salute e della bellezza,/ho preferito avere lei piuttosto che la luce». Quando Salomone chiedeva a Dio la sapienza pensava all’insegnamento divino, contenuto nelle Scritture, che si può capire solo con l’aiuto di Dio. La parola di Dio per istruirci e comunicarci il modo di ragionare di Dio, cioè la sua sapienza, si è fatta parola umana nelle Sante Scritture. Per manifestarci tutta la vicinanza e l’amore di Dio si è fatta uomo in Gesù Cristo. Gesù è la parola e la sapienza di Dio che si è fatta uno di noi. Seguendo lui, seguiamo Dio, e apprendiamo la sapienza di Dio, che ci rivela il progetto di Dio su di noi, ci insegna a saper vivere sulla terra, a saper valutare le cose della terra, in prospettiva dell’eternità.

Ma dobbiamo seguirlo mettendolo al primo posto. Un ostacolo per fare questo sono le ricchezze: « Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». Bisogna notare che Gesù non chiede a tutti quello che lo seguono di spogliarsi completamente dei beni. All’uomo del vangelo di oggi ha chiesto di spogliarsi di tutto, a Zaccheo è bastato dare la metà dei suoi beni, al ricco epulone sarebbe bastato un piccolo gesto di carità. Quindi Gesù a tutti chiede di non attaccare il cuore alle ricchezze e di condividerle con i fratelli, ma solo a pochi chiede la spoliazione completa, come all’uomo del vangelo di oggi. Chiediamo a Dio, al quale nulla è impossibile, che ci aiuti a seguire il Figlio suo Gesù, mettendolo al primo posto, perché solo così potremo avere una vita migliore sulla terra ed ereditare la vita eterna.

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7 ottobre 2018 – XXVII domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 2,18-24 – Salmo responsoriale: Sal 127 – 2lettura: Eb 2,9-11 – Vangelo: Mc 10,2-16.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Parola del Signore.

Omelia

All’origine di ogni coppia umana c’è dunque Dio, il quale muove l’uomo ad unirsi a sua moglie e la donna a unirsi a suo marito, creando tra i due una corrispondenza. L’uomo e la donna che decidono di unirsi in matrimonio, quando si sono incontrati e conosciuti, hanno scoperto di avere bisogno l’uno dell’altro: nasce la reciproca attrazione, quindi l’amore e la decisione di unirsi in matrimonio.

Quando l’uomo e la donna si uniscono in matrimonio liberamente e per amore, quest’unione nella loro volontà è per sempre. Infatti Dio ha impresso nella natura umana l’indissolubilità del matrimonio. Nessun uomo pensa di unirsi alla donna che ama per un tempo determinato ma per sempre. La stessa cosa vale per la donna.

Il cambiamento di questa volontà è frutto del peccato che rende insensibile l’uomo alla volontà di Dio impressa nella natura e poi manifestata espressamente nella Scrittura. Il divorzio non è un dato naturale ma una conseguenza del peccato che ha guastato la natura umana.

Gesù è venuto a restaurare la natura umana, per questo ricorda ai farisei la volontà originaria di Dio sulla coppia umana: «Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».

A causa del peccato sorgono condizioni e situazioni per cui sembra necessario il divorzio. E il comando di Dio sull’indissolubilità matrimoniale appare incomprensibile. In questi momenti non bisogna prendere alcuna decisione, ma lasciare decantare la situazione, riandando ai giorni del fidanzamento e dell’innamoramento. Bisogna rifugiarsi in Dio come il bambino che nelle difficoltà corre da mamma e papà e fidarsi di quello che lui ci dice più che del nostro consiglio e di quello che la situazione all’apparenza ci suggerisce.

Nelle crisi matrimoniali, nelle prove familiari di qualsiasi genere, il Signore sta chiedendo ai coniugi un amore più grande e più perfetto, proprio perché è provato dalla sofferenza diventata una croce come quella di Gesù. La croce non dura sempre perché si apre alla risurrezione. Quando la croce accettata e sopportata passa, ci si scopre più vicini a Dio, cresciuti e maturati nell’amore vero.

Ma dove attingere questo amore più grande che ci è necessario e non troviamo in noi stessi?

Il salmo proclama beato l’uomo che teme il Signore, che cioè mette Dio al centro della sua vita e della sua famiglia: «Beato chi teme il Signore/…La tua sposa come vite feconda/nell’intimità della tua casa;/i tuoi figli come virgulti d’ulivo/intorno alla tua mensa». La coppia che confida nel Signore, la famiglia dove dimora Dio, vive nella serenità anche la croce, perché Dio la benedice.

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30 settembre 2018 – XXVI domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 2,12.17-20 – Salmo responsoriale: Sal 53 – 2lettura: Gc 3,16-4,3 – Vangelo: Mc 9,30-37.

Dal Vangelo secondo Marco



In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».



Parola del Signore

Omelia

La tenda del convegno custodiva l’arca dell’alleanza, che era considerata il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Davanti a questa tenda avviene l’iniziazione dei settanta anziani che devono aiutare Mosè nella guida del popolo. Il Signore comunica il carisma di Mosè a tutti i prescelti anche a quei due, Eldad e Medad, che non si sono recati alla tenda. Questo ci fa capire che Dio ordinariamente opera negli spazi sacri e nei riti da lui stesso comandati, ma in casi straordinari opera dove e quando vuole. Dall’episodio del vangelo, dove si narra di quel tale che scaccia demoni nel nome di Gesù senza essere un discepolo, comprendiamo che Dio può servirsi anche di persone che non appartengono ufficialmente al gruppo dei suoi discepoli.

Nella storia della chiesa spesso Dio ha suscitato carismi tra il suo popolo, al di là della gerarchia ecclesiale. Penso a quella schiera di semplici battezzati che ha dato origine al movimento del monachesimo del III sec., agli ordini mendicanti del XIII sec., e negli ultimi decenni ai numerosi movimenti ecclesiali. Penso infine ai tantissimi laici che chiedono di fare qualcosa per gli altri nella comunità parrocchiale in cui vivono.

La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci dice che non dobbiamo essere gelosi del loro servizio e non dobbiamo scoraggiarli o peggio ancora impedirli. Se lo facessimo, faremmo resistenza allo Spirito di Dio, che li suscita per lavorare nella sua chiesa.

A quelli che li guardano come rivali, Gesù dona la stessa risposta che ha dato a Giovanni: «Chi non è contro di noi è per noi».

Gesù piuttosto ci mette in guardia dal pericolo di scandalizzare i cristiani semplici. Lo scandalo è un’azione peccaminosa che suscita emulazione oppure induce a una crisi di fede. Pensiamo a tutti gli scandali provocati soprattutto da gente dello spettacolo. Quante persone deboli hanno indotto ad imitarli! Pensiamo agli scandali ancora più gravi commessi da uomini di chiesa. Quante crisi di fede hanno provocato nei fedeli con una coscienza debole! Lo scandalo non danneggia solo chi pecca ma anche quelli che lo vedono. Quindi è un peccato più grave perché coinvolge nel male anche il prossimo. Per questo Gesù dice che per evitarli dobbiamo essere disposti a qualsiasi sacrificio, anche a perdere un arto o un occhio. Senza un arto o senza un occhio si può entrare nel regno di Dio, ma non con l’anima macchiata da scandali: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare». Morire per annegamento è una pena di gran lunga più leggera della dannazione eterna. Gesù evidentemente sta parlando di quelli che hanno commesso scandali ma non si convertono. La conversione è sempre possibile, ma diventa difficile quando si moltiplicano i peccati e ci sia adagia nel male.

La categoria più a rischio a commettere scandali è quella dei ricchi. La ricchezza in sé stessa non è né buona né cattiva. Diventa cattiva quando l’uomo ne fa un idolo e pensa che la sua vita dipenda dal denaro e dai beni che possiede. Quando l’uomo idolatra la ricchezza può diventare egoista e insensibile alle necessità del prossimo. Può addirittura commettere ogni sorta di male pur di aumentare il suo patrimonio. Nel giorno del giudizio i beni accumulati accuseranno il ricco egoista, che condividendoli con i poveri, avrebbe fatto tanto bene. I ricchi che hanno frodato il salario agli operai e hanno commesso ingiustizie per sfruttare il prossimo, saranno condannati alla dannazione eterna.

Per evitare tutti questi pericoli, e cioè di ostacolare i fratelli che il Signore chiama a lavorare nella sua chiesa, di commettere scandali, di attaccare il cuore alla ricchezza, dobbiamo nutrirci quotidianamente della parola di Dio, che è perfetta, rinfranca l’anima, rende saggio il semplice, e per chi la osserva è grande il profitto.

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23 settembre 2018 – XXV domenica del tempo ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 2,12.17-20 – Salmo responsoriale: Sal 53 – 2lettura: Gc 3,16-4,3 – Vangelo: Mc 9,30-37.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Parola del Signore

Omelia

Gesù parla della sua passione, i discepoli invece discutono tra loro chi sia il più grande. Gesù non nega la possibilità che tra i suoi discepoli ci possa essere qualcuno più grande degli altri, ma spiega che la grandezza o il primato dipende dall’amore. Gesù non parla di un amore qualsiasi ma di quello che lui ci ha insegnato. Nel vangelo di oggi vediamo che quest’ amore si manifesta con tre segni, la croce, il servizio, il bambino. La croce indica un amore donato anche quando costa, il servizio dice che questo amore spinge a fare qualcosa per gli altri, il bambino mostra che quest’amore si rivolge preferibilmente agli ultimi e agli esclusi. Il bambino infatti nel mondo antico veniva disprezzato al punto che in alcune lingue il termine per indicare il bambino era usato anche per indicare lo sciocco. E’ con Gesù e di conseguenza con il cristianesimo che il bambino viene preso in considerazione, perché, come abbiamo ascoltato, Gesù si identifica con i bambini: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me». Quindi noi possiamo essere più grandi o prima degli altri nella misura in cui ameremo più degli altri, amando quando costa, spendendoci per loro, preoccupandoci dei deboli e degli ultimi. In questo modo noi saremo grandi perché imiteremo Gesù che vive ed opera in noi, ma saremo grandi soprattutto perché amando e servendo il prossimo, serviremo e ameremo Gesù stesso che si è identificato con i fratelli.

La mentalità che Gesù ci propone non si identifica con quella vigente nel mondo. Nella seconda lettura l’apostolo Giacomo distingue tra una sapienza terrena e una sapienza che viene dall’alto. La sapienza terrena porta ad impostare la vita sull’egoismo, cercando di soddisfarlo con i piaceri, il possesso delle cose, e il successo. La sapienza che viene dall’alto è quella che Gesù ci ha insegnato nella sua vita e porta ad impostare la vita sull’amore, facendosi carico dei bisogni e delle necessità degli altri, vivendo per gli altri. La sapienza terrena è suggerita dal maligno e genera divisione nel cuore dell’uomo, che vede il bene e l’approva ma poi fa il male. Insegna a vivere secondo la natura corrotta, seguendo le passioni ingannevoli. Chi è diviso in se stesso perché segue le passioni cattive, a sua volta genera intorno a se divisioni, liti e contese. In poche parole è a servizio del demonio che vuole dividere gli uomini da Dio, in se stessi e tra di loro per distruggerli. La sapienza di Dio genera invece unità e pace nel cuore, perché fa compiere all’uomo il bene che sa e approva. L’uomo che si lascia guidare dalla sapienza di Dio, cioè dalla carità di Gesù Cristo, vive nella pace e genera intorno a se pace, seminando giustizia.

La sapienza terrena in poche parole porta l’uomo a confidare in se stesso e a pensare e vivere come se la vita finisse con la morte. La sapienza che viene dall’alto invece aiuta l’uomo a confidare in Dio e nei suoi insegnamenti così che viva sulla terra nella prospettiva dell’eternità. Infatti la fine per gli empi che parlano nella prima lettura è la morte, invece per il giusto è la vita eterna.

