Meditazioni Avvento 2021

19 dicembre  2021 – IV domenica di Avvento C

Liturgia della Parola: 1lettura: Mi 5,1-4- Salmo responsoriale: Sal 79 – 2lettura: Eb  10,5-10 – Vangelo: Lc 1,39-45.

Dal vangelo secondo Luca

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Ap­pena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bam­bino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orec­chi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.

E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Parola del Signore

Omelia
L’angelo aveva annunciato a Maria il progetto di Dio su di lei e alla fine le aveva dato un segno: Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio. Maria sa bene dalla storia raccontata nella Bibbia che Dio comunica con gli uomini con parole e segni. Le parole dette in anticipo servono per conoscere e comprendere i segni, i segni poi servono per confermare la verità delle parole di Dio. Maria, pertanto, per cogliere tutta la comunicazione di Dio nei suoi riguardi deve vedere il segno che le ha dato, e quindi recarsi da Elisabetta. Per questo nel vangelo si dice che Maria si alzò e andò in fretta da Elisabetta. Quando Dio ci interpella dobbiamo bandire ogni lentezza e rispondere con sollecitudine. Appena Maria incontra Elisabetta riceve una duplice conferma alla sua esperienza. Innanzitutto la trova incinta come le aveva detto l’angelo. E poi Elisabetta, ispirata dallo Spirito santo, riconosce Maria quale madre del Signore: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? A questo punto Maria può essere certa che l’esperienza dell’annunciazione non è stata una sua allucinazione e non è nemmeno un inganno del demonio. Dio infatti mediante e per bocca di Elisabetta le ha dato una chiara conferma che è stato proprio lui a parlarle.

Dio comunica con parole e fatti concreti, le parole da sole non sono sufficienti. Il mondo è pieno di parole superflue e inutili. Le parole di Dio sono importanti perché si realizzano sempre.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato una delle profezie sulla nascita del futuro Messia:

E tu, Betlemme di Èfrata,
così piccola per essere fra i villaggi di Giuda,
da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele.

Secondo questa profezia il Messia nascerà a Betlemme di Giudea. Perché proprio a Betlemme? Secondo un’altra profezia il Messia sarebbe stato un discendente del re Davide, il quale era nato appunto a Betlemme di Giudea. Betlemme era la città di Davide. Le parole profetiche di Dio, pronunciate tanti secoli prima, ora si realizzano in Gesù Cristo, nato dalla vergine Maria. Il profeta parla di colei che deve partorire. Maria e Gesù rappresentano la realizzazione storicadella parola di Dio pronunciata dai profeti.

Dal modo di comunicare di Dio con parole e segni impariamo anche a riconoscere la parola di Dio nei nostri riguardi. Dio ci parla nella coscienza ma soprattutto mediante la sua rivelazione storica contenuta nelle Scritture e nella Tradizione della chiesa. Se nasce in noi un’ispirazione o un desiderio, oppure ci colpisce una parola della Scrittura, o in casi particolari abbiamo locuzioni interiori, come le aveva Santa Giovanna D’Arco, o caso ancora più raro abbiamo delle visioni, prima di tirare le conseguenze dobbiamo attenderci che Dio ci dia conferma con dei segni e con l’approvazione della chiesa nella persona di un confessore o padre spirituale. Una cosa è chiara sin dall’inizio, le ispirazioni, i desideri, le locuzioni, le visioni, se vengono da Dio non sono mai in contraddizione con la sua rivelazione storica. Se sono in contraddizione con quanto Dio ha rivelato, allora non vengono da lui. Possono essere frutto della nostra mente oppure un inganno del demonio.

Elisabetta proclama Maria beata per la sua fede: E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto. La beatitudine di Maria non è legata alla sua maternità ma alla sua fede. Un giorno Gesù insegnava ed era circondato da una grande folla. Una donna di mezzo alla folla alzò la voce e gli disse: Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato. Gesù rispose: Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. Con la sua risposta Gesù ci fa comprendere sotto quale aspetto noi dobbiamo considerare beata la Vergine Maria, sua madre, e imitandola, anche noi possiamo partecipare della stessa beatitudine.

