Meditazioni Quaresima 2022

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3 aprile 2022 – V domenica di Quaresima C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Is 43,16-21 — Salmo responsoriale: Sal 125 – 2Lettura: Fil 3,8-14 — Vangelo: Gv 8,1-11.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.

Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nellinterrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.

Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Parola del Signore.

Omelia
Gli scribi e i farisei si rivolgono a Gesù per la donna sorpresa in adulterio non perché vogliono conoscere la sua opinione ma per sentirgli dire qualcosa con cui accusarlo. Gesù, conoscendo la loro malizia, in un primo momento non risponde. Ma poiché insistono ad interrogarlo, dice: Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

Queste parole di Gesù li spingono a farsi un esame di coscienza. E così gli accusatori della donna se ne vanno ad uno ad uno incominciando dai più anziani. Forse perché i più anziani, avendo accumulato più esperienza hanno compreso prima le parole di Gesù. O forse perché avendo vissuto più a lungo si rendevano conto di avere più peccati degli altri. Con la sua risposta Gesù ci vuole ricordare che siamo tutti peccatori e quindi nessuno di noi può farsi giudice del prossimo.

Dopo che sono andati via tutti rimane solo la donna dinanzi a Gesù, l’unico che potrebbe giudicarla, in quanto è il Figlio di Dio. Ma Gesù ha detto altre volte chiaramente che non è venuto per condannare ma per cercare e salvare chi era perduto. Gesù è venuto a portare la misericordia di Dio. Per questo perdona la donna adultera: Neanchio ti condanno, ma aggiunge un monito:  dora in poi non peccare più. Gesù distingue tra la donna peccatrice, che è creata ad immagine e somiglianza di Dio, e deve essere recuperata, e il peccato che viene dal maligno e deve essere rifiutato.

Un medico dopo aver guarito un malato gli dà degli avvertimenti per non avere ricadute, perché le ricadute sono più brutte. Così fa Gesù con la donna e con noi che ritorniamo a lui pentiti. La misericordia di Dio è un appello alla conversione, non un incentivo a continuare a peccare. Se uno prendesse la misericordia di Dio come un incentivo al peccato, farebbe come un malato che una volta guarito non prendesse nessuna precauzione per evitare la ricaduta. Se Dio ci accoglie come il padre della parabola, il suo perdono ci deve spronare a stare con lui, non a ricadere nel peccato. Se intendiamo la misericordia di Dio come un incentivo al peccato, ci stiamo sbagliando e ci facciamo del male. E’ come se il figlio che si era allontanato dalla casa, dopo essere ritornato e aver sperimentato la bontà e l’amore del padre nei suoi riguardi, insensibile a questa accoglienza, si allontanasse di nuovo da lui per vivere da dissoluto. Si comporterebbe da stolto e da ingrato.

Gesù perdona la peccatrice ma condanna il peccato. E’ necessario fare sempre questa distinzione. E’ lecito giudicare e condannare il peccato, che viene dal maligno, invece bisogna sempre avere comprensione e misericordia per il peccatore, per recuperarlo e ricondurlo a Dio. Ricordando che tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio, perché tutti peccatori.

Il monito di Gesù riguarda tutti quanti noi che abbiamo usufruito e usufruiamo della misericordia di Dio: Va e d’ora in poi non peccare più.

Ma come obbedire a queste parole di Gesù? Ci rendiamo conto che siamo fragili e il demonio ci tenta in tanti modi, facendo leva sulle nostre debolezze e gettandoci davanti i cattivi esempi del mondo. Siamo sollecitati alla trasgressione da ogni parte. Da soli non riusciremo mai a superare il peccato. Abbiamo bisogno non solo che Gesù ci perdoni ma anche che ci dia la forza per osservare i comandamenti di Dio. Gesù è venuto a fare l’una e l’altra cosa.

Paolo come fariseo cercava di obbedire alla legge di Dio con le proprie forze e quindi pensava di salvarsi con le proprie forze. Quando ha conosciuto Gesù ha compreso che Dio attraverso di lui ci concede la salvezza che da soli non saremmo mai riusciti ad ottenere. Gesù ci libera dai peccati con la morte di croce e ci fa dono dello Spirito Santo con la sua risurrezione. La grazia dello Spirito Santo fluisce in noi che crediamo in Gesù e ci trasforma facendoci vivere secondo la legge di Dio. Questa è la giustizia derivante dalla fede in Gesù Cristo. Dio mediante Gesù Cristo e lo Spirito Santo rende possibile per noi quello che era umanamente impossibile.

