Meditazioni Pasqua 2020

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31 maggio 2020 – Pentecoste

Liturgia della Parola: 1lettura: At 2,1-11 – Salmo responsoriale: Sal 103 – 2lettura: 1Cor 12,3-7.12-13 – Vangelo: Gv 20,19-23.

Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Parola del Signore

Omelia
Abbiamo ascoltato che gli apostoli ricevono lo Spirito Santo la sera di pasqua da Gesù risorto, che «soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”», e poi, cinquanta giorni dopo, il giorno della pentecoste, quando: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare». La sera di Pasqua ricevono lo Spirito Santo che li rigenera alla vita di figli di Dio, il giorno di Pentecoste ricevono lo Spirito santo che li rende araldi del vangelo. Anche noi come gli apostoli abbiamo ricevuto lo Spirito santo che ci ha rigenerati alla vita di figli di Dio nel battesimo, e poi abbiamo ricevuto di nuovo lo Spirito santo che ci ha resi araldi del vangelo nella cresima. Quindi il battesimo è la nostra pasqua, la cresima la nostra pentecoste. Questi due sacramenti si ricevono una sola volta nella vita, e sono costitutivi. Tutto il seguito della vita cristiana è uno sviluppo del battesimo e della cresima. Ni continuiamo a ricevere lo Spirito santo anche negli altri sacramenti, anche nella confessione e nell’eucaristia, ma non più in modo costitutivo come nel battesimo e nella cresima.   Negli altri sacramenti riceviamo lo Spirito Santo per crescere come figli di Dio e araldi del vangelo.

Il giorno della pentecoste avviene anche la prima manifestazione pubblica della chiesa fondata da Gesù Cristo. Durante la sua missione terrena Gesù raccoglie interno a sé uomini e donne, che lo seguono come discepoli. Si racconta nel vangelo che un giorno mentre Gesù insegnava ai suoi discepoli che gli stavano intorno, vennero suo madre e i suoi fratelli e lo mandarono a chiamare. Allora Gesù rispose: «“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli”. Poi volgendo lo sguardo ai discepoli disse: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”». La famiglia che Gesù è venuto a formare non si fonda sul legame del sangue ma sul legame della fede e dello Spirito Santo.  In seguito vediamo che anche la Madre e i fratelli di Gesù entrano a far parte della sua famiglia. Infatti li troviamo il giorno di pentecoste con gli altri discepoli radunati nel cenacolo. Il giorno di pentecoste la chiesa si manifesta pubblicamente, quando i discepoli, uscendo dal cenacolo, incominciano a predicare le grandi opere di Dio, cioè quello che ha fatto mediante Gesù Cristo. Ci ha fatti passare dalla schiavitù del demonio, del peccato e della morte, alla libertà di figli di Dio. Il miracolo delle lingue avvenuto il giorno di pentecoste significa che la chiesa deve accogliere in sé tutti i popoli della terra. La chiesa infatti è la nuova umanità che si realizza secondo il progetto di Dio. Il miracolo delle lingue richiama per opposizione la confusione delle lingue tra gli uomini della torre di Babele, che volevano costruire un’umanità senza Dio. Parlavano tutti la stessa lingua, ma ad un certo punto non si intesero più tra di loro, e si disgregarono disperdendosi sulla faccia della terra. In ogni generazione c’è sempre una parte di uomini che si adopera a costruire una società senza Dio. Sono coloro che il vangelo di Giovanni chiama il mondo. Ma come avvenne per gli uomini della torre di Babele, così in ogni generazione assistiamo al fallimento di queste società senza Dio. Molti di noi sono stati spettatori in questi ultimi 30 anni del fallimento dei regimi comunisti, caduti uno dopo l’altro con effetto domino, e ora stiamo assistendo agli inizi della fine della società globalizzata. Gli uomini volevano fare del mondo un villaggio globale, dove tutti fossero interconnessi, in relazione gli uni con gli altri, omologati nei pensieri, nelle parole e nelle azioni, facendo però a meno di Dio. E’ bastato un piccolo virus per mettere in crisi tutto questo. Infatti siamo costretti a stare separati gli uni dagli altri, e dobbiamo guardarci dagli altri timorosi che possano infettarci. Tutte le sicurezze promesse dai guru di questo progetto globale sono venute meno. E questo è solo l’inizio, perché, se sono veri tutti i pronostici degli economisti, ci attende ancora una crisi economica spaventosa. I progetti degli uomini che vogliono fare a meno di Dio falliscono sempre, invece la chiesa di Dio, che sembra continuamente in difficoltà e a volte anche sul punto di implodere, perché perseguitata dall’esterno e dall’interno, avanza nella storia verso l’eternità. Come discepoli di Gesù Cristo all’esterno dobbiamo impegnarci ad annunciare il vangelo con zelo in ogni occasione, per accrescere la chiesa di nuovi figli di Dio, all’interno dobbiamo edificare la chiesa mettendo i carismi ricevuti dallo Spirito Santo a servizio dei fratelli. L’apostolo nella seconda lettura parlava appunto dei carismi, che sono doni dello Spirito Santo. Sono doni che abbiamo ricevuto nella cresima e che dobbiamo far fruttificare, mettendoli a servizio degli altri nella chiesa. Ricordiamoci del servo fannullone della parabola, che venne punito severamente dal Signore. Mediante i carismi le tre Persone divine vogliono servirsi di noi per edificare la chiesa. Se li nascondiamo, perché abbiamo paura di esporci e di metterci in gioco, impediamo a Dio di operare, priviamo i fratelli di una grazia a loro destinata, e facciamo del male a noi stessi.

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30 maggio 2020 -Messa della vigilia di Pentecoste

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 11,1-9 – Salmo responsoriale: Sal 32 – 2lettura: Rm  8,22-27– Vangelo: Gv 7,37-39.

Dal Vangelo secondo Giovanni

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva». Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.
Parola del Signore

Omelia
Gesù ci invita a credere in lui per dissetarci dell’acqua viva. Anche alla samaritana Gesù prometteva l’acqua viva che zampilla per la vita eterna.

Ma che cos’è quest’acqua viva che Gesù ci promette?