La Madonna dunque è beata per la sua fede. La fede lo abbiamo detto altre volte non è un semplice sentimento, anche se il sentimento ha pure la sua importanza nell’atto di fede. La fede innanzitutto è adesione fiduciosa e obbediente alla parola di Dio che si rivela. Quindi richiede il concorso dell’intelligenza e della volontà. E’ adesione fiduciosa, nel senso che ci fidiamo di quello che Dio ci rivela, ci promette, di comanda. E’ adesione obbediente, perché ci impegniamo a mettere in pratica quello che Dio ci comanda. La fede dunque si nutre e cresce con la parola di Dio, contenuta nelle Scritture e nella Tradizione. Siccome i testi della Tradizione sono tantissimi e non bastano dieci vite per leggerli tutti, il catechismo della chiesa cattolica ci offre un riassunto delle verità rivelate nella Scrittura e nella Tradizione. Oggi la fede di molti si è ridotta soltanto a puro sentimento, perché non la nutrono con la parola di Dio. Per farvi comprendere l’importanza dell’intelligenza e della volontà nell’atto di fede e quindi del bisogno di nutrire la fede con la parola di Dio, porto un esempio. Quando si vuole accendere un fuoco, si mette al centro un ceppo, poi attorno della legna e per l’accensione sono necessarie delle frasche. Le frasche fanno una fiammata che serve per accendere il ceppo e la legna. Le frasche si consumano subito, il ceppo e la legna si consumano un po’ alla volta e garantiscono la durata del fuoco. Le frasche rappresentano i nostri sentimenti, il ceppo e la legna l’intelligenza e la volontà. Se nell’atto di fede mancano l’intelligenza e la volontà, la fede è come un fuoco che si spegne subito, e non incide nella vita.

Nella seconda lettura l’autore della lettera agli Ebrei ci ricordava che Gesù è venuto sulla terra per compiere la volontà di Dio Padre, e si è fatto obbediente fino alla morte di croce. Con la sua obbedienza ci ha procurato la salvezza. Se noi vogliamo rimanere nella salvezza che Gesù ci ha procurato, dobbiamo imitare la sua fede e quella della Madonna.

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12 dicembre  2021 – III domenica di Avvento C

Liturgia della Parola: 1lettura: Sof 3,14-18- Salmo responsoriale: Is 12,2-6 – 2lettura: Fil  4,4 – 7 – Vangelo: Lc 3,10-18.

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».

Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».

Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».

Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.
Parola del Signore

Omelia
Quando la parola di Dio tocca il cuore di coloro che l’ascoltano, fa nascere in loro la domanda: Che cosa dobbiamo fare? Le folle che ascoltano la predicazione di Pietro il giorno di pentecoste, alla fine gli domandano: Che cosa dobbiamo fare? Le folle che ascoltano Giovanni che le invita alla conversione gli domandano: Che cosa dobbiamo fare? Giovanni poco prima aveva detto loro: Fate frutti degni di conversione, cioèopere che mostrino in modo inequivocabile che vi impegnate a cambiare vita. Giovanni risponde a tutti in generale che bisogna condividere i beni di prima necessità, come cibo e vestiti, con chi non ne ha. Ad alcuni poi dà delle indicazioni specifiche. I pubblicani, incaricati della riscossione delle tasse, erano accusati di maggiorarle e di mettere in tasca il di più. A costoro Giovanni dice di non esigere più di quello che è stato stabilito. I soldati spesso si abbandonavano a maltrattare la gente o a estorcere del denaro. A costoro Giovanni dice di non commettere più queste azioni cattive e di contentarsi delle loro paghe. Sarebbe stato ridicolo se Giovanni si fosse limitato a dire ai pubblicani e ai soldati di condividere i loro beni con i poveri. Certo devono fare anche questo, ma prima devono rinunciare alle cattive azioni. La giustizia infatti viene prima della carità. Dunque i frutti degni di conversione sono la rinuncia alle cattive azioni e l’impegno a fare il bene.

La conversione sincera ci prepara ad accogliere il Signore che viene nella nostra vita. Dobbiamo stare attenti a non fermarci a quelli che ci annunciano la parola di Dio. E’ un pericolo in cui possiamo incorrere. La gente che ascolta la predicazione di Giovanni ad un certo punto incomincia a domandarsi se non sia lui il Cristo. Se Giovanni avesse detto di esserlo, gli avrebbero creduto facilmente, visto che già lo pensavano. Agendo così, Giovanni avrebbe tradito la sua missione e avrebbe ingannato la gente. Giovanni che è onesto e sa stare al posto suo, fuga ogni dubbio e spiega che il suo battesimo è solo acqua, invece quando verrà il Cristo battezzerà in Spirito Santo. Il Cristo è colui che porta la salvezza e che ha il potere di giudicare. Il Cristo è così grande nella dignità che Giovanni non si ritiene degno di essere suo servo.