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16 settembre 2018 – XXIII domenica del tempo ordinario B

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 50,5-9 – Salmo responsoriale: Sal 114 – 2lettura: Gc 2,14-18 – Vangelo: Mc 8,27-35.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Parola del Signore

Omelia

Il personaggio anonimo che parla nella prima lettura mostra di aver compreso che non poteva tirarsi indietro alle sofferenze senza tradire la missione che Dio gli stava affidando: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio/e io non ho opposto resistenza,/ non mi sono tirato indietro». La prima lettura riporta uno dei quattro brani del profeta Isaia, definiti canti del servo del Signore. Nel racconto del battesimo di Gesù, la voce del Padre cita esplicitamente uno di questi canti, quando dice rivolgendosi al Figlio: «In te mi sono compiaciuto». Alla luce di questi brani profetici Gesù ha compreso nella sua coscienza umana che doveva andare incontro alla croce.

Per questo dopo che i discepoli per bocca di Pietro riconoscono Gesù il Cristo atteso, egli incomincia a parlare della sua croce: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…». Gesù deve andare incontro alla croce, perché solo così può manifestare in pienezza l’amore di Dio per noi. Dio infatti ha mandato il Figlio nel mondo per salvarci condividendo in tutto la nostra condizione umana, anche nelle esperienze negative derivanti dal peccato, come la sofferenza e la morte. Andando incontro alla croce, Gesù dimostra di amarci sul serio non a parole ma con i fatti, poiché ci ama anche quando amarci è pesante e doloroso. Nello stesso tempo, subendo la croce, Gesù ci insegna che è meglio subire il male che farlo, e ci mostra che la potenza di Dio è l’amore. Dio infatti, come proclama il Salmista, è per sua natura misericordioso, pietoso e giusto, cioè è tenero come una madre verso i figli, si china sugli uomini in difficoltà e li salva. Gesù subendo sulla croce la cattiveria, la sofferenza e la morte, conseguenza del peccato, vince il peccato e la morte risorgendo ad una vita che non avrà mai fine.

Pietro non comprende la croce, perché ragiona secondo la mentalità umana e non secondo Dio. Per questo si fa avanti e rimprovera Gesù, come se fosse lui il maestro e Gesù il discepolo. Gesù lo apostrofa con severità: «Va’ dietro a me, Satana!». Gesù vuole dirgli di stare al suo posto di discepolo, senza fare il maestro, perché facendo il maestro inconsapevolmente si è reso strumento di satana. Ogni volta che mettiamo in discussione gli insegnamenti di Gesù, soprattutto il suo amore crocifisso, che noi dobbiamo imitare, siamo sotto la suggestione del demonio, il quale, come voleva impedire a Gesù che manifestasse l’amore di Dio nella sua croce, così ora vuole impedire a noi che manifestiamo quest’amore nelle nostre croci.

Gesù allora afferma chiaramente che se vogliamo essere suoi discepoli, dobbiamo seguirlo sul cammino della croce, cioè dell’amore ad oltranza, anche a costo della sofferenza e della morte: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Se nel mondo fossimo tutti in comunione con Dio, tutti cresciuti armonicamente, tutti santi, tutti perfetti, non ci sarebbe alcuna croce. Ma siccome dobbiamo amare in una umanità che porta le ferite del peccato, perché l’amore di Dio si manifesti in noi in tutta la sua autenticità, più volte siamo chiamati ad accettare la croce. Nel caso di Gesù la croce è dipesa dai nostri peccati e dalla cattiveria umana. Gesù non poteva sottrarsi alla croce senza mancare di amore per noi. Nel caso nostro la croce assume forme diverse. A volte sono le persone che ci stanno accanto che diventano croce. Se le scaricassimo, mancheremmo di amore nei loro confronti. Altre volte si tratta di sofferenze fisiche o morali, che ci spingono alla ribellione verso Dio. Se lo facessimo, mancheremmo di amore nei suoi riguardi. Tutto ciò che non possiamo scaricare senza mancare di amore, è una croce che siamo chiamati a prendere sulle nostre spalle con l’amore di Gesù. Chi pensa di salvare la propria vita, scaricando la croce, rinunciando cioè ad amare quando costa, alla fine perderà la vita. Al contrario chi perde la sua vita facendosi carico della croce, ovvero amando quando è faticoso amare, la salverà. La croce è la via per risorgere con Gesù alla vita eterna. Gesù ha accettato di donare la vita sulla croce, perché già era vissuto spendendo la vita per gli altri. Se crediamo veramente che Gesù è il Cristo, è conseguenziale che sperimentiamo l’amore di Dio nella nostra vita e lo seguiamo sulla via dell’amore che si spende per gli altri, soprattutto per i deboli e gli ultimi. La seconda lettura ci ricorda che la fede è autentica quando opera per mezzo dell’amore: «Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta». Se diamo alla nostra esistenza l’impostazione di fondo di vivere come Gesù non per se stessi ma per gli altri, allora riusciremo anche ad accettare la croce quando si presenterà.

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9 settembre 2018 – XXIII domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 35,4-7 – Salmo responsoriale: Sal 145 – 2lettura: Gc 2,1-5 – Vangelo: Mc 7,31-37.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Parola del Signore

Omelia

Nella prima lettura il profeta annuncia la venuta del Signore in mezzo al suo popolo, che sarà accompagnata dai miracoli di guarigione: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi/e si schiuderanno gli orecchi dei sordi./Allora lo zoppo salterà come un cervo,/griderà di gioia la lingua del muto». Le malattie, come ogni altro male, sono conseguenza del peccato, con cui gli uomini si sono distaccati da Dio. Il Signore viene a riprendere possesso della sua creazione, guastata dal peccato degli uomini. Gesù cita questo passo profetico dell’Antico Testamento per rispondere agli inviati di Giovanni il Battista che gli domandavano: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Quindi costituisce la chiave di lettura per comprendere Gesù e la sua missione. La predicazione di Gesù è accompagnata dalle guarigioni delle malattie e dalla liberazione degli indemoniati, perché viene a instaurare il regno di Dio nel mondo. La sua preoccupazione principale pertanto è quella di riconciliare gli uomini con Dio Padre, di ristabilire la comunicazione tra Dio e gli uomini interrotta dal peccato.

I Padri della chiesa hanno visto nella guarigione del sordomuto, narrata nel vangelo di oggi, un’immagine dell’apertura del cuore a Dio. Il peccato ci impedisce di comunicare con Dio, perché rende insensibile il nostro cuore alla sua parola. Abbiamo orecchie ma non udiamo la sua parola, abbiamo la bocca ma non sentiamo il bisogno di rivolgerci a lui. Nel battesimo c’è il rito dell’effatà, chiamato così proprio in riferimento al miracolo compiuto da Gesù sul sordomuto, poiché al momento di guarirlo pronunciò la parola ‘effatà’, che significa ‘apriti’. Il sacerdote tocca le orecchie e la bocca del battezzato, esprimendo l’augurio che possa ascoltare la parola di Dio e possa fare la professione di fede in lui. Senza l’intervento di Gesù non è possibile comunicare con Dio come vuole lui. Anche un ateo, certo, può ascoltare la parola di Dio, ma non la riconosce parola di Dio. Anche il seguace di una religione diversa da quella cristiana può rivolgersi a Dio, ma solo chi segue Gesù parla a Dio come fa un figlio con suo padre. Questa guarigione che Gesù viene ad operare in noi si realizza mediante il dono della fede. Con il ristabilimento della comunicazione personale tra Dio e gli uomini incomincia la restaurazione della creazione e il regno di Dio nel mondo. In realtà la regalità di Dio sul mondo non è venuta mai meno, come ricorda il Salmista, perché Dio non ha mai cessato di operare nella storia umana, difendendo e prendendosi cura dei deboli e degli esclusi. Ma con la venuta di Gesù la regalità di Dio sul mondo diventa incisiva e visibile. La gente semplice intuisce che Gesù è Dio venuto a restaurare la sua creazione, quando davanti ai miracoli esclama: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Queste parole richiamano il racconto della creazione, quando Dio, contemplando le sue opere, vide che erano cosa buona. Adesso sono gli uomini che, contemplando le opere di Dio compiute da Gesù, esclamano che sono cosa buona. Quest’opera di restauro non è facile, perché la natura umana guastata dal peccato fa resistenza. Il sospiro di Gesù all’atto di guarire il sordomuto manifesta la resistenza che incontra da parte dell’uomo peccatore, ma anche la sua pazienza nella lotta contro il male.

Con la venuta di Gesù il regno di Dio ha il suo spazio visibile nella comunità cristiana, formata da tutti quelli che credendo in Gesù sono diventati figli di Dio. Tuttavia, poiché i cristiani vivono in questo mondo e possono lasciarsi influenzare dalla mentalità del mondo, non sempre sono espressione del regno di Dio. Giacomo rimprovera i destinatari perché si sono lasciati prendere da favoritismi personali, onorano i ricchi e disonorano i poveri come avveniva nella società del tempo. I cristiani invece devono comportarsi come Dio il quale da buon padre di famiglia vuole bene a tutti i figli indistintamente, ma per parificare le disuguaglianze predilige i figli più deboli, chiamandoli ad entrare nel suo regno: «Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?». Da quanto detto comprendiamo che la fede ci apre gli orecchi per udire la parola di Dio, ci apre la bocca per fare la professione di fede, ci apre gli occhi per valutare le cose come fa Dio. Ma sappiamo anche che dobbiamo curare la fede costantemente, perché può diminuire o estinguersi del tutto e così veniamo assorbiti dalla mentalità del mondo.

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2 settembre 2018 – XXII domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Dt  4,1-2.6-8 – Salmo responsoriale: Sal 14 – 2lettura: Gc 1,17-18.21-22.27 – Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:“Questo popolo mi onora con le labbra,ma il suo cuore è lontano da me.Invano mi rendono culto,insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».



Parola del Signore

Omelia

La purezza, ci dice Gesù, non è questione di igiene corporale ma di igiene del cuore. Io mi posso lavare con i detergenti più efficaci, ma se nel cuore lascio attecchire pensieri cattivi, sono completamente impuro agli occhi di Dio. Quando parlo di pensieri cattivi non mi riferisco solo a quelli che riguardano la sfera sessuale, ma ai pensieri cattivi di ogni sorta. Tutta la nostra relazione con Dio si gioca nel cuore, che è la nostra coscienza, la nostra nuda personalità. «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». Dal cuore nascono i pensieri, che poi diventano parole ed azioni. Se sono pensieri cattivi, tutta la nostra vita sarà nell’impurità, cioè sotto la riprovazione di Dio. Se sono pensieri buoni, tutta la nostra vita sarà nella purità, cioè sotto la compiacenza di Dio.

Gli scribi e i farisei, poiché non si preoccupavano veramente di essere graditi a Dio ma di sembrare religiosi agli occhi della gente, trascuravano i comandamenti di Dio e osservavano le norme di purità appartenenti alla tradizione religiosa umana. Trascuravano la giustizia, la misericordia e la fedeltà ma stavano attenti a pagare le decime, ad astenersi da alcuni cibi, a lavarsi le mani e osservare altre norme simili.   Alcune di queste norme sono confluite nella Scrittura, in particolare nel libro del Levitico. Questo fatto manifesta la condiscendenza di Dio che raggiunge e accetta gli uomini così come sono per condurli un po’ alla volta ad essere come li vuole. Difatti Dio, mediante l’insegnamento dei suoi comandamenti e mediante la predicazione profetica, aiuterà il popolo a capire in che cosa consistano veramente la purità e l’impurità. Per essere puri bisogna compiere il bene, aiutando soprattutto i deboli e i bisognosi, ed evitare il male, che ci viene propinato dalla mentalità di questo mondo: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo».

Visto che il bene e il male dipendono dal nostro cuore, dobbiamo vigilare su di esso perché non concepisca pensieri cattivi ma solo pensieri buoni. Il cibo buono per il cuore è la parola di Dio, che si trova già iscritta nella nostra natura e poi è stata piantata ancora una volta nel nostro cuore al momento del battesimo: «Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza». Dobbiamo nutrirci della parola di Dio contenuta nelle Scritture, accogliendola con docilità, cioè senza metterla in discussione e guardandoci dalla tentazione di modificarla a nostro piacimento: «Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo». Infatti solo la parola di Dio ci insegna integralmente il bene che dobbiamo fare e il male che dobbiamo fuggire. E la parola di Dio attecchisce e cresce portando frutto solo quando trova un cuore docile che si fida di Dio.