L’evangelista spiega che Gesù si riferisce allo «Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Nel dialogo con la samaritana l’acqua viva è Gesù stesso in quanto rivelatore di Dio Padre. L’acqua viva è Gesù in quanto rivela il Padre ed è lo Spirito Santo che ci mette in relazione con il Padre. Lo Spirito Santo è il dono ai credenti di Gesù risorto. Ecco perché l’evangelista dice che «non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato». Lo Spirito Santo c’era ed era presente in Gesù Cristo, ma non potevamo riceverlo in quanto peccatori. Con la sua morte Gesù espia i nostri peccati, con la risurrezione ci fa dono dello Spirito Santo. Mediante lo Spirito Santo entriamo in relazione di vita con Dio Padre. L’acqua viva dunque è Dio che si rivela in Gesù e si comunica a noi mediante lo Spirito Santo. Dio è l’acqua viva perché fonte della vera vita, la vita piena in tutti i sensi, perché è una vita che non finisce ed è felicità perfetta.

In ognuno di noi c’è la sete di questa vita piena, perché Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza e ci ha creati per stare con lui, e, come diceva Agostino di Ippona, il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in Dio.

Ma non tutti riusciamo a comprendere i sintomi di questa sete, non tutti quando siamo insoddisfatti pensiamo che dobbiamo ricorrere a Gesù, per dissetarci dell’acqua viva dello Spirito Santo. Molti, anche tra noi credenti, vanno a dissetarsi a sorgenti di acqua salata, che non disseta ma aumenta ancora di più la sete. Molti pensano di dissetare questa sete innata di felicità moltiplicando i piaceri, il possesso delle cose, la ricchezza, la ricerca sfrenata dell’apparenza, del successo, della carriera.

Sono tutte sorgenti di acqua salata. Voglia il Signore che ce ne rendiamo conto e ricorriamo a lui, che ci dona con abbondanza l’acqua viva dello Spirito Santo. 

Noi che crediamo in Gesù abbiamo ricevuto in due momenti l’effusione dello Spirito Santo che ci ha costituiti prima figli di Dio, il battesimo, e poi, testimoni di Cristo, la cresima. Poi riceviamo in continuazione lo Spirito Santo ogni volta che ci accostiamo ai sacramenti che ci accompagnano nella vita, quali la confessione e l’eucaristia. Dobbiamo farlo con ordine. Se siamo nel peccato mortale, dobbiamo accostarci alla confessione e poi alla comunione e non viceversa. Questo per il rispetto che portiamo a Gesù presente nell’ostia consacrata in corpo, sangue, anima e divinità.

Senza Dio la nostra vita non può realizzarsi, ma fallisce. Senza Dio falliscono anche le società umane come abbiamo ascoltato nella prima lettura. Gli uomini vogliono costruire una società senza Dio, vogliono sviluppare le relazioni umane senza Dio, e il loro progetto fallisce. Parlavano tutti la stessa lingua ma ad un certo punto non si capiscono più e si dividono tra di loro. Quello che viene descritto nella Bibbia a proposito di babele lo stiamo sperimentando noi adesso come mondo globalizzato. Volevamo costruire un mondo unito che coinvolgesse tutti gli uomini, dove le distanze fossero tutte accorciate ma senza Dio. Ed ecco un virus invisibile ha bloccato la costruzione di questo mondo, ci ha costretti a stare separati gli uni dagli altri, a guardarci timorosi gli uni dagli altri. Il coronavirus è la condanna che tocca ai costruttori di questo mondo senza Dio. Il Salmo diceva che «Il Signore annulla i disegni delle nazioni,/rende vani i progetti dei popoli./Ma il disegno del Signore sussiste per sempre,/i progetti del suo cuore per tutte le generazioni./

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,/il popolo che egli ha scelto come sua eredità». Qual è il disegno di Dio sul mondo, qual è la nazione che ha il Signore come Dio? E’ la chiesa, la famiglia dei figli di Dio, di quelli che credono in Gesù Cristo e vivono in comunione con Dio mediante lo Spirito Santo. La chiesa è la nuova umanità che si realizza secondo la volontà di Dio ed è destinata all’eternità. Invece tutte le società umane senza Dio sono destinate a finire nel tempo.

Nella seconda lettura l’apostolo ci ricorda che tutti quanti noi che abbiamo ricevuto lo Spirito Santo e siamo in comunione con Dio aspettiamo la pienezza della salvezza, quando Gesù verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, passerà questo mondo e tutta la chiesa pellegrina sulla terra entrerà nell’eternità di Dio. Lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza perché «non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente». Ogni cosa che Dio vuole fare per noi, perché la realizzi di fatto, dobbiamo desiderarla, perché non ci vuole imporre la sua volontà. Siccome non abbiamo una percezione chiara della felicità del paradiso, di quale immensa gioia produrrà in noi la visione di Dio, di quanto appagamento genererà in noi la vita eterna con Dio, non siamo nemmeno in grado di desiderare bene tutte queste cose. Allora lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza, generando in noi il senso di Dio e del paradiso, perché possiamo desiderarli con più convinzione e prepararci bene con la preghiera a ricevere i doni di Dio.

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24 maggio 2020 – Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo

Liturgia della Parola: 1lettura: At 1,1-11 – Salmo responsoriale: Sal 46 – 2lettura: Ef  1,17-23– Vangelo: Mt 28,16-20.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Parola del Signore

Omelia
Oggi ricordiamo l’ascensione di Gesù al cielo. Gesù, il Figlio di Dio, per rendersi visibile a noi, aveva assunto una natura umana simile alla nostra. Ora dopo aver compiuto l’opera che il Padre gli aveva affidato, ritorna nella sfera divina, portando con sé anche la natura umana assunta da noi, che così viene sottratta ai nostri sguardi: «Mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi». Gesù, entrando nella sfera divina, o per usare un’immagine tradizionale, sedendo alla destra di Dio, partecipa della signoria e della regalità di Dio anche con la natura umana assunta da noi, per questo dice: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Con l’ascensione, dunque, Gesù si è sottratto ai nostri occhi ma non vuol dire che si è allontanato da noi. Anzi, visto che è entrato nella sfera divina, e Dio è dovunque, anche Gesù è presente dovunque ci sono i suoi discepoli. Per questo dice: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Gesù oggi è qui in mezzo a noi radunati nel suo nome, per celebrare secondo il suo comando la santa eucaristia, ed è presente in ogni parte della terra dove sono radunati i nostri fratelli per celebrare come noi la santa eucaristia. Un giorno, come dicevano gli angeli nella prima lettura, Gesù si manifesterà di nuovo per giudicare i vivi e i morti e per inaugurare pienamente e definitivamente il regno di Dio sulla terra.