Gli israeliti hanno sperimentato nella loro storia l’intervento salvifico di Dio che ha reso per loro possibile quello che sembrava impossibile. Il profeta diceva che Dio aprì una strada nel mare, quando liberò gli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, e aprì poi una strada nel deserto per liberarli dalla schiavitù di Babilonia. Ora Dio ha aperto per noi un’altra strada per mezzo di Gesù Cristo, se la seguiamo ci conduce alla meta del paradiso.

A tal proposito voglio raccontarvi due testimonianze. Quando ero in seminario, alla scuola per operatori pastorali veniva un signore che raccontava a tutti la sua esperienza di conversione. Raccontava di aver vissuto da dissoluto, di aver fatto soffrire la moglie e non riusciva a comprendere come la moglie lo avesse perdonato. La mamma aveva pregato e digiunato per lui, ogni mercoledì invocando l’intercessione della Madonna del Carmine. Lui stesso si meravigliava di come era potuto avvenire in lui questo cambiamento. Ora faceva il corso per operatori pastorali, perché era impegnato in parrocchia. Ecco cosa è capace di fare il Signore se lo lasciamo operare nella nostra vita, ci rende possibile quello che a noi sembra impossibile. Quest’uomo dal fondo del peccato era passato alla vita della grazia.

Ma la potenza di Dio non si manifesta solo per coloro che da lontani ritornano a lui, si manifesta anche per chi è vicino e sperimenta la difficoltà nell’osservanza di alcuni suoi comandamenti. Anni fa una persona che frequentava assiduamente la messa e si confessava periodicamente, mi raccontava che provava odio verso un’altra persona. Pregava il Signore di liberarla e si confessava sempre questo problema per essere guarita dal Signore. Si rivolgeva alla Madonna della catena per aiutarla. Dopo anni questa persona mi raccontò che non solo era stata liberata dall’odio ma si era anche riconciliata con la nemica. Anche noi come queste persone possiamo sperimentare la potenza di Dio nella nostra vita, che fa grandi cose per noi, cioè si rende simili al Figlio suo Gesù nell’amore.

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27 marzo 2022 – IV domenica di Quaresima C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Gs 5,9a.10-12 — Salmo responsoriale: Sal 33 – 2Lettura: 2Cor 5,17-21 — Vangelo: Lc 15,1-3.11-32.

Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli lanello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perchéé questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perchéé lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perchéé questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Parola del Signore.

Omelia
Gli scribi e i farisei mormoravano vedendo Gesù con i pubblicani e i peccatori. Gesù non sta con i pubblicani e i peccatori per approvare i loro peccati, quasi a dir loro: continuate così che state facendo bene, ma per aiutarli a convertirsi. Infatti in un’altra occasione rispondendo alle mormorazioni Gesù dice: Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati, non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori a convertirsi.

In quest’occasione Gesù risponde alle mormorazioni raccontando una parabola, in cui risalta il carattere misericordioso del padre, che rappresenta Dio. E Gesù è venuto a rivelare Dio con i suoi insegnamenti e soprattutto con i suoi comportamenti.

Il figlio maggiore rappresenta gli scribi e i farisei che si proponevano di osservare meticolosamente la legge di Dio, il figlio minore rappresenta i pubblicani e i peccatori che vivevano da dissoluti.

Il figlio minore, abbiamo ascoltato, che chiede al padre la parte di eredità che gli spetta. Questa era una cosa che si faceva normalmente alla morte del padre. Tuttavia il padre accondiscende. Il figlio, ricevuta la sua quota, parte per un paese lontano  e sperpera i suoi beni vivendo da dissoluto.

Il primo passo verso una vita di peccato è il distacco da Dio e quindi dalla casa di Dio che è la chiesa. Dapprima si incomincia a disertare la messa domenicale, poi si trascurano le preghiere, e si va avanti vivendo come se Dio non esistesse. Tutti i peccati sono una conseguenza di questo distacco da Dio. Quando si mette da parte di Dio, all’inizio si ha la sensazione di una vita più libera, ma a lungo andare le cose si complicano.

Il figlio, dopo aver speso tutto, viene a trovarsi nel bisogno, intanto è scoppiata pure una carestia, e per procurarsi da mangiare non trova di meglio che andare a pascolare i porci di un signore di quella regione. Il vitto che gli viene fornito non gli basta. Vorrebbe saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci, ma nessuno gliene dava. Allora ritornò in sé. Quando viviamo nel peccato ci distacchiamo da Dio e fuggiamo anche la nostra coscienza. Dio parla nella nostra coscienza. E siccome non vogliamo ascoltarlo, perché ci rimprovererebbe, allora fuggiamo anche la nostra coscienza. Viviamo cercando sempre di distrarci e svagarci, fuggendo con fastidio il silenzio, che ci potrebbe mettere in ascolto della nostra coscienza. Il ritorno in sé è il primo passo verso la conversione.