Seguendo l’esempio di Giovanni il Battista, noi pastori della chiesa non dobbiamo legare le persone a noi stessi, non dobbiamo lasciar intendere che siamo noi i protagonisti del sacro. Noi siamo soltanto dei servitori, incaricati di preparare la via a Gesù che viene ad incontrare gli uomini che si convertono a lui e lo accolgono con fede nei sacramenti.

Il vangelo si conclude con l’annotazione dell’evangelista: Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo. Il verbo evangelizzare significa annunciare una buona notizia. La buona notizia è il Signore Gesù che viene a salvarci.

Nella prima lettura il profeta Sofonia ci invita  a rallegrarci perché il Signore è un Salvatore potente. E il profeta Isaia nel salmo ci dice: Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza. Le sorgenti della salvezza sono i sacramenti, in cui incontriamo il Signore Gesù morto e risorto che ci dona lo Spirito Santo. Mediante lo Spirito Santo che unisce il Padre al Figlio, siamo anche noi partecipi di questa relazione di amore e di vita tra il Padre e il Figlio. Per accostarci degnamente ai sacramenti dobbiamo essere sinceramente convertiti, cioè dobbiamo rinunciare al male e impegnarci a compiere il bene. Se ci accostiamo ai sacramenti senza convertirci, non incontriamo il Signore Gesù e non riceviamo lo Spirito Santo. Ma se lo facciamo con un cuore convertito, allora sperimentiamo la pace e la gioia. Alcuni quando si accostano ai sacramenti non sperimentano nulla, perché lo fanno senza conversione. Convertiamoci al Signore, e sperimenteremo la sua pace e la sua gioia.

Nella seconda lettura l’apostolo ci dice che la gioia deve essere il segno distintivo del cristiano. E’ la gioia, come abbiamo detto, derivante dalla comunione con il Signore Gesù. Una minaccia alla nostra gioia è rappresentata dalle preoccupazioni quotidiane, dalle difficoltà che dobbiamo affrontare. Da qui l’esortazione di Paolo: Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. Negli impegni e nelle difficoltà quotidiane non dobbiamo andare in crisi, sapendo che siamo in comunione con il Signore e che il Signore è con noi, e niente gli è impossibile. La fiducia nel Signore e nella sua potenza ci libera dalle angustie e custodisce la nostra gioia. Perciò invece di angustiarci, presentiamo a lui i nostri bisogni e le nostre necessità con preghiere, suppliche e ringraziamenti. I ringraziamenti per i benefici già ricevuti. Il ricordo dei benefici già ricevuti rafforza in noi la speranza che otterremo ancora benefici dal Signore.

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9 dicembre 2018 – II domenica di Avvento C

Liturgia della Parola: 1lettura: Bar 5,1-9 – Salmo responsoriale: Sal 126 – 2lettura: Fil 1,4-6.8-11 –  Vangelo: Lc  3,1-6.

Dal Vangelo secondo Luca

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore raddrizzate i suoi sentieri Ogni burrone sarà riempito ogni monte e ogni colle sarà abbassato le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!»..
Parola del Signore

Omelia

Omelia
Domenica scorsa è iniziato un nuovo anno liturgico. Quest’anno nelle messe domenicale ci accompagnerà il vangelo di Luca. Se leggiamo il vangelo di Luca troviamo all’inizio un prologo in cui l’autore spiega che ha scritto il vangelo per un certo Teofilo, che si era convertito al cristianesimo. Con il suo vangelo Luca vuole dimostrare a Teofilo che gli insegnamenti della fede non sono campati in aria ma hanno un fondamento storico. Oggi Luca parla della predicazione di Giovanni il Battista e si preoccupa di collegare questo avvenimento con dei fatti della storia profana: «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto». Con questo ci vuole dire che i racconti del vangelo sono fatti storici.

Giovanni deve preparare la via a Gesù e per questo predica un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Con la sua predicazione deve sollecitare gli uomini alla conversione, in modo che venendo Gesù possano ricevere da lui la salvezza ovvero il perdono dei peccati. La missione di Giovanni e quella di Gesù continuano nella chiesa, che predica come Giovanni la conversione e dona la salvezza che Gesù ci ha guadagnato con la morte e risurrezione.

La conversione comporta la rinuncia al male e l’impegno a compiere il bene. L’impulso alla conversione viene dalla parola di Dio che ci fa rientrare in noi stessi affinché riconosciamo i nostri peccati, ne proviamo dispiacere e facciamo il proposito di non commetterli più.