In conclusione, la purezza è un dono di Dio a tutti quelli che credono in lui, prendendo sul serio la sua parola. La purezza ci rende simili a Gesù Cristo, che è l’immagine del Dio invisibile, perché ci fa amare come lui. Infatti fa risaltare in noi l’immagine e la somiglianza divine, che il peccato aveva oscurato. Solo i puri di cuore, ci ricorda il Salmista, oggi entrano in comunione intima con Dio, e come promette Gesù, un giorno godranno della luce del volto di Dio nel paradiso.

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26 agosto 2018 – XXI domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Gs 24,1-2-15-17.18 – Salmo responsoriale: Sal  33 – 2lettura: Ef 5,21-32 – Vangelo: Gv 6,60-69.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Parola del Signore

Omelia

Le domeniche precedenti abbiamo ascoltato che la folla dei Giudei non comprende e non accetta le parole di Gesù sul pane vivo disceso dal cielo. Da questo episodio del vangelo apprendiamo che intorno a Gesù ci sono la folla, i discepoli e i Dodici. La folla segue Gesù per simpatia umana e per i miracoli che compie, ma non accoglie i suoi insegnamenti. I discepoli sono quelli che hanno preso la decisione di seguire Gesù, di lasciarsi guidare e ammaestrare da lui. I Dodici sono i discepoli più intimi.

Oggi ascoltiamo che anche molti dei suoi discepoli non accettano il discorso di Gesù e non vanno più con lui. Gesù non cambia di una virgola quello che ha detto, perché le sue parole sono fonte di vita eterna. E siccome ci vuole bene e ci vuole donare la vita eterna, non può modificare le sue parole secondo i nostri gusti. Questo comportamento deve farci riflettere su quanti nella chiesa oggi annacquano le parole di Gesù, con il proposito di avvicinare i lontani. Ma a chi li avvicinano? Se annacquano le parole di Gesù, non li avvicinano certamente a lui. E poi cosa gli offrono con un vangelo che ha perso il suo sapore? Una gratificazione immediata forse ma non la vita eterna. Solo mettendoci a seguire Gesù come discepoli e accogliendo le sue parole integralmente potremo avere la vita eterna.

A questo punto Gesù sollecita i Dodici, i discepoli più intimi a prendere una decisione, se continuare a seguirlo o meno. Pietro a nome di tutti dà a Gesù la risposta della fede: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Per poter credere in Gesù c’è bisogno dello Spirito Santo che il Padre vuole donare a tutti quelli che sono disponibili a lui. Lo Spirito Santo crea una corrispondenza tra noi e Gesù mediante la fede. Senza lo Spirito Santo la nostra intelligenza non è in grado di accettare e comprendere quello che dice Gesù, sul battesimo che è una nuova nascita, sul matrimonio che rende l’uomo e la donna una cosa sola, sul pane vivo disceso dal cielo che dà la vita eterna. Questo vuole dire Gesù affermando: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita».

Mediante la fede noi crediamo e conosciamo che Gesù è il Figlio di Dio e accogliamo le sue parole non come parole di uomini ma come sono veramente parole di vita eterna.

Anche se noi già crediamo in Gesù, non dobbiamo sentirci completamente al sicuro. Abbiamo ascoltato che molti dei suoi discepoli cessano di seguirlo. I Dodici fanno la professione di fede, ma uno di loro in seguito si pervertirà diventando il traditore di Gesù. Anche nella prima lettura il popolo d’Israele, sollecitato da Giosuè, si impegna a servire il Signore. Ma se leggiamo il seguito della storia vediamo che il popolo non mantiene fede a questo impegno, perché si rivolgerà agli idoli.

Questo ci insegna che dobbiamo confermare ogni giorno la nostra decisione di seguire Gesù nella lotta contro lo spirito del mondo. In quanto discepoli di Gesù siamo chiamati ad amare come lui, invece il mondo ci suggerisce di vivere in modo egoistico. L’amore di Gesù è un amore che si fa dono e servizio al prossimo. L’apostolo lo chiama sottomissione, perché spinge a farsi carico dei bisogni e delle necessità del prossimo. Quest’amore sottomesso deve esprimersi innanzitutto nella coppia che è la cellula della chiesa. Quando Paolo dice alle mogli che devono stare sottomessi ai mariti come fa la chiesa con Cristo e ai mariti che devono amare le mogli come Cristo ama la chiesa, sta chiedendo ad entrambi la stessa cosa. L’amore di Cristo è un amore sottomesso, come dimostra lavando i piedi ai discepoli. E’ sottomesso ai bisogni del prossimo di cui si prende cura. Difatti l’apostolo ha premesso all’inizio un’esortazione che vale per tutti: «Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri». Anzi sta chiedendo ai mariti di fare di più, perché è più l’amore di Gesù per la chiesa di quello della chiesa per Gesù. E poi la chiesa riesce ad amare Gesù solo mediante l’amore che riceve da Gesù stesso. Probabilmente Paolo e quelli che lo ascoltavano non avevano una chiara coscienza di questa uguaglianza tra sottomissione e amore di Cristo nella vita matrimoniale, ma l’aveva certamente lo Spirito Santo che lo ispirava e che oggi la fa cogliere a noi.

Il Salmista infine ci dice che non è indifferente scegliere o meno di seguire Gesù: «Il male fa morire il malvagio/e chi odia il giusto sarà condannato./Il Signore riscatta la vita dei suoi servi;/non sarà condannato chi in lui si rifugia». Seguendo lui diventiamo veramente giusti, viviamo sotto lo sguardo protettivo di Dio e non andiamo incontro alla condanna nel giudizio finale, scegliere di non seguirlo significa rimanere nel male che è in noi, e privarsi della protezione di Dio, andando incontro ad un giudizio di condanna.

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19 agosto 2018 – XX domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Pr 9,1-6 – Salmo responsoriale: Sal 33(34) – 2lettura: Ef 5,15-20 – Vangelo: Gv 6,51-58.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore

Omelia

Sono ormai alcune domeniche che stiamo seguendo il discorso di Gesù sul pane vivo disceso dal cielo. Nel vangelo di oggi abbiamo la conclusione di questo discorso, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao. Abbiamo detto che Gesù stesso è il pane vivo disceso dal cielo che si dona in nutrimento come parola e come eucaristia. Nella prima parte del suo discorso Gesù ha insistito sulla parola, che bisogna accogliere con fede, nel vangelo di oggi insiste sull’eucaristia. Gesù parla di mangiare la sua carne e bere il suo sangue, e si riferisce senza ombra di dubbio al sacramento dell’eucaristia che egli avrebbe istituito nell’ultima cena. In questo sacramento Gesù sotto le specie del pane e del vino dona in cibo la sua carne e il suo sangue immolati sulla croce, cioè tutto sé stesso. Nel linguaggio biblico la carne e il sangue indicano l’individuo vivente. Al catechismo ci veniva insegnato che nell’eucaristia è presente Gesù Cristo in corpo, sangue, anima e divinità.

Ma dove possiamo nutrirci di Gesù, parola ed eucaristia?

Nella prima lettura abbiamo ascoltato la sapienza di Dio che invitava gli uomini al suo banchetto: «Venite, mangiate il mio pane,bevete il vino che io ho preparato». La sapienza di Dio è Gesù Cristo che invita a partecipare alla santa messa, il banchetto in cui dona in cibo sé stesso. La santa messa è divisa in due momenti, il primo si chiama liturgia della parola e il secondo liturgia eucaristica. Nella liturgia della parola Gesù si dona in cibo appunto come parola che rivela il Padre e fa conoscere il suo progetto di salvezza e le esigenze del suo amore. Nella liturgia eucaristica Gesù si rende presente nel pane e nel vino consacrati con il suo corpo e il suo sangue, per comunicare l’amore di Dio. Nutrendoci della parola impariamo ad entrare in relazione personale con il Signore, impariamo il timore del Signore, cioè a mettere Dio al centro della nostra vita, come diceva il salmista, assimiliamo il modo di pensare di Gesù Cristo. Nutrendoci dell’eucaristia sperimentiamo l’amore di Dio che si è rivelato e donato in Gesù Cristo e diventiamo partecipi della vita divina. Nella santa messa nutrendoci della parola e dell’eucaristia, veniamo ricolmati di Spirito Santo, come diceva l’apostolo nella seconda lettura, e diventiamo una cosa sola con Gesù e con Dio Padre, come evidenziava Gesù nel vangelo: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me».

Se le cose stanno così, perché diversi cristiani pur partecipando alla messa non vengono trasformati dalla parola di Dio e dall’eucaristia?

La parola di Dio e l’eucaristia non agiscono in modo magico ma per essere efficaci richiedono la nostra conversione. Se io partecipo alla messa e la parola di Dio mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro, la comunione che vado a prendere non porterà frutto nella mia vita. Prima devo accogliere con fede la parola di Dio, devo imparare a mettere Dio al centro della mia vita, cioè il timore del Signore, allora la comunione che ricevo incomincerà a portare frutto in me. In poche parole partecipando alla messa durante la liturgia della parola dobbiamo disintossicarci dal male, rinunciando alla mentalità del mondo. Per esempio se finora io ho praticato o anche solo approvato l’aborto, il divorzio, la convivenza, la contraccezione, i matrimoni gay, l’eutanasia, se mi voglio accostare alla comunione devo prima convertirmi rinunciando a queste cose che sono in contrasto con il modo di pensare di Dio. Se non lo faccio, vuol dire che Dio non è al centro della mia, non è la mia guida. E se nonostante ciò mi accostassi alla comunione, il sacramento non porterebbe frutto nella mia vita. L’eucaristia non porta frutto senza conversione, e la conversione avviene quando rinunciamo alla mentalità del mondo e seguiamo la mentalità di Dio. Quando la nostra partecipazione alla messa è autentica, lo si vede da come viviamo. Chi si è nutrito della parola e del corpo del Signore e vive in comunione con lui, si preoccupa di fare buon uso del tempo presente nella prospettiva della vita eterna e quindi di capire e di mettere in pratica giorno per giorno, momento per momento la volontà del Signore.

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15 agosto 2018 Assunzione al cielo della B.V. Maria

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Ap 11,19; 12,1-6.10 – Salmo responsoriale: Sal 44 – 2lettura: 1Cor 15,20-26 – Vangelo: Lc 1,39-56.

Dal Vangelo secondo Luca

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».Allora Maria disse:

«L’anima mia magnifica il Signore

e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.

D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente

e Santo è il suo nome;

di generazione in generazione la sua misericordia

per quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,

ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,

ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,

ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,

ricordandosi della sua misericordia,

come aveva detto ai nostri padri,

per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Parola del Signore

Omelia

I vangeli sono molti parchi quando parlano della Madonna. Ma se li sappiamo leggere con attenzione ci dicono l’essenziale. Nel presente brano, Elisabetta dice alla Madonna: «Benedetta tu fra le donne», e «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». In queste due affermazioni da una parte si parla dell’opera di Dio che ha benedetto Maria, scegliendola quale madre del Cristo Signore, e ricolmandola del suo Spirito, dall’altra si dice come la Madonna ha corrisposto a Dio, credendo che avrebbe portato a termine la sua opera.

Quello che Dio ha fatto in Maria, lo ha fatto anche in noi nel battesimo come dice Paolo nel famoso inno cristologico della lettera agli Efesini: «Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». Siamo chiamati a corrispondere all’opera di Dio con la stessa fede della Madonna, credendo che Dio porterà a compimento quello che ci ha promesso.