Il figlio si ricorda della casa del padre. Non gli mancava niente, lì anche i servi hanno pane in abbondanza. Allora prepara la confessione da fare al padre e prende la decisione di ritornare. La sua conversione non è ancora autentica. Ritorna perché ha bisogno non perché vuole stare con il Padre. La conversione diventa perfetta solo quando il figlio scopre l’amore del padre per lui. Il padre non solo lo perdona ma lo ristabilisce nella condizione precedente di figlio: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli lanello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perchéé questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

E’ Dio che si comporta così con noi quando ritorniamo a lui pentiti dei nostri peccati.

Il figlio maggiore, come abbiamo detto, rappresenta gli scribi e i farisei che stanno con Dio, ma hanno impostato male il loro rapporto con Dio. Non si relazionano con Dio come figli ma come servi, non si rapportano con lui mediante l’amore ma mediante l’osservanza della legge. Il figlio maggiore infatti ricorda al padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando. Intendiamoci, la legge è necessaria, ma il nostro rapporto con Dio non deve ridursi all’osservanza della sua legge. Quando noi impostiamo il rapporto con Dio sulla base della legge, lo viviamo come un peso e una frustrazione, e sotto sotto pensiamo che i peccatori si godano la vita. E’ quello che lascia intendere il figlio maggiore parlando del fratello: Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. A suo avviso avrebbe dovuto punire il fratello, perché si è goduto la vita. Ma il padre sa che il fratello ha già espiato il suo peccato, con le conseguenze cattive che si è trovato a subire. Il padre come era andato incontro al figlio minore va incontro anche al figlio maggiore e cerca di fargli comprendere la fortuna che ha avuto di essere stato sempre con lui: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perchéé questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Tutti e due questi figli hanno bisogno di conversione e di essere liberati, il minore dalla schiavitù del peccato, il maggiore dalla schiavitù della legge. Hanno bisogno di sperimentare l’amore di Dio Padre.

Per questo Dio ha mandato Gesù Cristo suo figlio per liberarci da questa duplice schiavitù del peccato e della legge, per renderci suoi figli e farci vivere nel suo amore.

Gesù ci libera dalla schiavitù del peccato e della legge e ci rende figli di Dio con la sua morte risurrezione. L’apostolo nella seconda lettura dice che Dio ha fatto una permuta: ha fatto ricadere sul Figlio innocente i nostri peccati, perché devono essere espiati, e ha dato a noi peccatori la sua innocenza, salvandoci. Questa salvezza ci viene comunicata mediante la chiesa nei sacramenti. É quello che ricorda l’apostolo ripetendo: ha affidato a noi il ministero della riconciliazione…affidando a noi la parola della riconciliazione…In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. I due sacramenti che riconciliano con Dio sono il battesimo e la penitenza. La penitenza riguarda i peccati commessi dopo il battesimo. Quando ci accostiamo al sacramento della penitenza, facendo bene l’esame di coscienza e confessando con sincerità tutti i nostri peccati, sperimentiamo la compassione e l’abbraccio di Dio Padre che gioisce per noi. La pace e la gioia che sperimentiamo dopo la confessione sono l’effetto della gioia di Dio per noi. Dobbiamo accostarci a questo sacramento non solo quando siamo consapevoli di peccati contro i dieci comandamenti, ma anche per essere rafforzati contro le tentazioni e crescere nell’amore di Dio.

Magnifichiamo dunque il Signore, esaltiamo il suo nome perché in questo sacramento ci perdona e ci salva ogni volta che lo vogliamo.

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20 marzo 2022 – III domenica di Quaresima C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Es 3,18a.13-15 — Salmo responsoriale: Sal 102 – 2Lettura: 1Cor 10,16.10-12 — Vangelo: Lc 13,1-9.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Parola del Signore

Omelia

Gesù prende spunto da due fatti tragici del tempo per ammonire la gente a convertirsi. Ogni giorno quando vediamo il telegiornale sentiamo parlare di eventi tragici che accadono nel mondo. Questi fatti, secondo Gesù sono un monito affinché ci convertiamo. Al tempo di Gesù molti pensavano che coloro che erano stati vittima di eventi luttuosi fossero più peccatori degli altri. La morte drammatica era lo stigma del peccato. Gesù spiega che le cose non stanno così. Gesù non nega che le vittime di Pilato e del crollo della torre di Siloe fossero peccatori, ma dice che non erano più peccatori degli altri. Tuttavia sono morti all’improvviso senza aver avuto il tempo di convertirsi. Il dramma vero sta tutto qui. Non tanto nella morte tragica ma nel fatto che non hanno avuto il tempo di convertirsi. Da qui il monito di Gesù: Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Se non ci convertiamo rischiamo di perire come loro, non tanto perché moriamo tragicamente come loro, ma nel fatto che moriamo all’improvviso senza aver avuto il tempo di convertirci. Questa è la vera tragedia, la morte che ci coglie prigionieri del male.