In questo intervallo di tempo che va dalla sua ascensione alla sua manifestazione gloriosa alla fine dei tempi, noi che abbiamo creduto in lui, non dobbiamo perdere tempo a speculare sulla sua venuta: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere», non dobbiamo attendere, aspettando qualche segno dal cielo e senza far niente: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?». Seguendo il comando di Gesù dobbiamo rendergli testimonianza in tutto il mondo, dobbiamo portare a lui tutti gli uomini, rendendoli suoi discepoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». I discepoli di Gesù si formano con il suo insegnamento e con i sacramenti, ad incominciare dal battesimo che è la porta di tutti i sacramenti. L’insegnamento fa nascere e crescere la fede in lui, i sacramenti ci comunicano la sua salvezza. Queste cose non riguardano solo quelli che devono diventare cristiani, ma anche quelli che sono già cristiani. Per diventare discepoli di Gesù e per perseverare come discepoli di Gesù, abbiamo bisogno di conoscere ed approfondire sempre più il suo insegnamento e di accostarci con costanza ai sacramenti. Riguardo all’insegnamento di Gesù, bisogna sottolineare che è uno solo, ed è quello trasmesso dagli apostoli alla chiesa e custodito nelle Scritture e nel catechismo della Chiesa Cattolica. Ognuno di noi dovrebbe attingere a queste sorgenti di acqua pura, dove ascoltiamo il Signore che ci parla e ci istruisce perché viviamo come discepoli, cioè nella fede, nella speranza e nella carità. La seconda lettura di oggi ci parla della virtù della speranza, che ha come oggetto le promesse di Gesù, in particolare quello che ci attende dopo questa vita.

Dobbiamo far nostra la preghiera di Paolo per i cristiani di Efeso, chiedendo a Dio una maggiore conoscenza della gloria che ha preparato per noi nel paradiso, perché la desideriamo con più ardore, e della sua potenza con cui ha risuscitato Gesù e con cui opera nella nostra vita, perché attendiamo con più certezza di essere un giorno con Gesù nella gloria del cielo.

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17 maggio 2020 – VI Domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 8,5-8.14-17 – Salmo responsoriale: Sal 65 – 2lettura: 1Pt 3,15-18– Vangelo: Gv 14,15-21.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Parola del Signore

Omelia
A prima vista le parole di Gesù sembrano volerci dire che il nostro rapporto con lui consiste nell’osservanza dei suoi comandamenti. Ma se le comprendiamo bene ci rendiamo conto che il nostro rapporto con lui è innanzitutto un rapporto personale d’amore, in cui il suo amore, che è quello di Dio, ci precede sempre.

Infatti i comandamenti di Gesù si riassumono nell’unico comandamento dell’amore che lui ci ha lasciato: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Dunque c’è innanzitutto l’amore di Gesù e poi viene il nostro amore nei suoi riguardi che dobbiamo rivolgere al prossimo. Gesù ci chiede di ricambiare il suo amore, riversando il nostro amore sul prossimo, ad incominciare dai fratelli nella fede.

Ma come possiamo amarci gli uni gli altri ad imitazione di Gesù, se prima non sperimentiamo il suo amore?

Per farci sperimentare il suo amore, quello che lo ha portato a dare la vita per noi sulla croce, Gesù prega il Padre affinché ci faccia dono dello Spirito Santo.

Gesù chiama lo Spirito Santo con due appellativi, Paraclito e Spirito della verità. Lo Spirito Santo è Paraclito perché ci difende come fa un avvocato con il proprio assistito, ci consola come fa una madre con i figli in difficoltà, ci protegge e si prende cura di noi come un difensore potente. Lo Spirito Santo è Spirito della verità perché ci aiuta ad assimilare la verità, ossia la rivelazione dell’amore di Dio che Gesù ha fatto con la sua vita e i suoi insegnamenti. Lo Spirito Santo, come dice Paolo, diffonde nei nostri cuori l’amore di Dio. Il mondo, l’insieme degli uomini che non credono in Gesù, non può riceverlo, perché per ricevere il dono dello Spirito Santo bisogna credere in Gesù. Mediante la venuta in noi dello Spirito Santo, vengono a vivere in noi come ospiti anche il Padre e il Figlio. Per questo Gesù può dire ai discepoli: «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Se crediamo e comprendiamo queste parole di Gesù, non cercheremo visioni e apparizioni, perché non ne sentiremo il bisogno. Con la presenza delle tre Persone divine in noi, sperimenteremo giorno per giorno l’amore di Dio e avremo la forza di riversarlo sul prossimo. Ogni volta che riversiamo l’amore di Dio sul prossimo, si accresce anche la presenza delle tre Persone divine in noi. Questo vuole dire Gesù con le parole: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Quindi più riversiamo sul prossimo l’amore che riceviamo da Dio, più continueremo a ricevere amore da Dio.

Le altre letture, la prima e la seconda con il salmo, parlano della testimonianza cristiana. Nella prima lettura abbiamo ascoltato: «E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva».  Quindi la testimonianza va fatta con le parole e con i gesti.

Con le parole dobbiamo annunciare le opere di Dio nella storia della salvezza e le opere di Dio nella nostra vita. Nel salmo responsoriale ascoltiamo la testimonianza di un israelita, che racconta l’intervento salvifico di Dio quando cambiò il mare in terraferma, affinché gli israeliti scampassero agli egiziani, e poi racconta quello che Dio ha fatto per lui. Noi cristiani annunciamo la morte e la risurrezione di Gesù, con cui Dio ci ha liberato dal demonio, dal peccato e dalla morte. A questo annuncio dobbiamo aggiungere il racconto della nostra esperienza della salvezza, quello che Dio ha fatto per noi. Infatti ognuno di noi può sperimentare la salvezza del Signore nella propria vita.