Nella presente solennità celebriamo la salvezza definitiva della Madonna, che è stata assunta alla gloria dei cieli in anima e in corpo. La Madonna ha avuto un compito unico nella storia della salvezza, in quanto madre e collaboratrice di Gesù Cristo nostro salvatore. Per questo ha avuto anche il privilegio di essere assunta subito dopo la morte alla gloria dei cieli in anima e in corpo come il figlio suo Gesù. Quello che è avvenuto in Gesù e in Maria da subito, per noi credenti, come ci ricorda l’apostolo nella seconda lettura, avverrà alla venuta di Cristo: «Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo». Già possediamo le primizie della salvezza mediante il battesimo e gli altri sacramenti, che ci comunicano lo Spirito Santo di Dio. Già siamo passati dalla morte del peccato alla vita nuova di Gesù Cristo. Aspettiamo ancora la salvezza piena e definitiva, quando anche i nostri corpi soggetti alla morte e alla corruzione saranno liberati.

In questo tempo di attesa siamo sottoposti alla persecuzione del maligno che cerca di far venir meno la nostra fede. La prima lettura allude a questa lotta quando parla della donna perseguitata dal dragone. La donna raffigura insieme la Madonna e la comunità cristiana, il drago raffigura il demonio e quelli che lo seguono, perseguitando i credenti. La sorte del drago è segnata, non può far niente al figlio della donna che viene rapito verso il trono di Dio e non può far niente alla donna che Dio protegge nel deserto di questa vita. Dio lo ha già vinto nella morte e risurrezione di Gesù, come ricorda la voce potente nel cielo: «Ora si è compiuta la salvezza,/la forza e il regno del nostro Dio/e la potenza del suo Cristo». Allora prende di mira noi, singoli credenti, per allontanarci da Dio e condurci alla perdizione. Il demonio ci combatte servendosi del mondo, di quella parte di umanità che in ogni generazione porta avanti su suo suggerimento una mentalità e un modo vi vivere contrario alla volontà di Dio. Si diceva nella visione che trascinava un terzo delle stelle e le precipitava sulla terra. Sono tutti i credenti che è riuscito ad ingannare e ad allontanare da Dio.

Da noi stessi con le nostre forze non potremo mai vincere nella lotta contro il potere delle tenebre. La parola di Dio ci ha detto che il drago è stato già sconfitto da Gesù e non può prevalere contro la sua chiesa. Possiamo resistergli e vincerlo solo rimanendo saldi nella fede, attaccati a Gesù e alla Madonna, vivendo inseriti nella comunità dei credenti.

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12 agosto 2018 – XIX domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Re 19,4-8 – Salmo responsoriale: Sal 33 – 2lettura: Ef 4,30-5,2 – Vangelo: Gv 6,41-51.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Parola del Signore

Omelia

Nel vangelo di oggi continua il discorso di Gesù sul pane della vita. Abbiamo detto che Gesù è pane della vita innanzitutto in quanto parola che rivela Dio Padre. Ma Gesù è pane della vita anche perché dona in cibo la sua carne e il suo sangue. Infatti il vangelo di oggi si concludeva con l’affermazione di Gesù: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». La prossima domenica Gesù svilupperà meglio questo argomento. Intanto Gesù spiega che per potersi nutrire di lui, parola di Dio ed eucaristia bisogna credere in lui. Ora la fede, come sottolinea Gesù, è un dono di Dio: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato». Visto che ci sono persone che credono ed altre che non credono, potremmo pensare che ciò dipenda da Dio il quale ad alcuni dona la fede e ad altri noi. Ma Dio vuole la salvezza di tutti e quindi vuole donare la fede a tutti. Tuttavia non tutti sono disponibili ad accogliere questo dono. Perché Dio possa attirare a Gesù, facendo nascere la fede, bisogna avere un cuore povero. L’uomo che parla nel Salmo si presenta come un povero del Signore. E Gesù proclama beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli. La povertà in spirito di cui si parla spesso nella Scrittura non indica una situazione economica ma un atteggiamento dell’anima. I poveri in spirito sono umili, aperti e disponibili a Dio, per cui può ammaestrarli interiormente e condurli a Gesù. Mediante la fede noi ci consegniamo a Gesù, nutrendoci della sua parola e della santa eucaristia, perché ci renda simili a lui. Infatti il fine immediato della vita cristiana, come ci ricorda l’apostolo, è l’imitazione di Dio. E siccome Dio si è rivelato in Gesù, bisogna diventare simili a Gesù: «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi». Nel cammino della vita cristiana facciamo esperienze gioiose ed esperienze dolorose. L’uomo che parla nel salmo ha fatto un’esperienza gioiosa, perché ha gridato al Signore mentre si trovava in difficoltà e il Signore lo ha liberato: «Ho cercato il Signore: mi ha risposto/e da ogni mia paura mi ha liberato». Per questo vuole fare del resto della sua vita una lode al Signore e racconta la sua esperienza perché quelli che credono come lui si rallegrino nel Signore.

Elia invece sta vivendo un’esperienza dolorosa. Deve fuggire perché la regina Gezabele cerca di farlo morire. E’ talmente stanco delle difficoltà che si trova a vivere da chiedere a Dio di farlo morire: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Dio manda il suo angelo che gli porta del cibo e lo incoraggia a mangiare per ben due volte: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Nei momenti di sconforto e di smarrimento, abbiamo bisogno di nutrirci con più abbondanza di Gesù, parola ed eucaristia. Solo lui può darci la forza di rialzarci e riprendere il cammino. Con lui i momenti di dolore si trasformano in gioia, perché in un modo o nell’altro ci libera sempre. A volte ci libera subito, altre volte ci insegna a saper aspettare la liberazione, perché vuole donarci una gioia più grande.

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5 agosto 2018 – XVIII domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Es 16,2-4.12-15 – Salmo responsoriale: Sal 77 – 2lettura: Ef 4,17.20-24 – Vangelo: Gv 6,24-35.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Parola del Signore

Omelia

Nel vangelo di oggi risuona forte l’esortazione di Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura ma per il cibo che rimane per la vita eterna».

Quest’esortazione è simile a quella che Gesù fece in un’altra occasione: «Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta», riferendosi al cibo e al vestito.

Ma che cos’è questo cibo che rimane per la vita eterna e che viene chiamato anche regno di Dio?

E’ Gesù stesso, il quale dice: «Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». Gesù è il pane della vita capace di appagare i desideri fondamentali della nostra esistenza. Non c’è nulla delle cose create che può soddisfarli. Solo Gesù può saziare la nostra fame e sete di conoscere il senso della vita, di essere amati e perdonati in modo perfetto, di vivere una vita felice e senza fine. Con la sua esortazione Gesù ci vuole far capire che non siamo solo corpo, ma abbiamo un’anima creata ad immagine e somiglianza di Dio che è inquieta finché non riposa in lui. Pertanto se Gesù ci fa dei doni è perché vuole attirarci a sé. Se noi cerchiamo Gesù non per sé stesso ma per i doni che ci fa, rimarremo nella nostra insoddisfazione. E’ quello che Gesù vuol far capire alla gente della moltiplicazione dei pani che lo cerca per avere ancora di quei pani che saziano lo stomaco. E così facendo si comporta come gli israeliti nel deserto. Costoro, pur avendo visto tanti interventi prodigiosi di Dio a loro favore, non riuscivano mai ad entrare in relazione di fede con lui. A quelli che credono in lui Gesù dona in cibo sé stesso.

Ma in che modo Gesù può nutrire gli uomini di sé stesso?

Nel vangelo di oggi Gesù inizia un lungo discorso in cui si presenta come pane vivo disceso dal cielo, in due modi, prima come parola e poi come eucaristia, che è il sacramento del suo corpo e del suo sangue. Il vangelo di oggi riporta la prima parte del discorso: Gesù è pane vivo disceso dal cielo in quanto parola che rivela il mistero di Dio e della nostra vita. Siamo chiamati a nutrirci di Gesù ascoltando la sua parola, meditandola nel nostro cuore, desiderando per la nostra vita quello che dice. La parola di Gesù agisce sulla nostra mente, sulle nostre convinzioni e ci convince a vivere come lui. Infatti mediante il nutrimento della sua parola Gesù vuole renderci simili a sé. Solo se amiamo come Gesù possiamo realizzarci davvero nella vita e vivere nella pace.

Per accogliere la parola di Gesù in noi dobbiamo credere in lui e rifiutare la mentalità del mondo, dominato dal maligno. Quando la parola di Gesù ci raggiunge non ci trova pienamente disponibili, anche se crediamo in lui. In noi ci sono altre parole, altri suggerimenti, altre convinzioni, che non corrispondono con quelle di Gesù. Dobbiamo pertanto togliere da noi questa mentalità sbagliata che corrisponde all’uomo vecchio, che non è mai soddisfatto perché segue le passioni ingannevoli. Si tratta di quelle passioni che promettono una felicità che non possono donare, in quanto spingono a vivere in modo egoistico. Nell’egoismo non c’è mai felicità. La seconda lettura pertanto dice che dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio e rivestire Gesù Cristo, l’uomo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità, che cioè ama come lui. Questo passaggio è già avvenuto nel battesimo ma noi dobbiamo prenderne coscienza e ratificarlo giorno per giorno con le nostre scelte, rifiutando l’egoismo ed amando come Gesù. Dio ci ha fatti uscire dalla schiavitù dell’Egitto nel battesimo, dobbiamo stare attenti nelle prove a non pensare come gli israeliti nel deserto che la soluzione in quel momento sia ritornare in Egitto.

Come comunità cristiana abbiamo il dovere di non tenere nascosto quello che Dio fa per noi, perché i nostri figli e i lontani conoscano le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Se nell’Antico Testamento Dio ha nutrito gli israeliti durante il pellegrinaggio nel deserto con la manna, nel Nuovo Testamento nutre i cristiani con il vero pane del cielo Gesù Cristo, nostro Signore. La manna nutriva il corpo, perché non morisse, Gesù Cristo ci nutre donandoci la vita eterna.

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29 luglio 2018 – XVII domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: 2 Re 4, 42-44 – Salmo responsoriale: Sal 144  – 2lettura: Ef 4,1-6 – Vangelo: Gv 6,1-15.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Parola del Signore

Omelia

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22 luglio 2018 – XVI domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 23,1-6 – Salmo responsoriale: Sal 22(23)  – 2lettura: Ef 2,13-18 – Vangelo: Mc 6,30-34.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.



Parola del Signore

Omelia

Gesù prova compassione per la folla che lo cerca, «perché erano come pecore che non hanno pastore». I pastori c’erano ma, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, non facevano il loro dovere. Il Signore quindi preannunciava che avrebbe mandato dei pastori che si sarebbero presi cura del suo popolo, ma soprattutto preannunciava la venuta del pastore per eccellenza, il Messia: «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,che regnerà da vero re e sarà saggioed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra». Gesù è il pastore promesso, venuto a radunare i figli di Dio non solo dal popolo d’Israele, ma, come ci ricorda la seconda lettura, anche dagli altri popoli: «Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini».

La prima cosa che Gesù si preoccupa di fare come pastore è l’insegnamento: «Si mise ad insegnare loro molte cose». Per Gesù l’insegnamento della parola di Dio ha il primato su tutto. Al contrario i discepoli che ancora hanno bisogno di progredire nella fede, pensano che siano più importanti le espulsioni dei demoni e le guarigioni. Infatti ritornando dalla missione riferiscono a Gesù prima quello che hanno fatto e poi quello che hanno insegnato. Gesù evidenzia il primato della parola di Dio anche in altre occasioni, per esempio quando dice a Marta che Maria si è scelta la parte migliore in quanto si è posta in ascolto della sua parola, e quando alle persone che lo cercano dopo la moltiplicazione dei pani risponde esortandoli a cercare il cibo che dura per la vita eterna, ovvero la parola di Dio.