Come fa altre volte, Gesù illustra il suo monito con una parabola. Il fico sterile rappresenta ciascuno di noi quando ci allontaniamo dal Signore e viviamo nel peccato. Diventiamo sterili di opere buone, gradite al Signore. Non diventiamo del tutto sterili di opere buone, ma di opere buone gradite al Signore. Altre volte vi ho detto che spesso le nostre opere buone, appaiono buone solo all’esterno, ma dentro sono guaste. Sono come quei frutti che all’esterno paiono belli, poi li sbucci e li trovi immangiabili. Le nostre opere buone sono guaste di amor proprio e di secondi fini. Possiamo compiere opere buone gradite al Signore solo se stiamo uniti a Gesù Cristo, il quale assomigliando il suo rapporto con noi a quello della vite con i tralci ha detto: Senza di me non potete far nulla. A queste opere buone solo in apparenza poi si aggiungono i peccati, con cui trasgrediamo i comandamenti di Dio. Siamo sterili di opere buone e facciamo opere cattive.

In questo modo somigliamo a quel fico, e Dio che è giusto dovrebbe punirci. Il padrone che ordina al vignaiolo di tagliare il fico infruttuoso simboleggia la giustizia di Dio, che ci punisce lasciandoci in balia dei nostri peccati e delle potenze demoniache. Con i peccati infatti ci consegniamo al demonio e ai suoi alleati. Ma in Dio non c’è solo giustizia, c’è anche misericordia. Il vignaiolo che suggerisce al padrone di pazientare raffigura la misericordia di Dio. Per questo i Padri della chiesa hanno visto nel padrone Dio Padre nel vignaiolo Dio Figlio, che è venuto sulla terra a mostrarci e a donarci la misericordia di Dio.

La parabola si conclude senza sapere quale sarà la decisione del padrone, per dirci che la decisione di Dio non è in nostro possesso. Certo il Signore pazienta con noi peccatori, perché in lui la giustizia e la misericordia non sono distribuite equamente, e prevale sempre la misericordia, tuttavia dobbiamo sapere che la sua pazienza non è illimitata.

Anche nelle altre letture di oggi appare questo duplice carattere di Dio, giusto e misericordioso. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che Dio si muove a compassione del suo popolo oppresso in Egitto e interviene a liberarlo: Ho osservato la miseria del mio popolo…ho udito il suo grido…conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo. Il salmo confessa il carattere fondamentale di Dio: Misericordioso e pietoso è il Signore,/lento allira e grande nellamore.

Nella seconda lettura vediamo l’altro atteggiamento di Dio, la giustizia. Si dice che gli israeliti dell’esodo non entrarono nella terra promessa: Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Gli israeliti che avevano visto i prodigi di Dio in Egitto e durante il viaggio nel deserto, non entrarono nella terra promessa, perché mancarono di fede e di fiducia nel Signore, e trasgredirono i suoi comandamenti. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.