Quando pecchiamo, siamo tentati di mettere a tacere la nostra coscienza che ci rimprovera. La coscienza è la voce di Dio, che ci approva quando facciamo il bene e ci rimprovera quando facciamo il male. A causa dei peccati questa voce che è dentro di noi diventa sempre più tenue. La predicazione della parola di Dio ci spinge a rientrare in noi stessi, perché prendiamo coscienza dei nostri peccati e ci convertiamo. E’ la parola di Dio che abbassa i colli e riempie i burroni, cioè elimina in noi gli ostacoli che ci impediscono di convertirci. Gli ostacoli sono i convincimenti sbagliati e le abitudini cattive. Tuttavia la parola non agisce per il fatto stesso che l’ascoltiamo, ma solo se la prendiamo sul serio e l’accogliamo come parola di Dio.

Quindi la conversione è opera di Dio che richiede la nostra disponibilità. Senza questa disponibilità non possiamo ricevere il perdono dei peccati. Non c’è infatti nessuna comunanza tra Dio e il demonio, tra l’amore e l’egoismo, tra il peccato e la giustizia. Quindi non possiamo ricevere il perdono dei peccati se non riconosciamo e rifiutiamo i nostri peccati. Dio infatti si rapporta con noi trattandoci da persone libere e non ci darà mai il suo perdono se rifiutiamo di convertirci.

Tutti abbiamo bisogno di conversione, sia chi si è allontanato da Dio come il figliol prodigo e deve far ritorno a lui, sia chi sta con Dio come il figlio maggiore della parabola e ha bisogno di crescere nell’amore. Il figliol prodigo si è allontanato dal padre facendo il male e deve convertirsi. Ma anche il figlio maggiore deve convertirsi. Stando con il padre ancora non ha imparato ad amare come lui. L’apostolo Paolo nella seconda lettura parla proprio di questa crescita nell’amore: «E pe-rciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo». Il discernimento ci fa vedere i limiti e i guasti del nostro amore e ci insegna ad amare nel migliore dei modi, che è quello voluto da Dio, nelle situazioni sempre nuove che ci troviamo a vivere. San Antonio Abate diceva ai fratelli monaci nel suo insegnamento che la virtù principale dopo la carità è il discernimento. Senza discernimento o si prende per carità quella che non lo è, oppure la carità non viene espressa nel modo migliore richiesto da Dio. La conversione nell’amore dura tutta la vita. Infatti come con l’aiuto di Dio superiamo dei limiti nel nostro amore, subito la luce di Dio ce ne fa scoprire altri con cui dobbiamo confrontarci e lottare. Per questo con il Salmo, riconosciamo quello che Dio ha fatto per noi, e imploriamolo perché continui a operare nella nostra vita. Se il Signore è con noi, tutto concorre al nostro bene, anche i nostri peccati che ci provocano tristezza. Saranno come una semina nel pianto che il Signore trasforma nella gioia della salvezza.

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28 novembre  2021 – I domenica di Avvento C

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 33,14-16- Salmo responsoriale: Sal 24 – 2lettura: 1Ts  3,12-4,2 – Vangelo: Lc 21,25-28.34-36.

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saran­no segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le po­tenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 

Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nu­be con grande potenza e gloria. 
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risol­levatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.

State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’im­provviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Ve­gliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di com­parire davanti al Figlio dell’uomo».
Parola del Signore

Omelia
Oggi inizia un nuovo anno liturgico e inizia con il tempo dell’avvento. In questo periodo mentre siamo sollecitati a prepararci al Natale del Signore, in cui ricordiamo la sua prima venuta in mezzo a noi, siamo istruiti dalla liturgia a ricordarci che il Signore, come ha promesso, continua a venire nella chiesa, nella vita di ognuno di noi, nell’ora della nostra morte, e alla fine del mondo per tutti gli uomini.

Noi cristiani dunque viviamo sulla terra in attesa della venuta del Signore. E siccome sappiamo che il Signore viene a salvarci, dobbiamo attenderlo con serenità e gioia. Possiamo dire che la nostra vita cristiana è come un cammino incontro al Signore che viene. Pensiamo a qualcuno che deve recarsi ad un appuntamento. Se lungo il cammino si distrae e si dimentica dell’appuntamento, chi doveva incontrarlo non trovandolo, e dopo averlo cercato e aspettato a lungo, se ne va. Nel nostro cammino incontro al Signore dobbiamo stare attenti a non distrarci e a non dimenticarci del Signore che viene.