Seguendo quello che Gesù diceva nel vangelo, dobbiamo testimoniare con la vita l’amore di Dio che riceviamo, riversandolo sul prossimo, e non conformandoci alla mentalità del mondo. Le opere di amore rendono credibile il vangelo ancor più dei miracoli. Come lasciava intendere la seconda lettura con il nostro comportamento cristiano dobbiamo suscitare domande negli altri, che diventino occasione per parlare di Gesù e del suo insegnamento: «Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». Se ci comportiamo come fanno tutti, omologandoci al pensiero corrente contrario al vangelo, nessuno ci porrà domande. La nostra testimonianza, però, deve scaturire non da spirito di contraddizione o da ostentazione o per essere al centro dell’attenzione, ma da una retta coscienza, cioè dal desiderio che il Signore Gesù sia conosciuto e gli altri possano incontrarlo, come è accaduto a noi, sperimentando con noi l’amore di Dio mediante il dono dello Spirito Santo.

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10 maggio 2020 – V Domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 6,1-7 – Salmo responsoriale: Sal 32 – 2lettura: 1Pt 2,4-9– Vangelo: Gv 14,1-12.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Parola del Signore

Omelia
Gesù con l’immagine della casa e delle dimore si riferisce alla sua relazione con il Padre e, dicendo che ci sono molte dimore, vuole dire che c’è posto anche per noi, anche noi possiamo partecipare della sua relazione con il Padre. Ma prima egli deve eliminare il nostro peccato che ci impedisce di entrare in relazione con Dio: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi». Con queste parole Gesù allude alla sua morte e risurrezione. Con la sua morte ha espiato i nostri peccati, con la risurrezione ci ottiene il dono dello Spirito Santo. Mediante lo Spirito Santo Gesù ci prende con sé, rendendoci partecipi della sua stessa relazione di vita e di amore con Dio Padre. Come per entrare in questa relazione con Dio Padre abbiamo bisogno di credere in Gesù, così per rimanere stabilmente in questa relazione abbiamo bisogno di seguire Gesù, che è la via, la verità e la vita. Dobbiamo dunque seguire il suo esempio, amando come lui, e obbedire alla sua parola, che è verità. In questo modo vivremo in comunione di vita con Dio Padre.

E come Dio Padre si è rivelato in Gesù, nelle sue parole e nelle sue opere, così, se seguiremo Gesù stabilmente, Dio Padre si rivelerà anche in noi, nelle parole e nelle opere. Quando Gesù dice che sono le sue opere a manifestare che egli è una cosa sola con il Padre, non si riferisce solo ai miracoli, ma soprattutto alle opere di amore che ha compiuto, in quanto manifestano l’essenza di Dio che è amore. La più grande opera di amore compiuta da Gesù è il dono della vita sulla croce: «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio Unigenito».

La seconda lettura ci insegna quello che è avvenuto per noi nel battesimo, quando siamo divenuti partecipi per la prima volta della relazione di Gesù con il Padre, divenendo anche noi figli di Dio. Siamo diventati un popolo regale, sacerdotale, profetico. Regale perché partecipiamo della stessa libertà di Dio, una libertà che si sviluppa nell’amore. Sacerdotale perché viviamo in intimità con Dio e siamo abilitati ad offrirgli sacrifici spirituali a lui graditi, cioè le opere di amore che Gesù ci ha insegnato. Profetico perché siamo chiamati ad annunciare le opere ammirevoli di lui, che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

La prima lettura mediante la risposta degli apostoli ci mette in guardia dal pericolo di lasciarci prendere dal servizio della carità trascurando il ministero profetico della parola: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense». Se manca la parola di Dio, viene meno anche l’autentica carità, perché è la parola di Dio che insegna la vera carità. La carità è autentica solo quando scaturisce dall’obbedienza alla parola di Dio. Inoltre la prima lettura ci ricorda che la comunità cristiana vive della parola di Dio: «E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente». La parola di Dio si diffondeva perché ogni cristiano si sentiva un profeta di Dio, chiamato ad annunciare le sue opere meravigliose. La parola di Dio fa crescere la chiesa in quantità e in qualità. In quantità perché suscita la fede e moltiplica le persone che credono in Gesù, in qualità perché fa progredire e rende sempre più simili a Gesù quelli che già credono.

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3 maggio 2020 – IV Domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 2,14.36-41 – Salmo responsoriale: Sal 22 – 2lettura: 1Pt 2,20-25– Vangelo: Gv 10,1-10.

Dal Vangelo secondo Giovanni



In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Parola del Signore

Omelia
Con questa similitudine Gesù ci dice che lui è la porta attraverso cui devono passare tutti quelli che vogliono avvicinarsi alle pecore in modo giusto e legittimo e lui è la porta attraverso cui devono passare le pecore se vogliono andare ai pascoli della vita. Ci dice ancora che lui è il pastore a cui le pecore appartengono, venuto perché le pecore abbiano la vita in abbondanza: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Tutte queste cose Gesù a chi le sta dicendo?

Le sta dicendo a tutti noi che siamo le sue pecorelle, che facciamo parte del suo gregge, che è la chiesa. Anche noi cosiddetti pastori, posti a pascere le sue pecore, prima di essere pastori siamo insieme con voi pecorelle del suo gregge.

Come pecorelle del suo gregge dobbiamo fare riferimento a lui, che è la porta attraverso cui passare per andare ai pascoli della vita. Dobbiamo obbedire alla sua voce, perché le sue pecore ascoltano la sua voce e non seguono la voce di un estraneo. Dobbiamo seguire le sue orme, imitando il suo comportamento. Ma dove possiamo ascoltare la sua voce e dove osservare il suo comportamento?

La parola di Gesù è contenuta nelle Scritture e nella Tradizione della chiesa. Nella Scrittura c’è la parola di Gesù messa per iscritto, nella Tradizione la parola trasmessa a viva voce. La Scrittura e la Tradizione sono interpretate autenticamente dal magistero della Chiesa, formato dal papa e dai vescovi, che sono a servizio della parola di Dio. Cioè non possono modificare la parola di Gesù, ma devono solo spiegarla, attualizzandola momento per momento. La sintesi della Scrittura e della Tradizione, interpretate dal magistero si trova nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Come pecorelle del gregge di Gesù Cristo dobbiamo nutrirci della sua parola, accogliendola con obbedienza.  L’esempio di Gesù lo troviamo descritto nei vangeli e poi nella vita dei santi, che sono come un vangelo vivente. Siamo chiamati come pecorelle del gregge di Gesù a seguire il suo comportamento.