Dopo l’insegnamento della parola, l’altro grande servizio compiuto da Gesù è quello di riconciliare gli uomini con Dio. Gesù ci riconcilia con la sua morte e risurrezione. Con la morte elimina i nostri peccati, con la risurrezione ci dona lo Spirito Santo. Noi usufruiamo di questa salvezza nel battesimo venendo innestati nel corpo di Gesù Cristo morto e risorto: «Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito». Il corpo di Gesù Cristo non è costituito solo dall’individuo Gesù di Nazareth ma anche da tutti i battezzati, che sono innestati a lui come i tralci alla vite. Questo corpo è la chiesa. Quindi se vogliamo appartenere al gregge di Gesù Cristo dobbiamo seguire la sua parola e dobbiamo vivere in comunione con il suo corpo che è la chiesa. Allo stesso modo i pastori della chiesa per essere pastori autentici che non fanno perire il gregge di Cristo, devono nutrirlo con la sua parola e farlo vivere in comunione con la sua chiesa. Se prendiamo sul serio la parola di Gesù vivendo in comunione con la sua chiesa, allora, come dice il Salmo, sperimenteremo che il Signore si prende cura di noi, ci guida per il giusto cammino, ci aiuta e difende nei pericoli, ci fa suoi commensali nella santa messa, ci chiama a stare nella sua casa per l’eternità.

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15 luglio 2018 – XV domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Am 7,12-15 – Salmo responsoriale: Sal 84(85) – 2lettura: Ef 1,3-14 – Vangelo: Mc 6,7-13.

Omelia

Dio ha fatto su di noi un progetto di salvezza. Ci ha pensati sin dall’eternità per essere santi e immacolati nell’amore, per essere cioè simili a lui. Ci ha predestinati per essere suoi figli adottivi. E siccome il peccato ha guastato la sua creazione, Dio è intervenuto a liberarci dai peccati. Al centro di questo progetto di Dio c’è Gesù Cristo, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Dio pensa e fa ogni cosa per mezzo di Gesù Cristo, così ci dice l’apostolo Paolo nella seconda lettura. E’ lo stesso Gesù Cristo che, facendosi uomo come noi, ci fa conoscere il progetto salvifico di Dio. Dio incomincia a realizzare il suo progetto per noi nel battesimo, che è il sacramento che ci mette in relazione vitale con Gesù e quindi con Dio. Nella seconda lettura all’inizio, quando si dice che Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, e alla fine quando si parla del sigillo dello Spirito, si allude al battesimo e alla cresima, che venivano amministrati insieme. Dio per mezzo di Gesù Cristo risorto che siede nei cieli alla destra del Padre ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, cioè con il dono dello Spirito Santo. Alla fine dell’inno si dice che lo Spirito Santo è caparra, cioè garanzia e impegno da parte di Dio a completare per noi la sua opera di salvezza.

Il Signore Gesù, nostra vita inseparabile, vuole che noi suoi amici andiamo nel mondo a farlo conoscere da quelli che non lo conoscono. Per questo nel vangelo di oggi Gesù manda i dodici apostoli a predicare il vangelo e quindi a portare gli uomini all’incontro con lui. Gli apostoli predicavano che la gente si convertisse, cioè si volgesse ad incontrare Dio che si è fatto uno di noi in Gesù Cristo.

Gesù li manda a due a due e comanda loro di portare con se lo stretto necessario. Poi ordina loro una volta recatisi in un luogo di restare nella casa che li accoglierà. Nel passo parallelo di Matteo Gesù comanda ai suoi di non passare di casa in casa. Quello che Gesù fa e dice in questo caso non va preso alla lettera ma a senso. Gesù li manda a due a due, perché due persone sono più credibili di una sola, e oggi come allora perché una testimonianza sia credibile si richiedono almeno due testimoni. Quindi con il suo comportamento ci sta dicendo che non dobbiamo mai perdere il legame con la comunità. Infatti come ci chiama a seguirlo non da soli ma in una famiglia, così ci manda a rendergli testimonianza non da soli ma come figli di una grande famiglia che è la chiesa. Riguardo allo stretto necessario Gesù vuole che noi suoi discepoli conduciamo una vita sobria, facendo uso dell’essenziale, senza attaccarci alle cose del mondo e senza approfittare della bontà degli altri. Con la nostra vita semplice e sobria dobbiamo dimostrare che confidiamo nel Signore, che il Signore è la nostra unica ricchezza, è colui che dà senso alla nostra vita. Purtroppo non sempre facciamo così. Abbiamo ascoltato nella prima lettura il diverbio tra il sacerdote Amasia e il profeta Amos. Amasia concepisce il servizio sacerdotale come un mestiere e pensa che anche Amos concepisca il compito profetico come un mestiere. Siccome Amos rimprovera il re e il popolo a causa dei loro peccati, Amasia lo scaccia dal tempio di Betel e gli dice di andare altrove a guadagnarsi da vivere. Amos gli risponde che fa il profeta non per sua scelta ma perché il Signore lo ha chiamato e lo ha mandato ad annunciare la sua parola ad Israele. Amasia ed Amos rappresentano due modi opposti di compiere la missione divina. Amasia ha perso ormai ogni contatto con Dio, non si preoccupa di piacere a Dio e di annunciare la parola di Dio, ma di piacere al re e di annunciare quello che il popolo vuole sentirsi dire. Amos invece è in contatto con Dio, confida nel Signore e si preoccupa di annunciare solo la sua parola. A chi dei due volete che assomigli il vostro parroco? Ad Amasia o ad Amos? Pregate per me perché avvenga quello che desiderate.

Solo se confidiamo nel Signore, se annunciamo la sua parola, se portiamo il Signore con noi perché siamo in comunione con lui, allora la nostra missione sarà feconda.

Infatti le persone che ci incontrano, incontreranno Gesù Cristo e sperimenteranno i tratti della sua personalità, che come diceva il Salmo, sono l’amore, la verità, la salvezza e la pace. Il Signore da parte sua, per dimostrare che è presente ed opera nella sua chiesa, viene a confermare la testimonianza dei cristiani con dei segni, come le espulsioni dei demoni e le guarigioni.

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8 luglio 2018 – XIV domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Ez 2,2-5 – Salmo responsoriale: Sal 122 – 2lettura: 2Cor 12,7-10 – Vangelo: Mc 6,1-6.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Parola del Signore

Omelia

Quando Gesù va a Nazareth, dove era cresciuto, e si mette a insegnare nella sinagoga, i compaesani rimangono colpiti dalla sua sapienza e dai suoi miracoli, ma purtroppo si soffermano sui connotati umani: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Quindi non credono che sia l’inviato di Dio: «Era per loro motivo di scandalo». In Gesù ci sono segni che manifestano la sua divinità, come la sapienza e i miracoli, e ci sono i connotati della sua umanità, normale, semplice, umile, forse troppo umile al punto che i compaesani, soffermandosi su di essi, non credono in lui. Quindi l’umanità di Gesù, nella sua normalità e umiltà, è per loro scandalo, motivo per non credere che sia il Cristo di Dio. Considerando bene le cose, il confronto tra l’umanità umile e normale, e la sapienza e i miracoli, doveva portare a credere in Gesù. Infatti l’umanità normale e dimessa di Gesù faceva risaltare la presenza di Dio in lui. In un’altra occasione Gesù dirà: «Anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me». Per questo l’evangelista dice che Gesù «si meravigliava della loro incredulità». Del resto come israeliti sapevano bene dalla storia biblica che Dio si è sempre servito di uomini semplici per intervenire a favore del suo popolo.

L’atteggiamento di rifiuto nei riguardi di Gesù non è nuovo tra gli israeliti. Nella prima lettura, nel momento di inviare Ezechiele al popolo, Dio non gli nasconde le difficoltà che lo attendono: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me». Ezechiele, ad un certo punto farà un bilancio della sua missione, e constaterà che gli israeliti hanno disprezzato la parola di Dio annunciata da lui.

Ma quelli che disprezzano la parola del Signore prima o poi diventano essi stessi oggetto di disprezzo. Infatti nel salmo responsoriale ascoltiamo la voce di quegli israeliti che hanno disprezzato la parola di Dio e ora, dopo aver subito le conseguenze negative dei loro peccati, chiedono a Dio di liberarli. Sono diventati oggetto di disprezzo dei popoli vicini, sia nel momento in cui vennero deportati in l’esilio e sia nel momento del loro ritorno in patria, quando si trovarono nel difficilissimo compito di ricostruire la città e il tempio.

Come gli israeliti del passato rifiutavano i profeti, così ora gli abitanti di Nazaret rifiutano Gesù, perché sono chiusi a Dio. Il loro atteggiamento prelude al rifiuto di Gesù da parte dei capi religiosi, che lo porterà alla morte di croce. Gesù accetta la morte di croce come estremo atto di amore per il suo popolo e per l’intera umanità. La missione di Gesù diventa feconda grazie alla morte di croce accettata da lui con amore. Difatti elevato sulla croce, Gesù incomincia ad attirare tutti gli uomini a se nella chiesa. Nella seconda lettura Gesù vuole far comprendere a Paolo che la sua testimonianza cristiana diventerà feconda solo se sarà accompagnata dalla croce. Paolo viene visitato dalla sofferenza e chiede al Signore di liberarlo, ma si sente rispondere: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Il Signore gli chiede di vivere la sofferenza come partecipazione alla sua croce, perché in questo modo permetterà alla sua potenza di manifestarsi pienamente. Quando ci visita la sofferenza di qualsiasi sorta essa sia, chiediamo pure al Signore di liberarci, ma se non siamo esauditi, allora ci sta chiedendo di accettarla come partecipazione alla sua croce. L’accettazione della croce comporta un grande atto di amore a Dio, a cui offriamo tutta la nostra vita senza riserve, e un grande atto di amore ai fratelli, perché sappiamo che la nostra croce li aiuterà a convertirsi a Gesù Cristo. In conclusione la testimonianza cristiana diventa perfetta e feconda solo quando è accompagnata dalla croce.

San Giovanni Paolo II aveva compreso tutto questo, e dopo essersi speso a servire la chiesa, con i viaggi missionari, la predicazione, l’insegnamento, le numerose iniziative per animare i fedeli e attirare i lontani, si accorse, come egli stesso ebbe modo di confessare in un Angelus, che mancava ancora qualcosa. Così aggiunse: «Il papa deve soffrire». Di lì a poco si ammalò del morbo di Parkinson, croce che avrebbe completato e reso feconda la sua missione nella chiesa.

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1 luglio 2018 – XIII domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 1,13-15; 2,23-24 – Salmo responsoriale: Sal 29 – 2lettura: 2Cor 8,7.9.13-15 – Vangelo: Mc 5,21-43.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Parola del Signore.

Omelia

In questo brano del vangelo Gesù compie due miracoli, il primo è la guarigione della donna che soffriva di emorragie, il secondo è la risurrezione della fanciulla morta.

Nel primo caso la donna si avvicina a Gesù di nascosto e tocca il lembo del suo mantello. «Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”». Appena tocca il mantello di Gesù si accorge di essere guarita. Ma Gesù fa di tutto perché si presenti davanti a lui. Toccando il mantello è stata guarita solo dalla malattia, Gesù vuole che incontrandolo personalmente possa credere e ricevere la salvezza che è venuto a portare. Questo ci insegna che per credere in Gesù non dobbiamo accostarci a lui in modo superstizioso e magico ma incontrarlo personalmente. Accostandoci a Gesù come la donna, possiamo anche ricevere dei benefici ma non la salvezza che nasce dall’incontro personale con lui. La salvezza consiste nel perdono dei peccati e nella comunione di vita con Dio. Possiamo incontrare Gesù personalmente nell’assemblea che si raduna ogni domenica per celebrare la santa messa, nell’ascolto obbediente della Scrittura, nella preghiera, nei sacramenti, nei poveri e bisognosi.

Nel secondo caso il padre va da Gesù a supplicarlo perché possa guarire la figlioletta che sta per morire. E’ convinto che Gesù possa liberarla dalla morte fisica. Durante il tragitto vengono ad informare il padre che la figlia è morta e gli dicono di non continuare ad importunare Gesù. Pensano che ormai Gesù non possa fare più nulla. Ma Gesù incoraggia il padre ad avere fede in lui: «Non temere, soltanto abbi fede!». Difatti Gesù risusciterà la fanciulla morta.