Questo può succedere se ci lasciamo prendere dalle dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita. Le dissipazioni e le ubriachezze indicano una vita dissoluta, immersa nei vizi, senza regole. Gli affanni della vita sono le preoccupazioni terrene, come il lavoro, le faccende di casa, e tutto il resto. Sono preoccupazioni legittime, ma se ci prendono in modo esagerato possono distrarci dal Signore. Molte persone che si dicono credenti e non conducono una vita immersa nei vizi, si lasciano però dominare dalle preoccupazioni terrene e non riescono per es. a trovare il tempo della messa domenicale. Se tu gli chiedi che cosa fanno la domenica, ti risponderanno che, siccome è l’unico giorno libero, si dedicano a fare la spesa, oppure fanno dei lavori in casa, o altro. E quindi non hanno tempo per venire a messa. Con le loro parole stanno dicendo, forse senza accorgersene, che la messa per loro è meno importante di tutti questi compiti. I vizi e gli affanni della vita appesantiscono il cuore che si addormenta e si dimentica del Signore. Gesù dunque ci esorta a vegliare in ogni momento pregando, perché in questo modo saremo pronti quando egli verrà a prenderci per stare con lui in eterno. Cerchiamo di capire come possiamo vegliare pregando in ogni momento. Sembra a prima vista una cosa impossibile da realizzare. San Agostino che si è occupato di spiegare questo nella lettera a Proba dice che la preghiera nella sua essenza è il desiderio del cuore che vive in comunione con Dio. Quindi se noi viviamo in comunione con Dio, tutta la nostra vita è una preghiera dalla mattina alla sera, perché facciamo tutto per essere graditi a lui. Per impedire che questo desiderio di Dio si intiepidisca e si raffreddi del tutto, lo alimentiamo con le preghiere vocali, o meglio ancora con la lettura e la meditazione della Scrittura. Possiamo dire che le preghiere vocali sono come la legna per alimentare il fuoco del desiderio di Dio e della sua volontà. Abbiamo un esempio di questo nel salmo responsoriale. Il salmista chiede a Dio:

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi.

L’uomo che parla sta chiedendo a Dio di fargli da maestro e da guida, di istruirlo ma anche di aiutarlo a mettere in pratica quello che gli insegna. Infatti se il Signore non ci aiuta, pur conoscendo la sua volontà, non siamo capaci di metterla in pratica.

Nella parabola delle dieci vergini Gesù dice che dobbiamo vegliare imitando le vergini sagge che avevano con se le lampade e l’olio in piccoli vasi. Le vergini sagge rappresentano i credenti che corrispondono alla grazia di Dio amando come lui. Dio ci vuole rendere simili al Figlio suo Gesù, vuole che amiamo come lui. Da parte nostra dobbiamo corrispondere a Dio impegnandoci ad amare come Gesù. Per questo Paolo prega Dio di far crescere e progredire nell’amore i cristiani di Tessalonica: il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti,  e prega i cristiani di Tessalonica ad impegnarsi nell’amore: vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate -, possiate progredire ancora di più. Dobbiamo desiderare che Dio ci renda simili a Gesù e riversi in continuazione su di noi il suo Spirito Santo. Dobbiamo riversare su quelli che incontriamo l’amore che Dio riversa in noi mediante il suo Santo Spirito. Infine bisogna considerare che il punto di partenza che porta poi ad una vita dissipata o immersa nelle cose terrene è l’accidia, la pigrizia spirituale, che ci fa essere cristiani trascurati. Noi oggi teniamo molto al look, all’aspetto esteriore, e ci curiamo bene nell’apparenza. Invece trascuriamo molto la nostra interiorità. Se la nostra interiorità fosse visibile apparirebbe con un volto trascurato e trasandato. Dobbiamo combattere la pigrizia spirituale facendo atti contrari a quello che ci suggerisce. Se ci suggerisce di non fare le preghiere quando siamo stanchi, perché non le faremmo bene e quindi possiamo farle meglio domani, rispondiamole che dobbiamo farle oggi anche se siamo stanchi per l’impegno che abbiamo preso con il Signore, il quale le gradirà molto di più proprio perché le facciamo con stanchezza. Se ci suggerisce di non andare a messa questa domenica, perché il Signore comunque ci perdona, diciamole che proprio perché ci perdona e ci vuole bene non dobbiamo dargli dispiaceri trascurando l’appuntamento con lui. Preghiamo ogni giorno con la liturgia delle ore e il rosario, e spendiamoci nelle opere buone, facendo atti di amore, non solo quando qualcuno ce lo chiede ma offrendoci da noi stessi quando vediamo che qualcuno ha bisogno. Vegliamo dunque per avere la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di com­parire davanti al Figlio dell’uomo.