La seconda lettura dice che ci sono delle situazioni che ci aiutano a somigliare a Gesù. Quando per esempio facciamo del bene e riceviamo male, oppure siamo puniti ingiustamente, se accettiamo il torto subito come ha fatto Gesù, con pazienza, perdonando e amando i nemici, diventiamo più simili a lui. Voglio presentarvi l’esempio del cardinale Pell. L’anno scorso è stato condannato in primo e secondo grado per pedofilia, un’accusa infamante per un cardinale di santa romana chiesa. E’ stato rinchiuso in carcere per un anno. Alcuni giorni fa l’alta corte dell’Australia ha annullato le sentenze di condanna e lo ha prosciolto, perché ha riconosciuto la sua innocenza. Dopo essere stato scarcerato, il cardinale ha detto di perdonare ai suoi accusatori. Da questo comportamento conosciamo che il cardinale Pell è una pecorella del gregge di Gesù Cristo.

Ma nel vangelo di oggi Gesù sta parlando soprattutto a coloro che nella chiesa svolgono il compito di pastori. Se noi pastori vogliamo avvicinarci in modo giusto e legittimo a voi pecorelle di Gesù, dobbiamo fare riferimento a lui. Se vogliamo guidarvi alla salvezza, dobbiamo imitare il suo comportamento. Detto in altre parole dobbiamo nutrirvi con la sua parola, di cui ci siamo nutriti prima noi, dobbiamo insegnarvi il suo esempio con la nostra vita e guidarvi a seguire lui, l’unico vero pastore.

Se noi pastori invece di annunciarvi la sua parola, vi annunciassimo altre cose, o mescolassimo alla sua parola parole che non sono sue, o selezionassimo la sua parola, annunciandovi alcune cose e tacendovene altre, noi ci comporteremmo da ladri e briganti. Vi porto alcuni esempi per capire meglio come si comportano i falsi pastori che sono ladri e briganti. Per esempio, se io invece di spiegarvi le letture della Scrittura, vi parlassi di altre cose, anche importanti, ma trascurassi di spiegare la parola che è stata letta, mi comporterei come un ladro e un brigante, perché vi distrarrei da quello che il Signore ci ha detto oggi. Se vi dicessi: il Signore è misericordioso e alla fine perdonerà tutti, mi comporterei come un ladro e un brigante. Infatti vi dico alcune cose che sono parola di Gesù, e altre che sono parole mie. Il Signore è misericordioso, e vuole perdonare tutti quelli che si convertono. Dicendovi che perdona tutti, a prescindere dalla loro conversione, io uso la misericordia di Gesù come un incentivo al peccato e non come un appello alla conversione. Se io vi dicessi che dopo la morte ci attende per tutti il paradiso, mi comporterei come un ladro e un brigante. Infatti faccio una selezione della parola di Gesù, non dicendovi tutte le cose che ha detto lui, il quale nel capitolo 25 di Matteo ha parlato del paradiso ma anche della possibilità della dannazione eterna.  

Come pastori del gregge di Cristo poi dobbiamo darvi il buon esempio, comportandoci come Gesù si è comportato, mettendoci al vostro servizio e non servendoci di voi. E soprattutto come pastori del gregge di Cristo non dobbiamo legarvi a noi, ma condurvi a lui. Ora le pecorelle di Gesù Cristo che sanno riconoscere la sua voce e il suo esempio non si lasciano ingannare dai falsi pastori. Quelli che seguono i falsi pastori, non sono pecore di Cristo. Infatti dice Gesù che le sue pecore non seguono la voce di un estraneo. Le pecore di Gesù Cristo seguono solo i pastori autentici. Possiamo dire che nella chiesa si presentano i cattivi pastori per far venir allo scoperto le pecore che non sono di Gesù Cristo.

In conclusione tutti, pecorelle e pastori, se vogliamo essere pecorelle del gregge di Gesù, se vogliamo essere pastori secondo il suo cuore, dobbiamo fare riferimento a lui, dobbiamo imitare il suo comportamento, dobbiamo amare come lui ci ha insegnato.

E poiché a causa della nostra debolezza manchiamo in tante cose e siamo sempre imperfetti, abbiamo bisogno di una continua conversione.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato che la conversione nasce dall’ascolto della parola di Gesù, che trafigge il cuore, provoca la compunzione, il dispiacere di aver fatto qualcosa che non gli è gradita. La conversione richiede l’impegno a corrispondere alla grazia di Dio. L’apostolo diceva: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Il Signore ci vuole salvare, ma richiede la nostra collaborazione. Dobbiamo rinunciare alla mentalità e ai comportamenti del mondo, improntati all’egoismo e alla superbia. La mentalità del mondo mi dice che io devo pensare a me stesso e servirmi degli altri, Gesù invece mi dice che devo pensare agli altri e mettermi al loro servizio. Seguendo Gesù Cristo, ciascuno di noi sperimenterà quello che diceva il Salmista: «Non manco di nulla». Il Signore non ci farà mancare il cibo di vita eterna che è venuto a portarci, e di cui abbiamo bisogno per reggere nella lotta contro lo spirito del male, e non ci farà mancare tutto il necessario per condurre una vita dignitosa e serena. La fiducia riposta in lui è la nostra forza e la nostra sicurezza.

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26 aprile 2020 – III Domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 2,14.22-33 – Salmo responsoriale: Sal 15 – 2lettura: 1Pt 1,17-21– Vangelo: Lc 24,13-35.