Questo episodio ci fa porre alcune domande: Fino a che punto siamo disposti a credere in Gesù? Crediamo veramente che niente è impossibile a Gesù oppure come quelle persone che vengono ad informare il padre della fanciulla pensiamo che ci sono situazioni in cui non possa fare più nulla? A volte ragionando con delle persone su certe situazioni gravi, gli dico che bisogna pregare, e mi rispondono che pregheranno. Ma dal tono con cui me lo dicono mi fanno capire che in cuor loro pensano che non ci sia più niente da fare. Altre volte alcune persone mi rispondono apertamente che non ritengono più possibile una soluzione evangelica per certe situazioni umane ingarbugliate. La fede autentica al contrario ci fa credere che niente è impossibile al Signore e ci porta così a chiedere e a sperare sempre il suo intervento risolutivo per ogni situazione triste e dolorosa. Gesù, risuscitando la fanciulla morta, è come se ci dicesse: vedete, io posso fare qualsiasi cosa, quindi prendetemi sul serio quando vi dico che la cosa più terribile non è la morte fisica ma la morte del peccato, e credetemi quando vi prometto la vita eterna e la risurrezione nell’ultimo giorno.

La morte fisica è solo una conseguenza della morte spirituale che, come diceva la prima lettura, è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Il diavolo infatti ci tenta in ogni modo per spingerci al peccato e così distaccarci da Dio. E’ questa la morte spirituale, il distacco da Dio sorgente della vita. Gesù è venuto a salvarci dalla morte del peccato per renderci partecipi della vita divina.

Facendo nostre le parole Salmista, rallegriamoci nel Signore perché non permetterà alla morte di prevalere su di noi.

La seconda lettura ci ricorda che come condividiamo tra di noi le ricchezze spirituali così dobbiamo condividere anche quelle materiali. L’incontro personale con Gesù nella messa quando è sincero ci porta spontaneamente a condividere i beni terreni con il prossimo, perché Gesù è presente nei sacramenti e nei fratelli. Se veramente lo riconosciamo nei sacramenti, sapremo riconoscerlo anche nel prossimo per aiutarlo.

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24 giugno 2018 – Solennità di San Giovanni Battista

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 49,1-6 – Salmo responsoriale: Sal 138 – 2lettura: At 13,22-26 – Vangelo: Lc 1,57-66.80.

Dal Vangelo secondo Luca

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Parola del Signore

Omelia

L’anonimo profeta che sta parlando nella prima lettura dice che il Signore lo ha chiamato dal seno materno: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato,fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome». L’orante che parla nel Salmo, rivolgendosi a Dio, dice che lo ha formato nel grembo della madre: «Sei tu che hai formato i miei renie mi hai tessuto nel grembo di mia madre». Nel vangelo abbiamo ascoltato il racconto dei segni divini che precedono e accompagnano la nascita di Giovanni il Battista. Questo ci fa capire che Dio ci conosce ancor prima che noi veniamo alla luce. San Paolo nell’inno della lettera agli Efesini dice che Dio ci ha scelti in Gesù Cristo prima della creazione del mondo, predestinandoci ad essere santi e immacolati nell’amore. Per realizzare il suo progetto di salvezza a favore di tutti Dio si è servito e continua a servirsi di uomini, sia prima dell’avvento di Gesù, sia dopo nella comunità cristiana. Si tratta di uomini e donne chiamate a svolgere una missione particolarmente impegnativa, pensiamo ad Abramo, Mosè, il re Davide e i profeti. Pensiamo poi nel tempo della chiesa ai santi fondatori di ordini religiosi e di congregazioni, e a tutti quei pastori che si sono impegnati in modo incisivo per la riforma della chiesa. Tra quelli che hanno svolto un compito importante prima della venuta di Gesù bisogna collocare Giovanni il Battista. Come dice Paolo nella seconda lettura Giovanni ha preparato la venuta di Gesù, predicando un battesimo di conversione. Giovanni ha preparato gli uomini del suo tempo ad accogliere Gesù e, quando Gesù è venuto, lo ha indicato ai suoi discepoli perché lo seguissero. Visto il compito importante e delicato che Giovanni doveva svolgere la sua nascita è stata preceduta e seguita da segni da cui si ricava che la mano del Signore era su di lui. Giovanni viene concepito per intervento di Dio, perché la madre Elisabetta non poteva avere figli, e insieme al marito era già avanti negli anni. Il Signore ha voluto manifestare la sua misericordia verso Elisabetta, rendendola madre di un bambino. Ma ha voluto mostrare la sua misericordia verso tutti coloro che avrebbero usufruito dei benefici della missione del Battista. I genitori riconoscono che il loro bambino è un dono particolare di Dio, chiamandolo col nome indicato dall’angelo: «Giovanni è il suo nome». Ogni bambino è un dono di Dio, ma soprattutto quel bambino che nasce superando i limiti della natura. Al momento della circoncisione, Zaccaria riacquista la parola e l’udito che aveva perso a causa della sua incredulità, e parlava benedicendo Dio. La gente comprende che Dio intende affidare una missione importante al piccolo Giovanni, e si domandava: «Che sarà mai questo bambino?». Il progetto che Dio ha fatto su di noi non si realizza comunque, ma solo se noi collaboriamo e corrispondiamo con la sua grazia. Abbiamo ascoltato che Giovanni «cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele». Giovanni cresceva fisicamente ma anche nella vita spirituale, nella vita cioè secondo lo Spirito. Visse poi in regioni deserte, per stare più in intimità con Dio. Per questo motivo Giovanni il Battista divenne il modello dei primi monaci che si ritiravano nel deserto per condurre una vita tutta concentrata su Dio senza distrazioni. Per poter comprendere quello che Dio vuole fare di noi e come vuole realizzarlo giorno per giorno, abbiamo bisogno di crescere nella vita spirituale. Per fare questo oltre ad attingere ai sacramenti, dobbiamo ritagliarci ogni giorno spazi di solitudine e di silenzio per imparare a dialogare con Dio, ascoltando la sua parola con la lettura e la meditazione della Scrittura e rispondendogli con la nostra preghiera.

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17 giugno 2018 – XI domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1Lettura: Ez 17,22-24 – Salmo responsoriale: Sal 91 – 2Lettura: 2Cor 5,6-10 – Vangelo: Mc 4,26-34.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Parola del Signore

Omelia

Intorno a Gesù ci sono i discepoli che hanno risposto alla sua chiamata e hanno preso la decisione di seguirlo. E ci sono anche le folle che provano simpatia nei suoi riguardi, ma ancora non si sono decise per lui. Come annota l’evangelista, Gesù parlando del regno lo fa seguendo una gradualità, ai discepoli ne parla apertamente, con le folle lo fa per mezzo di parabole: “Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”. Il linguaggio delle parabole è chiaro-scuro perché ha una parte chiara e una parte oscura, che necessita di spiegazione. Per esempio nelle due similitudini che abbiamo ascoltato ci sono delle cose chiare che si capiscono facilmente. Ognuno di noi capisce che cos’è un seme posto nel terreno e che cos’è un granellino di senape. Se riflettiamo riusciamo a capire anche qualcosa della realtà del regno, che cioè per diffondersi necessità del concorso umano, invece si sviluppa da se stesso, avendo inizi modesti ed esiti grandiosi. Tuttavia senza una spiegazione non riusciamo a capire come si manifesta la realtà del regno di Dio. Quindi noi riusciamo a capire fino in fondo le due similitudini del regno solo perché Gesù ne ha dato la spiegazione ai discepoli, a proposito della parabola del seminatore, e perché anche noi siamo diventati suoi discepoli. Il regno di Dio è la parola di Dio, che raggiunge gli uomini attraverso la predicazione. Il concorso umano riguarda la semina della parola e l’accoglienza con disponibilità. Una volta che la parola viene seminata ed accolta poi si sviluppa da se, perché ha in se stessa una forza potente che è lo Spirito Santo. Il regno di Dio ha sempre inizi umili e risultati grandiosi. Pensiamo alla piccola comunità dei discepoli riuniti intorno a Gesù che è diventata un popolo sparso su tutta la terra. Pensiamo ai santi, uomini e donne come noi, che sono diventati simili a Gesù. Hanno accolto la parola di Dio non come parola di uomini ma com’è veramente parola di Dio che trasforma appunto quelli l’accolgono con fede. Hanno posto le radici della loro vita in Dio e sono diventati simili al Figlio suo Gesù Cristo.

E’ questo che vuole dire il salmista quando dice: “Il giusto fiorirà come palma,/crescerà come cedro del Libano;/piantati nella casa del Signore,/fioriranno negli atri del nostro Dio”. La sproporzione tra gli inizi modesti, un seme, un ramoscello, e gli esiti grandiosi, un cedro, fa risaltare la potenza di Dio che opera per mezzo della sua parola: “Sapranno…che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso”. Se vogliamo essere amici del Signore ed entrare nel suo regno dobbiamo fare lo stesso, nutrendoci della sua parola nella celebrazione della messa e mediante la lectio divina. Dobbiamo provare gusto per la presenza del Signore, per il suo ricordo, per la preghiera e la lode, fino a poter esclamare con il Salmista: “È bello rendere grazie al Signore/e cantare al tuo nome, o Altissimo,/annunciare al mattino il tuo amore,/la tua fedeltà lungo la notte”.

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10 giugno 2018 – X domenica del tempo ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1Lettura: Gen 3,9-15 – Salmo responsoriale: Sal 129 – 2Lettura: 2Cor 4,13-5,1- Vangelo: Mc 3,20-35.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Parola del Signore

Omelia

Gesù Cristo è la mano che Dio porge a noi peccatori perché non sprofondiamo nella rovina ma abbiamo la vita eterna. Abbiamo ascoltato nella prima lettura che il peccato rompe l’armonia originaria che c’era tra l’uomo e Dio e tra l’uomo e la donna. L’uomo non percepisce più Dio come un familiare ma come un estraneo, e non vede più la sua donna come un aiuto ma come un ostacolo. Dio incalza l’uomo e la donna con le sue domande per spingerli al ravvedimento, ma essi non vogliono riconoscere la loro colpa. In questo modo lasciano che il demonio prenda il sopravvento su di loro e li renda schiavi. Tuttavia Dio non abbandona l’uomo e la donna e l’umanità che sta per nascere da loro, e promette che porrà inimicizia tra il serpente e la donna e la discendenza della donna schiaccerà la testa del serpente. Sono parole enigmatiche che diventano chiare solo molti secoli dopo, quando Dio chiama la Vergine Maria per essere madre del Figlio suo Gesù. E’ Gesù la discendenza della donna che sconfigge definitivamente il demonio.