Anche noi con il battesimo siamo stati liberati dalla schiavitù dell’Egitto, cioè del demonio e del peccato, e siamo in cammino nel deserto di questo mondo verso la terra promessa. Perché perirono gli israeliti nel deserto? Perché non corrisposero alla grazia di Dio. Dobbiamo dunque corrispondere alla grazia di Dio perché non ci succeda la stessa cosa. Intanto dobbiamo attingere in continuazione la grazia di Dio nei due sacramenti che ci accompagnano nel corso del pellegrinaggio terreno, il sacramento del perdono e l’eucaristia. Poi dobbiamo corrispondervi con frutti degni di conversione. Giovanni il Battista diceva agli israeliti che andavano a farsi battezzare da lui: Fate frutti degni di conversione e non dite: Siamo figli di Abramo. Gli israeliti si sciacquavano la bocca dicendo di essere figli di Abramo, e non si impegnavano nella conversione a Dio. Noi ci sciacquiamo la bocca dicendo di essere cattolici, di credere in Dio, ma questo non ci gioverà a nulla se non ci convertiamo. Giovanni direbbe anche a noi: Fate frutti degni di conversione, cioè che manifestino la conversione a Dio. Questi frutti sono quelli di cui Gesù ci ha parlato il mercoledì delle Ceneri, e la colletta di oggi ci ha ricordato: la preghiera, l’elemosina, il digiuno. La preghiera riguarda la cura del nostro rapporto con Dio, l’elemosina indica tutte le opere di carità verso il prossimo, il digiuno riguarda la lotta contro i nostri peccati e contro le nostre cattive inclinazioni, facendo atti contrari. Con il nostro impegno ascetico significato dal digiuno dobbiamo contrastare le cattive inclinazioni facendo atti contrari. Per es. se sono tentato a parlar male di una persona, faccio l’atto contrario di parlar bene, se sono tentato di tralasciare le preghiere per pigrizia, faccio l’atto contrario di recitarle adesso e subito. Gli atti contrari sono come esercizi con cui alleniamo la nostra volontà a corrispondere alla grazia di Dio. Non rimandiamo la nostra conversione ad un domani incerto e insicuro, impegniamoci subito anche se progrediamo poco di giorno in giorno, l’importante è che camminiamo nella  direzione giusta  che ci porta a Dio. Preghiamo per familiari, parenti, amici e conoscenti che vivono lontano e indifferenti a Dio. Nel primo segreto di Fatima la Madonna ha fatto vedere ai tre pastorelli l’inferno e ha detto che molti si dannano perché non c’è nessuno che preghi per loro.

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13 marzo  2022 – II domenica di Quaresima C

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen  15,5-12.17-18 – Salmo responsoriale: Sal 26- 2lettura: Fil 3,17-4,1-13 – Vangelo: Lc 9,28b-36.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».

Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
Parola del Signore

Omelia

Nella trasfigurazione Gesù mentre si trova in preghiera manifesta ai discepoli la gloria divina nascosta nella sua umanità. Gesù è il Figlio di Dio che si è fatto uomo come noi. Assumendo la natura umana, ha nascosto in essa la gloria divina. Certo Gesù colpiva e suscitava domande in quelli che lo incontravano. La gente nell’ascoltarlo provava stupore davanti alla sua sapienza, perché parlava come uno che ha autorità. Dinanzi ai suoi miracoli si domandavano: Chi è costui? Ma finiti i discorsi e cessati i miracoli, Gesù nella vita ordinaria appariva un uomo come gli altri. Nella trasfigurazione Gesù manifesta la gloria divina nascosta nella sua umanità, e la manifesta proprio mediante la sua umanità: il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. E’ una descrizione che dice e non dice, e ci fa comprendere che la gloria divina è indescrivibile.

Con la trasfigurazione Gesù vuole preparare i discepoli alla sua croce. Infatti alcuni giorni prima Gesù aveva annunciato per la prima volta la sua croce: Il Figlio dell’uomo — disse — deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno. I discepoli non accettavano questo discorso di Gesù perché non riuscivano a comprendere come potesse accordarsi la sofferenza e la morte di croce con il Messia. Perciò Pietro, che parla sempre a nome di tutti, aveva preso in disparte Gesù e aveva incominciato a rimproverarlo. A questo punto Gesù rincara la dose chiedendo ai discepoli di seguirlo sulla via della croce: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Con la trasfigurazione Gesù vuole preparare i discepoli all’umiliazione della croce. Quando di lì a poco lo avrebbero visto arrestato, umiliato, condannato, flagellato e sfigurato tanto che non sembrava d’uomo il suo volto, ricordandosi della trasfigurazione, non avrebbero perso la fede in lui. Così durante la passione i discepoli vanno in crisi, si smarriscono, ma non perdono del tutto la fede.

Nella trasfigurazione intervengono Mosè ed Elia a confermare il discorso di Gesù sulla croce: Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. E poi soprattutto la voce del Padre:  Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!

In cosa i discepoli di allora e noi discepoli di oggi dobbiamo ascoltare Gesù?

Dobbiamo ascoltare Gesù in tutto quello che ci ha detto, rivelandoci il Padre, in quello che ci ha insegnato, in quello che ci ha comandato, in quello che ci ha promesso. Soprattutto dobbiamo ascoltarlo quando parla della sua croce e della nostra croce, e cioè che solo attraverso la croce possiamo giungere alla gloria della risurrezione. La croce è l’amore perfetto, perché provato dalla sofferenza. Siamo chiamati a seguire Gesù sulla via dell’amore perfetto, perché solo così potremo partecipare della gloria divina.