Dal Vangelo secondo Luca

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Parola del Signore

Omelia
Abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi che questi due discepoli si erano allontanati dal gruppo, cioè dagli altri discepoli, e se stavano tornando a casa delusi, perché pensavano di essersi sbagliati su Gesù e che lui fosse morto per sempre: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele». Non avevano compreso il significato della morte di Gesù e che Gesù non sarebbe rimasto in potere della morte ma sarebbe risuscitato per non morire mai più. Non avevano compreso il significato di quello che era successo, perché non avevano prestato attenzione alla parola di Dio, che Gesù per ben tre volte aveva annunciato loro. Mentre si stava recando a Gerusalemme Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli che sarebbe morto e risorto secondo le Scritture, secondo quello che avevano predetto i profeti su di lui. Ma i discepoli, come a volte facciamo noi quando ascoltiamo la parola di Dio, non vi avevano prestato la dovuta attenzione. Quindi si sono trovati impreparati alla sua morte e alla sua risurrezione. Non credono infatti alle donne che il mattino di Pasqua vanno a riferir loro la parola degli angeli che Gesù è risorto. Questi due discepoli se ne ritornavano a casa alla vita di prima, delusi, perché con una fede al minimo. E non riconoscono Gesù che si accompagna a loro nel cammino, perché «i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo».

Per guarire la loro cecità Gesù compie due gesti. Innanzitutto spiega le Scritture, la parola di Dio, mostrando come tutto quello che era successo a Gesù di Nazareth era stato predetto dai profeti riguardo al Messia. I profeti avevano predetto la sua morte e la sua risurrezione. Il testo alla lettera dice che Gesù aprì le Scritture, cioè non solo annuncia le parole delle Scritture ma ne spiega il senso, perché solo così può nascere e svilupparsi la fede. Dopo averli illuminati con la parola della Scrittura, compie il gesto di spezzare il pane, come aveva fatto nell’ultima cena. Così si aprono i loro occhi e lo riconoscono e lo vedono anche sensibilmente per un momento. La loro esperienza infatti doveva essere di insegnamento per noi, che non vediamo Gesù, ma dobbiamo sapere che si rende presente nella santa messa. Gesù continua a compiere questi due gesti di aprire le Scritture e di spezzare il pane in ogni messa, servendosi dei sacerdoti. Con le Scritture nutre la nostra fede, illumina la nostra mente perché possiamo percepire la sua presenza con noi.

Quali sono le conseguenze pratiche che scaturiscono per noi da questo passo del vangelo?

Innanzitutto non dobbiamo allontanarci dalla comunità dei credenti che si raduna a celebrare la santa messa. I due discepoli infatti che si erano allontanati dalla comunità vi fanno subito ritorno e si sentono annunciare quello che hanno scoperto: «Davvero il Signore è risorto!». Non dobbiamo mancare alla messa perché è lì che Gesù ci istruisce mediante le Scritture e ci nutre con il suo corpo e il suo sangue, in modo che nella vita quotidiana viviamo sempre alla sua presenza. Da parte nostra dobbiamo partecipare alla messa con un cuore disponibile, docile, fidandoci di Gesù. I due discepoli avevano una fede debole, perché non avevano compreso le Scritture, ma ascoltano l’omelia di Gesù con disponibilità. Infatti confessano l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Certo voi mi direte: ma come facciamo a partecipare alla messa in questo tempo di pandemia? Intanto la quarantena sta per concludersi e con le dovute precauzioni potremo partecipare di nuovo alla messa. Ma, se dovessimo essere di nuovo impediti per qualsiasi motivo, possiamo sempre leggere e meditare le Scritture. La nostra fede ha bisogno di essere nutrita con la parola di Dio. Se manca la parola di Dio, incominciamo a non percepire la vicinanza di Gesù con noi.

Seguendo poi l’esempio di Gesù dobbiamo andare incontro a tutti quei fratelli e a quelle sorelle che come questi due discepoli si sono allontanati dalla comunità cristiana. Dobbiamo affiancarli come ha fatto Gesù, farli parlare e poi aiutarli con la parola delle Scritture. Non c’è una formula fissa per realizzare questo, perché ogni persona è un caso a sé e le situazioni della vita sono variegate. Basta che ci sia in noi la volontà di andare loro incontro e il Signore poi ci suggerirà il resto di volta in volta. Lo strumento per aiutarli è sempre la parola di Dio e l’obiettivo deve essere quello di ricondurli nella comunità, alla messa domenicale, da cui si sono allontanati.

La terza conseguenza ci viene dalla seconda lettura. Dio ci ha reso suoi figli mediante Gesù Cristo. Noi abbiamo confidenza con lui. Ma questo non deve portarci ad un rilassamento morale. L’apostolo Pietro diceva: «Vivete con timore di Dio». Non è il timore del servo che ha paura di essere punito facendo qualcosa di sbagliato. Il timore per noi è quello dei figli che stanno attenti a non recare dispiacere al proprio papà e alla propria mamma. E quale sarebbe il più grande dispiacere che potremmo recare a Dio e a Gesù? Il più grande dispiacere che daremmo a Dio è se nel giudizio ci dovesse condannare, perché ci siamo consegnati al demonio e ci siamo lasciati corrompere dai suoi cattivi suggerimenti. Il più grande dispiacere che daremmo a Gesù è quello di rendere inutile la sua morte di croce, perché non ci convertiamo a lui con sincerità e disprezziamo così il suo sangue sparso per la nostra salvezza.

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19 aprile 2020 – II Domenica di Pasqua

Liturgia della Parola: 1lettura: At 2,42-47 – Salmo responsoriale: Sal 117 – 2lettura: 1Pt 1,3-9– Vangelo: Gv 20,19-31.

Dal Vangelo secondo Giovanni

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Parola del Signore

Omelia
Gesù risorto appare ai discepoli la stessa sera del giorno della risurrezione, il primo giorno dopo il sabato, che in seguito i cristiani chiameranno domenica. E appare poi di nuovo la domenica successiva, otto giorni dopo, dice l’evangelista, secondo il computo antico, mentre secondo il nostro computo, Gesù appare sette giorni dopo. Appare in mezzo ai discepoli che sono radunati nel suo nome, e devono essere i suoi testimoni agli uomini di tutte le generazioni: «Venne Gesù, stette in mezzo». I discepoli dovranno testimoniare che Gesù è risorto, quindi è veramente il Figlio di Dio, e tutto quello che ha rivelato di Dio è vero. Dovranno testimoniare che Gesù è presente in mezzo ai suoi discepoli che si radunano nel suo nome la domenica per celebrare, secondo il suo comando, la santa messa.

Abbiamo ascoltato che Tommaso non crede alla testimonianza degli altri discepoli, che rappresentano la chiesa in embrione, i quali gli dicevano: «Abbiamo visto il Signore!».