Ma gli uomini davanti a Gesù si dividono. Abbiamo ascoltato nel vangelo che ci sono quelli attorno a Gesù e quelli che stanno fuori. Quelli attorno a Gesù sono i suoi discepoli che hanno preso la decisione di seguirlo e le folle che provano simpatia nei suoi riguardi ma ancora non si sono decisi per lui. Quelli che stanno fuori sono i parenti di Gesù e gli scribi provenienti da Gerusalemme. I parenti, avendo sentito dire che Gesù ha scelto i dodici apostoli per formare un nuovo popolo e che è entrato in contrasto con i capi religiosi, pensano che sia fuori di testa. Perciò decidono di andare a prenderlo per portarlo a casa e così salvare l’onorabilità della famiglia. Gli scribi invece sono volutamente ostili a Gesù e lo screditano affermando che è posseduto dal demonio e compie gli esorcismi con il potere del demonio. Ai parenti che lo cercano, restando fuori dalla cerchia dei discepoli, Gesù risponde: «Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». In seguito vediamo che i parenti di Gesù cambieranno idea riguardo a lui, ed entreranno a far parte del gruppo dei discepoli. Li troviamo infatti insieme ai discepoli nel cenacolo per attendere la discesa dello Spirito Santo. Quindi anch’essi hanno creduto in Gesù, guardandolo non più come loro congiunto ma come Figlio di Dio. Gli scribi al contrario resteranno ostili a Gesù e insieme agli altri capi religiosi ne chiederanno la condanna a morte. Gli scribi con il loro atteggiamento fanno resistenza allo Spirito Santo di Dio, che parla e opera in Gesù. Per giustificare il loro rifiuto di Gesù arriveranno ad attribuire al demonio i suoi esorcismi. In questo modo bestemmiano contro lo Spirito Santo, perché è evidente che solo lo Spirito di Dio scaccia lo spirito del male. Gesù perciò avverte: «Tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». La bestemmia contro lo Spirito Santo resta senza perdono non perché è finita la misericordia di Dio ma perché l’uomo che bestemmia lo Spirito Santo si chiude a Dio, non volendo sentire i suoi appelli e non volendo riconoscere le sue opere. Gli scribi infatti non vogliono riconoscere che Dio parla e opera in Gesù, e così rifiutando Gesù, rimangono senza la salvezza di Dio. Noi abbiamo riconosciuto e accolto Gesù Cristo tuttavia ancora non siamo completamente al sicuro. La nostra vita sulla terra è una continua prova. Sappiamo bene che da noi stessi siamo deboli e possiamo ricadere nel peccato. Se ci dovesse succedere, non comportiamoci come Adamo e Eva che si nascondono a Dio e poi non vogliono riconoscere la loro colpa, non comportiamoci come gli scribi che sono sordi agli appelli e ai segni di Dio, comportiamoci invece come l’uomo che parla nel Salmo. Costui ha capito che il peccato è la vera morte e la vera schiavitù e grida a Dio per essere liberato. Perciò non addormentiamoci nel peccato ma gridiamo a Dio «perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione». Con la luce della fede dobbiamo capire che il vero male non sono la malattia, le difficoltà di ogni sorta, e neppure la morte fisica, ma il peccato che ci separa da Dio e potrebbe farci cadere nella morte eterna. Al contrario le tribolazioni, che a prima vista potrebbero sembrare un male, se accettate come fa l’apostolo, aiutano a crescere nella vita cristiana, cioè nella comunione con Dio. Infatti permettono di distaccarsi dalle cose visibili che sono momentanee e fanno guardare a quelle invisibili che sono eterne: «Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria».

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11 febbraio 2018 – VI domenica del tempo Ordinario

 (anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Lv 13,1-2.45-46 – Salmo responsoriale: Sal 31 – 2lettura: 1Cor 10,31-11,1 – Vangelo: Mc 1,40-45.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 

Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Parola del Signore

Omelia

Il racconto evangelico che abbiamo ascoltato ci vuole dire che Gesù ha il potere di liberarci dai peccati e dalle conseguenze dei peccati. Infatti il lebbroso non chiede a Gesù di essere guarito ma di essere purificato: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Secondo la mentalità del tempo le malattie fisiche erano una conseguenza diretta dei peccati personali. Noi sappiamo dal seguito della rivelazione che non è sempre così. Tuttavia è vero che le malattie sono una conseguenza del peccato che ha guastato la natura umana. Il lebbroso chiede pertanto di essere purificato dai peccati per essere anche guarito dalla lebbra. Il peccato ci rende impuri, perché guasta la nostra personalità, per cui non siamo più come Dio ci vuole, non corrispondiamo più al suo progetto creatore. Una volta che abbiamo fatto il peccato non siamo capaci con le nostre forze di eliminarlo dalla nostra coscienza e di togliere anche i guasti che provoca in noi. Solo Dio può purificarci. Gesù purifica il lebbroso, perché è il Figlio di Dio. Nel racconto ci sono due particolari che rivelano la natura divina di Gesù, la compassione e l’onnipotenza. Sono due caratteristiche del Dio dell’alleanza, misericordioso e pietoso, che compie tutto ciò che vuole nei cieli e sulla terra. Difatti Gesù si commuove e dice al lebbroso: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito il lebbroso viene liberato dai peccati e dalla lebbra. La misericordia e l’onnipotenza di Dio si manifestano soprattutto nella grazia del perdono. Infatti mediante il perdono ci fa passare dalla condizione di peccatori a quella di giusti. L’uomo che parla nel Salmo ha fatto quest’esperienza. Ha riconosciuto la propria colpa, l’ha confessata a Dio, e Dio lo ha perdonato, rendendolo giusto: “Ho detto: “Confesserò al Signore le mie iniquità”/ e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato”. Non possiamo mai diventare giusti con le nostre forze, ma solo se il Signore ci perdona e trasforma la nostra vita, come ha fatto con quest’uomo e con il lebbroso guarito. Noi che ci raduniamo ogni domenica per la messa formiamo l’assemblea di coloro che si riconoscono peccatori e sono resi giusti da Dio, mediante la sua misericordia. In quest’assemblea ci rallegriamo nel Signore, e uscendo dobbiamo divulgare quanto il Signore ha fatto per noi, perché anche gli altri sperimentino come noi la gioia del perdono.

La seconda lettura ci dice cosa dobbiamo fare per non ricadere nell’impurità, dopo che il Signore ci ha purificato. Tutte le nostre azioni devono mirare alla gloria di Dio e all’edificazione del prossimo. L’apostolo infatti ci esortava: “Sia che mangiate sia beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio”.

Il nostro comportamento dà gloria a Dio quando suscita negli altri il ricordo e la lode di Dio. Questo succede quando amiamo come Gesù ci ha insegnato, perché le nostre opere lasciano intravvedere la presenza di Dio in noi. Per edificare il prossimo poi dobbiamo evitare di dare scandalo: “Non siate motivo di scandalo”, diceva Paolo.   Lo scandalo è tutto ciò che spinge gli uomini lontano da Dio. Se noi trasgrediamo in modo plateale i comandamenti di Dio, diamo scandalo, perché spingiamo gli altri all’emulazione e li allontaniamo da Dio. Quindi nel nostro agire dobbiamo stare attenti a dare gloria a Dio e ad edificare il prossimo nel bene. In una parola dobbiamo amare come Gesù e come i santi che lo hanno imitato. E’ molto importante leggere la vita dei santi, perché impariamo ad incarnare l’amore di Gesù nelle circostanze più svariate della vita.

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4 febbraio 2018 – V domenica del tempo Ordinario

 (anno B)

 Liturgia della Parola: 1lettura: Gb 7,1-4.6-7 – Salmo responsoriale: Sal 146 – 2lettura: 1Cor 9,16-19.22-23 – Vangelo: Mc 1,29-39.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Parola del Signore

Omelia

Il lamento di Giobbe è il lamento di ogni uomo che soffre. Tuttavia bisogna notare che Giobbe  non cede alla disperazione, perché trova la forza di rivolgersi a Dio: “Ricordati che un soffio è la mia vita”. La fede in Dio è una luce che rischiara il buio della sua situazione. Giobbe legge la sua sofferenza sullo sfondo della condizione umana che è un duro combattimento. La vita umana infatti come noi la sperimentiamo non corrisponde al progetto originario di Dio, perché è segnata dai guasti del peccato: sofferenza, ingiustizia, sfruttamento. Solo Dio può riportare la vita umana nella condizione originaria di salute e di benessere. Il Salmista ci dice che se Dio interviene rimette a posto tutte le cose: “Il Signore ricostruisce Gerusalemme,/raduna i dispersi d’Israele./Risana i cuori affranti/e fascia le loro ferite”.

Gesù nel vangelo annuncia che Dio è venuto nel mondo. E’ lui stesso Dio che si è fatto uno di noi. Con le guarigioni vuole appunto dimostrare che Dio è davvero venuto nel mondo. Tutti i malati e gli indemoniati che entrano in contatto con Gesù sono guariti: “Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni;”. Questo succedeva allora quando Gesù era visibile sotto sembianze umane e camminava per le strade della Palestina. Succede anche oggi nella chiesa dove Gesù continua a vivere e operare attraverso di noi suoi discepoli. Ma Gesù allora come oggi non guarisce tutti i malati del mondo. Compie di tanto in tanto alcune guarigioni per farci capire che Dio è venuto a restaurare la sua creazione, ma questo restauro sarà completo solo alla fine del mondo. Dobbiamo pensare che Gesù e il suo insegnamento sono più importanti delle guarigioni che compie, in quanto le compie con l’intento di dimostrare che è Dio e che può realizzare quello che dice. Quindi dobbiamo cercare innanzitutto Gesù Cristo per se stesso e poi ci sarà dato da lui tutto quello che ci serve, anche la guarigione dalle malattie. Se invece cerchiamo Gesù non per quello che è ma solo per i benefici che possiamo ricevere da lui, rischiamo di non avere niente. Gesù infatti, come ascoltiamo nel vangelo di oggi, si nega alla gente che ha sperimentato i suoi miracoli e lo cerca per vederne ancora altri. Gesù se ne va altrove ad annunciare il vangelo del regno che è il dono più grande: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. Accogliendo il vangelo noi entriamo in relazione con Dio che si rivela in Gesù. Incontrando Dio scopriamo il senso e lo scopo della nostra vita. A contatto con lui trovano senso anche le nostre sofferenze, che sembrano un fallimento e una perdita di tempo. Per questo Paolo ha compreso che la più grande opera di carità che si possa fare è quella di annunciare il vangelo agli uomini. Dobbiamo confessare che non tutti nella chiesa di oggi sono convinti di questo. In alcuni ragionamenti si dice che prima bisogna sfamare chi è digiuno e poi annunciargli il vangelo. Invece Gesù ha agito facendo il contrario: prima ha annunciato il vangelo e poi ha moltiplicato i pani. E’ la mentalità del mondo che ci vuole far credere che i bisogni primari dell’uomo siano quelli fisici, come se l’uomo fosse fondamentalmente corpo. Invece Gesù che ci conosce bene, sa che noi abbiamo soprattutto fame e sete di verità e di felicità. Se abbiamo dei dubbi, perché non diciamo a chi soffre la solitudine, a chi è triste per la perdita di una persona cara, a chi non sa dare un senso alla propria vita, a chi cerca di evadere dalle frustrazioni della sua esistenza ricorrendo all’alcol o alla droga, che per risolvere tutti i suoi problemi deve riempirsi lo stomaco di cibo? E’ evidente da tutto ciò che l’uomo ha bisogno di un altro cibo per star bene, e questo è il vangelo di Gesù Cristo. L’annuncio poi per essere efficace deve essere personalizzato, cioè va fatto tenendo conto della situazione di ogni persona. Paolo si è fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Si è preoccupato di usare un linguaggio che fosse comprensibile a chi lo ascoltava e di usare gradualità nell’insegnamento della parola di Dio. E’ quello che dobbiamo fare anche noi quando annunciamo il vangelo, stando attenti alle persone, e preoccupandoci di attirarle a Gesù Cristo. Paolo ha compreso che mentre pensiamo alla salvezza degli altri, Gesù Cristo provvederà alla nostra salvezza: “Tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io”.