Anche a noi Gesù fa fare esperienze di trasfigurazione per prepararci alla croce. Gesù ci fa sperimentare il suo perdono nel sacramento della Penitenza, ci fa sperimentare la sua dolcezza nell’eucaristia, il suo amore quando gli chiediamo qualcosa e ci esaudisce, soprattutto ci fa sperimentare che è con noi tutti i giorni. In queste esperienze di trasfigurazione come Pietro ci verrebbe da dire che è bello stare con Gesù, è bello essere suoi discepoli. In questo modo Gesù ci prepara a vivere la croce, perché nelle contrarietà, nelle tribolazioni, nelle difficoltà di ogni sorta non ci perdiamo d’animo, non ci sentiamo abbandonati, ma ricordandoci della trasfigurazione comprendiamo che ci sta chiamando a seguirlo sulla via della croce. L’ultima parola non è della croce ma della gloria della risurrezione. Con la trasfigurazione Gesù mostra ai discepoli la gloria divina che li attende, in cui troveranno appagamento tutti i desideri di felicità. Infatti noi siamo stati creati da Dio per stare con lui e contemplarlo in eterno.

L’apostolo nella seconda lettura ci ricorda qual è la meta della vita cristiana: La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso. Il Signore ci promette di renderci partecipi della sua gloria divina, nell’anima e nel corpo, nell’anima sin da adesso, nel corpo alla sua venuta alla fine del mondo. Possiamo fidarci della parola del Signore?

Se guardiamo come si è comportato con Abramo, possiamo fidarci di lui, perché è fedele alle sue promesse. Dio aveva promesso ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo e così ha fatto. Gli aveva promesso che la sua discendenza avrebbe abitato nella terra di Canaan, e così è avvenuto, come vediamo tutt’oggi. La conoscenza della storia biblica, fatta di promesse e realizzazioni, ci insegna a fidarci di Dio. La nostra fede nel Signore non potrà mai raggiungere la perfezione della fede di Abramo che non aveva alcun precedente prima di se. La nostra fede è supportata da una moltitudine immensa di testimoni che ci hanno creduto: tutti i giusti dell’Antico Testamento, gli apostoli, i martiri, i santi, e i cristiani dagli inizi della chiesa fino a noi. Una moltitudine immensa che nessuno può contare.

La fede nel Signore mentre ci prepara alle sue promesse per la vita  che verrà, ci aiuta a vivere bene nella vita presente, liberandoci da ansie e paure e infondendoci pace e sicurezza. Per esercitarci nella fede e nella fiducia in Dio durante questo tempo di quaresima ci può essere di grande aiuto la recita dei Salmi. Gli uomini che parlano nei salmi hanno una fede imperfetta per quanto riguarda il contenuto, perché ancora la rivelazione non era completa, ma hanno una fede perfetta e insuperabile nella fiducia e nell’obbedienza a Dio.

Nella trasfigurazione Gesù manifesta ai tre discepoli la gloria divina nascosta nella sua umanità. Gesù il Figlio di Dio, uguale al Padre nella divinità, assumendo la natura umana ha nascosto in essa la gloria divina. Infatti Gesù appariva ai suoi contemporanei un uomo come gli altri. Certo, un uomo che colpiva per la sua sapienza, perché parlava come uno che ha autorità e non come gli scribi. Un uomo che suscitava domande con i miracoli che compiva. Ma finiti i discorsi e passati i miracoli, Gesù stando con la gente appariva con le sembianze umane di tutti.

Nella trasfigurazione Gesù manifesta la gloria divina nascosta nella sua umanità. La manifesta attraverso la sua stessa umanità, che cambiò d’aspetto e le sue vesti divennero sfolgoranti. L’evangelista come vediamo dice e non dice, perché la gloria divina di Gesù non può essere descritta. Dai discepoli che sono lì presenti sappiamo qualcosa di più di questa gloria divina. Pietro che parla sempre a nome degli altri, anche questa volta esprime le sensazioni che lui e gli altri stanno provando nella contemplazione della gloria di Gesù: E’ bello per noi essere qui. I tre discepoli vorrebbero fermarsi lì per sempre. Per questo Pietro suggerisce a Gesù di fare tre tende in modo che possano fermarsi ad abitare lì. La contemplazione della gloria di Dio è la meta della nostra vita. Contemplandola troveranno appagamento tutti i nostri desideri di felicità.

Nella trasfigurazione Gesù manifesta la gloria divina nascosta nella sua umanità e che dopo la risurrezione sarebbe diventata parte integrante della sua umanità di risorto. Ma manifesta anche la gloria divina di cui saremo partecipi tutti quanti noi che crediamo in Gesù e mediante il battesimo siamo diventati membra del suo corpo.

Il momento culminante della trasfigurazione si ha con la voce del Padre che dalla nube proclama: Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!

Ma in cosa noi discepoli dobbiamo ascoltarlo?