Gesù appare e lo rimprovera amorevolmente, proclamando: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Siamo tutti quanti noi, che non abbiamo visto Gesù, e tuttavia abbiamo creduto alla testimonianza degli apostoli. Beati, perché abbiamo la vita nel suo nome. Credendo alla testimonianza degli apostoli, custodita e trasmessa dalla chiesa, abbiamo ricevuto i doni della pasqua del Signore: il perdono dei peccati, lo Spirito Santo, la pace.

Con la morte di croce Gesù ci ha guadagnato il perdono dei peccati, con la sua risurrezione ci comunica il dono dello Spirito Santo. E dove c’è lo Spirito di Dio c’è la pace a 360°, con sé stessi, con il prossimo, con la creazione. Mediante la fede e il battesimo, abbiamo ricevuto questi doni, siamo diventati figli di Dio. Non viviamo più soltanto la vita biologica, destinata a finire, ma viviamo insieme la vita divina, che dura in eterno.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato che tutti quelli che avevano creduto alla testimonianza degli apostoli ed erano stati battezzati, «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere». Sono le tre esperienze che formano i cristiani e la chiesa, la famiglia dei figli. Il nostro rapporto con Dio per essere autentico passa necessariamente attraverso la chiesa. Diceva san Cipriano: «Nessuno può avere Dio per Padre se non ha la chiesa per madre». Le tre esperienze che formano la chiesa sono l’insegnamento degli apostoli, cioè la catechesi, la comunione, ovvero la condivisione dei beni con il prossimo, e lo spezzare il bene che è un’espressione con cui si indicava la messa. Sono come tre piedi che reggono la vita della comunità cristiana e di ciascun credente. Se ne manca uno, tutto il resto non regge. Abbiamo ascoltato che i primi cristiani erano perseveranti, partecipavano con costanza a queste tre esperienze, così crescevano come figli di Dio, e Dio accresceva la comunità di nuovi credenti: «ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Perché molti cristiani non reggono? Perché molte comunità cristiane si sono estinte? Perché è venuto a mancare una di queste esperienze.

La seconda lettura ci ha ricordato che la nostra partecipazione alla vita divina non è ancora definitiva e perfetta. Ma Dio Padre buono custodisce per noi la pienezza della salvezza nei cieli, come un’eredità per i propri figli, e custodisce noi ancora pellegrini sulla terra mediante la fede, perché non perdiamo di vista la meta: «Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede». Sperimentiamo sin da adesso la gioia della salvezza, di essere in comunione con Dio, ma questa gioia non è allo stato puro, è mescolata con afflizioni a causa delle prove della vita. Se sappiamo accettarle, da esperienze negative diventano occasioni per crescere nella fede. Le prove infatti purificano la fede come fa il fuoco con l’oro. Le prove mettono in discussione le nostre sicurezze e ci aiutano a confidare sempre più nel Signore. L’ultima parola non è mai delle prove ma del Signore che libera. E lo abbiamo sperimentato in tante occasioni. L’uomo che parla nel salmo ha fatto questa esperienza: «Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,/ma il Signore è stato il mio aiuto». In realtà non si tratta di un uomo singolo ma dell’intero popolo d’Israele, che ha dovuto subire tante persecuzioni nel corso della sua esistenza. Un popolo piccolo e insignificante agli occhi delle altre nazioni, ma che Dio ha scelto per essere strumento della sua benedizione per tutti i popoli. Ma l’uomo che parla nel salmo è soprattutto Gesù, che gli uomini hanno scartato allora, facendolo crocifiggere, e continuano a scartare oggi rifiutando di credere in lui. E tra quelli che dicono di credere in lui, ce ne sono molti che non confidano veramente in lui. E Dio, risuscitandolo, lo ha costituito Signore e Salvatore della nostra vita, pietra d’angolo nella costruzione della chiesa, che è il piccolo gregge del regno di Dio destinato a coinvolgere tutti i popoli per formare la nuova umanità secondo il progetto di Dio. L’ultima parola non è dunque della morte, ma della vita, perché Dio che ha risuscitato Gesù, risusciterà anche noi insieme con lui.

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12 aprile 2020 – Domenica di Pasqua – Risurrezione del Signore

Liturgia della Parola: 1lettura: At 10,34a.37-43 – Salmo responsoriale: Sal 117 – 2lettura: Col 3,1-4– Vangelo: Mt 28,1-10.

Dal Vangelo secondo Matteo



Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Parola del Signore.

Omelia
Dio che aveva mandato il suo angelo ai pastori per dare l’annuncio della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme, ora manda il suo angelo alle donne per dare l’annuncio della risurrezione di Gesù. Pastori e donne nella società del tempo erano disprezzati al punto che la loro testimonianza in un processo non ha alcun valore. Questo ci dice che se gli evangelisti avessero inventato di sana pianta i due racconti della nascita di Gesù e della sua risurrezione, non avrebbero scelto come testimoni dei pastori e delle donne. Ma, siccome hanno raccontato quello che è accaduto, hanno dovuto riportare quella che è stata la scelta di Dio, il quale, come sempre sceglie quelli che sono ignobili e disprezzati per il mondo, per ridurre a nulla i superbi e i presuntuosi di questo mondo.

Gesù dunque è risorto, Dio lo ha risuscitato dai morti, non ha permesso che suo Figlio subisse la corruzione, non l’ha lasciato in potere della morte. Si è realizzato quello che diceva il Salmista: «La pietra scartata dai costruttori/è divenuta la pietra d’angolo./Questo è stato fatto dal Signore:/una meraviglia ai nostri occhi». Gli uomini  hanno rifiutato e fatto condannare Gesù alla morte di croce, ma Dio lo ha risuscitato. I gesti e le parole dell’angelo del Signore rivelano quello che Dio ha fatto. Nel vangelo si dice: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa». La pietra che chiudeva il sepolcro in cui era il corpo del Signore, raffigura la morte, che Dio ha sconfitto risuscitando Gesù. Le donne accolgono con fede l’annuncio dell’angelo e vanno a portarlo ai suoi discepoli, con timore e gioia grande. E’ il timore reverenziale di chi ha assistito ad una manifestazione di Dio attraverso l’angelo, è la gioia che Gesù è risorto. Le donne accogliendo la parola dell’angelo hanno accolto la parola di Dio, per questo Gesù si fa loro incontro e possono toccarlo e vedere che non è un’allucinazione. Quello che è avvenuto alle donne che hanno creduto alla parola di Dio e incontrano Gesù, è un fatto unico che deve essere di insegnamento per noi. Se crediamo alla parola di Dio che ci raggiunge attraverso la comunità cristiana che cioè Gesù «È risorto, infatti, come aveva detto», anche noi potremo incontrarlo nella nostra vita, senza vederlo, ma sentendo i benefici e la gioia della sua presenza.