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28 gennaio 2018 – IV domenica del tempo Ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Dt 18,15-20 – Salmo responsoriale: Sal 94 – 2lettura: 1Cor 7,32-35 – Vangelo: Mc 1,21-28

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Parola del Signore

Omelia
Il Dio d’Israele si manifesta al suo popolo con parole attraverso i profeti, e con segni attraverso gli avvenimenti della storia. Le parole e i segni sono strettamente uniti, in quanto le parole preannunciano e spiegano i segni, i segni a loro volta confermano le parole. Per esempio il profeta Isaia preannuncia agli israeliti esuli a Babilonia che Dio li avrebbe liberati dalla schiavitù e ricondotti in patria. Quando Ciro, il re dei Persiani, sconfisse i Babilonesi ed emanò l’editto che permetteva ai giudei esuli di rientrare in patria, costoro riconobbero che nella loro liberazione l’intervento di Dio. Per poter dare questa lettura degli avvenimenti storici bisogna innanzitutto ascoltare la parola del profeta, accogliendola non come parola umana ma come è veramente quale parola di Dio. Gli israeliti che uscirono dall’Egitto non ascoltarono la parola di Mosè come parola di Dio e perciò non seppero riconoscere la presenza di Dio nella esperienza che stavano facendo. Ogni volta che si presentava una nuova difficoltà, andavano in crisi e mettevano in discussione l’uscita dall’Egitto, mancando di fede nella presenza e nella potenza del Signore che li accompagnava. Volevano vedere sempre nuovi prodigi, ma non avendo fede, perché non ascoltavano con docilità la parola di Dio per bocca di Mosè, non li percepivano come opera di Dio. Quindi l’ascolto della parola di Dio apre gli occhi per potere riconoscere i suoi interventi nella storia e nella nostra vita. Dio, dopo aver parlato molte volte per mezzo dei profeti, ultimamente ha parlato per mezzo del Figlio suo Gesù. Abbiamo ascoltato nel vangelo che anche Gesù si manifesta con parole e segni. Il suo insegnamento appare alla gente nuovo e dato con autorità. E’ nuovo perché Gesù predica la venuta del regno di Dio e una giustizia superiore a quella dell’Antico Testamento, che richiede un’osservanza radicale dei comandamenti. Gesù insegna con autorità perché non parla a nome di Dio come facevano i profeti o gli scribi nella spiegazione delle Scritture ma parla in prima persona: “Taci, esci da lui”, e compie subito quello che dice. Quindi la sua autorità è reale e tutto quello che dice e promette va preso sul serio. Gesù ha un’autorità unica superiore a tutti gli antichi profeti perché lui è Dio con noi. Il regno di Dio è lui stesso. Il primo segno compiuto da Gesù, secondo l’evangelista Marco, è la liberazione di un indemoniato. Infatti con l’avvento del regno di Dio viene distrutto il potere del demonio. Siccome Gesù associa a se i suoi discepoli, la sua autorità, il suo insegnamento e le sue opere continuano nella chiesa. Infatti nella predicazione e nelle opere della chiesa possiamo riconoscere quello che appartiene a Gesù. La chiesa annuncia il suo insegnamento e compie la liberazione degli uomini dal potere del demonio. Sapendo questo dobbiamo accogliere la predicazione della chiesa come parola di Gesù. D’altra parte quelli che svolgono il servizio della predicazione, ricordandosi del duro monito che Dio rivolgeva al suo profeta nella prima lettura, devono annunciare solo la parola di Gesù e non le proprie opinioni. Infatti non sono le opinioni umane che salvano, anche se a volte fanno piacere, ma solo la parola di Gesù. Tutti, fedeli e predicatori, quando partecipiamo alla celebrazione della messa, ciascuno per la sua parte, dobbiamo porci davanti alla parola di Dio con l’atteggiamento suggerito dal salmista, di docile ascolto. Poiché solo accogliendo con disponibilità la parola di Dio cresciamo nella fede e diventiamo capaci di riconoscere la sua presenza e le sue opere nella chiesa, nella storia e nella nostra vita quotidiana. Sono numerose le opere che il Signore compie nella sua chiesa. Il vangelo ricordava le espulsioni dei demoni, la seconda lettura la testimonianza dei consacrati. Si tratta di uomini e donne chiamati da Gesù Cristo a rinunciare al matrimonio come ha fatto lui per dedicarsi totalmente a Dio e al prossimo. Non tutti possono fare questa scelta ma solo coloro che hanno avuto una grazia speciale da Dio. Il matrimonio è un fatto naturale e rinunciarvi richiede una grazia soprannaturale. Con la loro vita i consacrati sono un segno che la potenza del regno di Dio è già in atto e ricordano agli altri fedeli il primato dell’amore di Dio e del prossimo. Nella vita del mondo che verrà, quando il regno di Dio si manifesterà in pienezza, tutti i legami familiari di questa vita terrena saranno sublimati nell’unico legame con Dio.

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21 gennaio 2018 – III domenica del tempo Ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: Gn 3,1-5.10 – Salmo responsoriale: Sal 24 – 2lettura: 1Cor 7,29-31 – Vangelo: Mc 1,14-20.

Dal Vangelo secondo Marco
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Parola del Signore

Omelia
Il regno di Dio che Gesù annuncia vicino a noi è lui stesso, in quanto in lui Dio si è reso vicino a noi come non era mai successo prima. Gesù è il Figlio di Dio, un solo Dio con il Padre, che ha assunto la nostra natura umana. Da ciò deriva che la conversione e la fede che Gesù predica devono essere indirizzate a lui stesso. Anzi Gesù incomincia a chiamare gli uomini a seguirlo: “Venite dietro a me”. Noi siamo cristiani perché abbiamo creduto e ci siamo convertiti a lui. Ma la fede e la conversione devono crescere insieme alla nostra vita. Quindi se abbiamo creduto e ci siamo convertiti a Gesù, dobbiamo farlo sempre di più. La fede e la conversione sono strettamente congiunte, come mostra la prima lettura. Degli abitanti di Ninive si dice che “credettero a Dio” che li ammoniva per bocca del profeta. Hanno creduto nel senso che hanno accolto la parola del profeta come parola di Dio e si sono convertiti. Allo stesso modo noi crediamo che Gesù è il Figlio di Dio, e accogliamo il suo invito alla conversione puntando tutta la nostra vita su di lui.
La conversione, come abbiamo avuto modo di dire nel tempo di Avvento, comporta due movimenti. Uno di allontanamento dal peccato e uno di avvicinamento al Signore. Per compiere questo cammino abbiamo bisogno del Signore che ci faccia comprendere bene ciò che è male e ciò che è bene. Non sempre infatti la nostra coscienza distingue nettamente il male dal bene, poiché ci sono interferenze che non le permettono di cogliere bene la voce di Dio. Possono dipendere dalla cattiva educazione, dalle cattive compagnie, da una prolungata vita di peccato. Allora può succedere che consideriamo lecito ciò che è male agli occhi di Dio. Per quanto riguarda la volontà di Dio, conosciamo la volontà universale riassunta nei comandamenti, ma ci sfugge quella particolare che riguarda il suo progetto di salvezza su di noi. Per questo motivo l’uomo del Salmo chiedeva a Dio di fargli conoscere le sue vie, di istruirlo, di guidarlo: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie,/insegnami i tuoi sentieri./Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi” Non solo di fargli conoscere la sua volontà, ma anche di guidarlo, perché non basta conoscere ciò che è gradito a Dio, bisogna soprattutto metterlo in pratica. E senza il suo aiuto non possiamo fare nulla. Quindi per crescere nella fede e nella conversione a Gesù abbiamo bisogno che Dio ci istruisca e ci guidi. Dio lo farà nella misura in cui noi avremo un cuore di poveri. Il Salmista diceva che Dio, che è buono e retto, guida e insegna ai poveri la sua via. Si tratta dei poveri di spirito, che Gesù proclama beati, perché a loro Dio rivela i misteri del regno, che riguardano Gesù stesso. Quindi dobbiamo farci poveri, umili, in una parola, disponibili a Dio perché ci guidi nella sua via che è Gesù, ci renda simili a lui nell’amore.
Un grosso pericolo per la fede e la conversione a Gesù è l’attaccamento alla vita terrena, con tutte le esperienze che contiene. L’apostolo nella seconda lettura sta parlando di cose lecite, che se assolutizzate sono un grave ostacolo al nostro cammino dietro a Gesù. Per salvaguardarci da questa tentazione ci ricordava che il tempo si è fatto breve. Ormai con la venuta di Gesù il regno di Dio ha fatto irruzione nella storia. Questo mondo e questa vita, per quanto tempo possano ancora durare, nel suo complesso sono destinati a finire. Così pure la nostra vita personale sulla terra, anche se si prolungasse fino a 100 anni, è alla fine destinata a finire. Invece la nostra amicizia con Gesù, la vita nuova di cui lui ci ha reso partecipi, sono destinati a durare in eterno. Sapendo questo, dobbiamo vivere in questo mondo senza attaccarci a nulla, perché passa la figura di questo mondo. Invece dobbiamo attaccarci sempre più a Gesù, senza perdere tempo, come i primi chiamati che “subito lasciarono le reti e lo seguirono”.

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14 gennaio 2018 – II domenica del tempo Ordinario

(anno B)

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Sam 3,3-10.19 – Salmo responsoriale: Sal 39 – 2lettura: 1Cor 6,13-15.17-20 – Vangelo: Gv 1,35-42.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Parola del Signore

Omelia

Il vangelo e la prima lettura ci vogliono dire che noi possiamo incontrare Dio solo con la mediazione di altre persone, che già fanno un cammino di fede. Il sacerdote Eli aiuta Samuele a comprendere che Dio lo sta chiamando, e gli insegna come deve rispondere. Giovanni il Battista insegna ai due discepoli a seguire Gesù. Fino ad allora Samuele e i due discepoli conoscevano il Signore solo per sentito dire, perché altri gliene avevano parlato. Venne il giorno però in cui hanno potuto incontrarlo direttamente. Anche nella nostra vita di cristiani ci sono state diverse persone, o qualcuna in particolare, che ci hanno aiutato ad incontrare Gesù. Noi possiamo dire di aver incontrato Gesù se ci siamo sentiti interpellati da lui e se a partire da allora abbiamo instaurato un dialogo con lui.
Ma come ci siamo sentiti interpellati e come è nato il dialogo?
Samuele ha udito una voce sensibile che lo chiamava, i due discepoli hanno visto Gesù in persona che passava. Per loro il Signore si manifestava in modo sensibile perché era ancora in corso la rivelazione. Ma ora che la rivelazione si è compiuta con l’incarnazione e la Pasqua di Gesù, la via ordinaria per incontrare Gesù, come lui stesso ci ha detto, è la sua famiglia, che si raduna ogni domenica per celebrare la santa eucaristia. Il giovane Antonio, futuro padre del monachesimo orientale, partecipando alla messa domenicale si sentì interpellato da quelle parole di Gesù al giovane ricco: “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo. E vieni, seguimi”. Le aveva sentite chissà quante volte, ma quel giorno le sentì rivolte a lui, e andò subito a metterle in partica. Anche Ignazio, futuro fondatore dei Gesuiti, si sentì interpellato dalle parole di Gesù: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde e rovina se stesso?”. Sono state queste parole del vangelo che lo hanno spinto alla conversione. Dunque vivendo nella famiglia di Gesù, partecipando assiduamente alla messa domenicale, anche noi abbiamo fatto o potremo fare la stessa esperienza del Signore che ci interpella. Il Signore ci parla attraverso le Scritture che contengono la sua parola per noi. Perché gli appelli del Signore non cadano a vuoto, ma operino nella nostra vita, dobbiamo rispondergli con obbedienza. Infatti tutto quello che il Signore ci dice e ci insegna riguarda la nostra salvezza. Il Signore non opera in noi se vede che obbediamo a forza, e non siamo convinti della bontà di quello che ci chiede. Proprio perché non obbediamo volentieri, ci succede spesso che non siamo trasformati dalla grazia di Dio, e ricadiamo nei peccati che diciamo di voler abbandonare. L’uomo che parla nel Salmo ha compreso che la volontà di Dio è il meglio per lui perché si accorda con i desideri più autentici del suo cuore. Per questo non solo obbedisce, ma desidera la volontà di Dio: “Mio Dio, questo io desidero;/la tua legge è nel mio intimo”. Quando ci poniamo così davanti al Signore, allora lui incomincia davvero a trasformarci per renderci suoi discepoli. Così nasce un dialogo con lui, che ci parla attraverso le Scritture e noi gli rispondiamo con le nostre preghiere. In questo cammino noi cresciamo come figli di Dio, e ci capiterà di sperimentare dopo avergli obbedito di buon animo, che anche il Signore ci obbedisce, quando, come testimonia il Salmista, nelle prove gridiamo a lui. In questo cammino impareremo a rendere gloria a Dio con la nostra vita, mettendo le nostre membra non a servizio dell’impurità ma dell’amore.
Il cammino dunque per diventare discepoli di Gesù e crescere come figli di Dio avviene nella comunità cristiana mediante l’ascolto della parola di Dio, accolta con obbedienza e volentieri. Dopo aver incontrato il Signore, sentiremo il bisogno come Andrea di parlarne a quelli che non lo conoscono o lo conoscono solo per sentito dire, perché anche loro possano fare la stessa esperienza che ha segnato la nostra vita.

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