Nel discorso che aveva fatto alcuni giorni prima sulla sua croce: Il Figlio dell’uomo — disse — deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno, e sulla nostra croce: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Gesù si era accorto che i discepoli non comprendevano e accettavano la sua croce. Tanto meno avrebbero accettato la propria croce, cioè di seguirlo sulla via della croce. Con la trasfigurazione Gesù vuole preparare i discepoli ad accettare la sua croce e la loro croce. Nella trasfigurazione Mosè ed Elia, la legge e i profeti, confermavano il discorso di Gesù sulla croce, poiché parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. La voce del Padre ci invita ad accettare il discorso di Gesù sulla sua croce e di seguirlo sulla via della croce, cioè dell’amore perfetto, poiché solo così potremo seguire Gesù nella gloria.

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6 marzo  2022 – I domenica di Quaresima C

Liturgia della Parola: 1lettura: Dt  26,4-10 – Salmo responsoriale: Sal 90 – 2lettura: Rm 10,8-13 – Vangelo: Lc 4,1-13.

Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo.

Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane».

Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».

Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».

Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».

Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
Parola del Signore

Omelia
Il tempo di Quaresima è un tempo di riscoperta del battesimo. Infatti nasce nella chiesa antica come tempo di preparazione prossima al battesimo, che i catecumeni ricevevano la notte di Pasqua. Durante la celebrazione del battesimo i catecumeni facevano la professione di fede.

Nella prima e nella seconda lettura abbiamo rispettivamente la professione di fede degli israeliti e poi quella dei primi cristiani. Entrambe le professioni di fede si fondano sugli interventi storici di Dio. Gli israeliti confessavano la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto da parte del Dio dei Padri. I primi cristiani confessavano la rivelazione di Dio in Gesù Cristo morto e risorto. Gesù è il Signore vuol dire che Gesù è Dio, che Dio si è rivelato in Gesù Cristo. Si tratta ancora di una professione di fede in embrione che poi si specificherà sempre meglio fino a diventare il nostro credo che recitiamo ogni domenica.

Nel vangelo abbiamo ascoltato il racconto delle tentazioni di Gesù. Subito dopo aver ricevuto il battesimo, Gesù viene spinto dallo Spirito Santo nel deserto per prepararsi alla missione pubblica. Stando nel deserto in solitudine, e digiunando, Gesù potrà stare in intimità con Dio Padre. Ma proprio mentre Gesù vive questa esperienza di massima intimità con Dio Padre, subisce la tentazione del diavolo. Il diavolo non tenta quelli che sono immersi nei vizi, che non si fanno scrupolo di compiere il male, perché li tiene già in pugno. Tenta quelli che sono vicini a Dio, per distaccarli da lui.

Noi nel battesimo siamo diventati figli di Dio come Gesù e come lui siamo tentati dal diavolo che cerca di allontanarci da Dio. La tentazione ci accompagna per tutta la vita.

L’evangelista lascia intendere che Gesù, nella sua umanità simile alla nostra, fu tentato dal diavolo durante tutti i quaranta giorni. Ma nel racconto riporta a titolo di esempio solo tre tentazioni, che ci servono per comprendere come il demonio agisce contro di noi, per stare guardinghi e respingere i suoi assalti.

Dopo aver digiunato per quaranta giorni Gesù ebbe fame e il diavolo gli suggerisce di procurarsi il cibo facendo un miracolo:  Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane. Noi sappiamo che Gesù ha moltiplicato i pani per sfamare la folla che lo seguiva, ha compiuto tanti miracoli per venire incontro alle necessità del prossimo, ma non ha fatto mai alcun miracolo per se stesso. Infatti secondo la volontà del Padre, Gesù deve vivere sulla terra come gli altri uomini, senza usare il potere divino per se stesso. Per questo motivo non si sottrarrà alla passione e alla croce.  Inoltre se Gesù avesse usato la potenza divina per procurarsi del cibo ci avrebbe dato un cattivo messaggio, che cioè il soddisfacimento dei bisogni corporei viene al primo posto. Il diavolo col suo suggerimento ci vuole far credere che la cosa più importante nella vita è soddisfare i bisogni corporali, la fame, la sete, il vestito, il piacere sessuale, e via dicendo.

Gesù risponde: Non di solo pane vivrà l’uomo. L’uomo non vive solo di pane, non ha solo bisogni corporali, non è solo corpo, l’uomo ha un’anima che ha fame di verità, di amore, di vita e può essere soddisfatta solo mediante la parola di Dio. Per questo in un’altra occasione dirà a quelli che lo cercavano dopo la moltiplicazione dei pani per vedergli fare altri miracoli simili: Datevi da fare non per il cibo che non dura ma per il cibo che rimane per la vita eterna. E in un altro passo, dopo aver insegnato ad affidarsi alla provvidenza, dice: Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Quindi il demonio con il suo suggerimento ci vuole distrarre da Dio, Gesù con la sua risposta ci insegna che bisogna cercare innanzitutto Dio, da cui dipende tutta la nostra vita, sia quella fisica e sia quella spirituale.

Gesù è venuto a portare il regno di Dio sulla terra, che non è come i regni umani, e non si fonda sul potere ma sul servizio dell’amore. Il demonio invece gli propone il potere sui regni della terra, a patto che si prostri e lo adori:  Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo.

E’ chiaramente una proposta irricevibile, che ci fa capire, però, come dietro tutti i compromessi e le macchinazioni cattive per conquistare il potere sulla terra o aumentare il possesso di ricchezze e di beni, ci sia il demonio. Potere e possesso delle cose si equivalgono. Infatti l’uomo cerca il possesso delle cose perché gli danno la sensazione di un maggior potere. Quindi quelli che scendono a compromessi cattivi, per acquistare potere e beni, molto probabilmente senza saperlo adorano il demonio. Il diavolo ci vuole far credere che noi raggiungiamo sicurezza e serenità, aumentando il potere e il possesso di beni, e attaccandoci ad essi. Quando assolutizziamo il possesso delle cose e il potere che ne deriva, senza saperlo stiamo prestando culto al diavolo.

Gesù risponde: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto. In un’altra occasione, parlando proprio della ricchezza, Gesù dice a quelli che attaccano il cuore alla ricchezza che non si possono servire due padroni, e che anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende da ciò che possiede.  La nostra vita, la nostra sicurezza, la nostra serenità, dipendono non dalle cose che abbiamo, non dipendono dal potere che esercitiamo, ma da Dio, che dobbiamo mettere al primo posto. Ancora una volta il demonio cerca di distrarci da Dio, Gesù invece ci insegna che bisogna servire solo Dio.

Gesù è venuto sulla terra per rivelarsi come Figlio di Dio, e far conoscere con le parole e le opere Dio Padre. Il demonio gli suggerisce di compiere questa missione per la via più breve, compiendo un gesto spettacolare: Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.

Gettandosi giù dal punto più alto del tempio di Gerusalemme il Padre sarebbe intervenuto a sostenerlo, tutti avrebbero visto il prodigio e avrebbero creduto in lui. E’ la tentazione del successo, della riuscita. In ognuno di noi c’è il bisogno di riuscire nella vita, di sentirsi realizzati. Ma questo avverrà solo se facciamo la volontà di Dio. Gesù riuscirà nella missione solo facendo la volontà del Padre, andando incontro alla morte di croce. Nella morte di croce che secondo la mentalità umana appare un fallimento, Gesù raggiunge lo scopo della sua missione di rivelarsi quale Figlio di Dio e di rivelare il volto del Padre che è amore. Il demonio invece ci spinge a raggiungere la nostra realizzazione facendo di testa nostra, cercando la nostra volontà, portando avanti i nostri progetti. E ci spinge a chiedere a Dio di fare la nostra volontà, non la sua. E se Dio non ci aiuta, incominciamo a lamentarci con lui e a dubitare del suo amore per noi. Facendo così dimostriamo di non fidarci di Dio.

Gesù risponde: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo. Ancora una volta il demonio cerca di distrarci da Dio, invece Gesù ci insegna a fidarci di Dio. Gesù  ci insegna a vincere le tentazioni del demonio nutrendoci della parola di Dio, mettendo al primo posto Dio e servendolo, fidandoci di lui.

In questo tempo di Quaresima appena iniziato siamo chiamati ad allenarci spiritualmente. Vedo diverse persone che la mattina vanno a fare footing. So che molti frequentano le palestre per tenersi in forma e fanno bene. Dovremmo avere anche la stessa cura per la nostra anima, per il rapporto di amicizia con Dio. La Quaresima è un tempo di esercizi spirituali. Un esercizio che possiamo fare, molto utile, è quello di nutrirci con abbondanza della parola di Dio. Poiché Gesù ha risposto al demonio citando passi del Deuteronomio, sarebbe cosa buona se leggessimo e meditassimo questo libro della Scrittura durante la Quaresima. La parola di Dio ci dà le motivazioni per credere, per mettere Dio al primo posto nella nostra vita, per confidare in lui, per riconoscere la sua presenza e i suoi interventi nella nostra storia, per smascherare gli inganni del maligno. Dobbiamo esercitarci per acquistare forza e così poter resistere e vincere le insidie del diavolo.