Nella prima lettura abbiamo un esempio del kerigma della chiesa delle origini. Il kerigma è il primo annuncio di Gesù Cristo a quelli che ancora non lo conoscono. Quelli che accoglievano il kerigma, credendo e facendosi battezzare, venivano poi istruiti con la catechesi. Al centro del kerigma c’è Gesù Cristo, ucciso dai giudei e risuscitato da Dio. Dio lo ha costituito giudice dei vivi e dei morti, ma chiunque crede oggi in lui non va incontro al giudizio perché riceve il perdono dei peccati. Gesù dunque è salvatore e giudice. Se lo accogliamo come salvatore, non dovremo temerlo come giudice alla fine del mondo.  

Nella seconda lettura Paolo, ci ricorda che mediante il battesimo noi siamo morti con Gesù, o meglio è morto il nostro uomo vecchio con la natura corrotta dal peccato, e siamo diventati partecipi della vita di Gesù risorto. Quindi non dobbiamo riesumare l’uomo vecchio seguendo la mentalità del mondo, ma dobbiamo guardare a Gesù e al suo progetto su di noi, imitando il suo comportamento. Da soli non ce la possiamo fare ma se ci lasciamo trasformare dalla grazia dello Spirito Santo, che Gesù risorto ci dona nei sacramenti, potremo somigliare sempre più a lui. E’ questa la testimonianza che possiamo dare a Gesù. Infatti come cristiani abbiamo il dovere di annunciare che Gesù è il Figlio di Dio e la prova che è veramente il Figlio di Dio è la sua risurrezione, cioè è vivo con noi nella chiesa. Se vedono che la parola di Gesù guida la nostra vita, che Gesù è al primo posto nella nostra vita, e che per amore di Gesù siamo disposti a fare qualsiasi cosa, allora crederanno che è davvero risorto. Infatti lo vedono all’opera nella nostra vita.

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Sabato 11 aprile 2020 – Veglia Pasquale nella Notte Santa

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 1,1-2,2 – Salmo resp.: Sal 103 – 2lettura: Gen 22,1-18 -Salmo resp: Sal 15 -3 lettura: Es 14,15-15,1 – Salmo resp.: Es 15,1-7a.17-18 – 4lettura: Is 54,5-14 – Salmo resp.: Sal 29 – 5lettura: Is 55,1-11 – Salmo resp.: Is 12,2-6 – 6lettura: Bar 3,9-15.32-4,4 – Salmo resp.: Sal 18 – 7lettura: Ez 36,16-17a.18-28 – Salmo resp.: Sal 41 – Epistola: Rm 6,3-11 – Salmo resp.: Sal 117 – Vangelo: Mt 28,1-10.

Dal Vangelo secondo Matteo

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Parola del Signore.

Omelia
La liturgia della Parola di questa notte, più lunga del solito, ci vuole far cogliere le tappe principali della storia della salvezza, che culmina nella risurrezione di Gesù.

La prima tappa è la creazione. Dio ha creato tutte le cose e ha posto al vertice della creazione l’uomo creato a sua immagine e somiglianza. La seconda tappa, dopo il peccato degli uomini, è costituita dalle promesse Dio ad Abramo. Tutta la storia successiva, raccontata nella Bibbia, mostra la progressiva realizzazione delle promesse di Dio, che mantiene sempre la sua parola. La terza tappa è la liberazione degli israeliti dalla schiavitù dell’Egitto, per condurli nella terra promessa. Da Abramo è venuto fuori un popolo, gli israeliti, che si trovano in Egitto, ridotti in schiavitù. La quarta tappa riguarda l’annuncio da parte dei profeti di una nuova salvezza, i favori assicurati a Davide. E’ questo che abbiamo ascoltato nella quarta, quinta, sesta e settima lettura: «Io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo…Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme».  

Infine nel vangelo ascoltiamo la realizzazione di questa salvezza promessa con la risurrezione di Gesù. Il Dio della vita ha risuscitato Gesù sconfiggendo la morte. E’ questo che stanno a significare i gesti e le parole dell’angelo, che opera e parla a nome di Dio. Rotola via la pietra che chiudeva il sepolcro e si pone a sedere su di essa. La pietra raffigura la morte definitiva che chiudeva il sepolcro. Dio l’ha tolta e vi si è posto a sedere sopra: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto». Le donne hanno creduto alla parola di Dio recata dall’angelo e per questo mentre stanno andando a dare l’annuncio ai discepoli incontrano Gesù. Se crediamo alla parola di Dio, che dall’angelo è passata alle donne, dalle donne agli altri discepoli, e così di bocca in bocca nella chiesa ed è arrivata sino a noi, anche noi potremo incontrare Gesù. Certo non lo incontriamo in una visione come è accaduto alle donne. Quello che loro hanno sperimentato doveva essere un insegnamento per la nostra fede. Se crediamo alla parola di Dio che Gesù è risorto, possiamo incontrarlo nella nostra vita, non vedendolo, ma sentendolo vicino, non vedendo lui personalmente, ma constatando le sue azioni per noi, giorno per giorno.

I nostri genitori, che hanno creduto alla parola di Dio, ci hanno portati al battesimo, e da quel giorno Gesù Cristo è diventato nostra vita inseparabile. Dobbiamo far nostra la fede dei nostri genitori e accettare il battesimo ricevuto, curando il nostro rapporto con Gesù. L’apostolo Paolo ci esorta a tirare le conseguenze di quello che siamo, e quindi di non vivere secondo il nostro uomo vecchio, che è morto nel battesimo, ma di vivere secondo l’uomo nuovo, Gesù Cristo, a cui siamo uniti come i tralci alla vite: «Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù». In questo modo ci prepariamo a partecipare pienamente alla sua risurrezione: «Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione».