Meditazioni Tempo Ordinario 2020

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22 novembre 2020 – XXXIV domenica del tempo ordinario A

Solennità di Gesù Cristo Re dell’Universo

Liturgia della Parola: 1lettura: Ez 34,11-12.15-17 – Salmo responsoriale: Sal 22 – 2lettura: 1Cr 15,20-26.28 – Vangelo: Mt 25,31-46.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Parola del Signore

Omelia
La festa di oggi “Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo” posta a conclusione dell’anno liturgico ci vuole ricordare che il regno di Gesù Cristo già in atto nella storia si realizzerà in pienezza quando egli si manifesterà nella gloria alla fine del mondo. Pertanto ogni anno che passa ci avvicina a questo avvenimento.

Le letture della parola di Dio di oggi ci presentano la regalità di Gesù secondo le tre funzioni che spettavano al re in Israele. Il re doveva governare il popolo, doveva difenderlo dai nemici, doveva giudicarlo.

La prima lettura e il salmo ci parlano di Dio che si prende cura del suo popolo e di ogni singolo credente che confida in lui. Nella prima lettura Dio promette di prendersi cura personalmente delle sue pecore: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna…Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare». Dio realizza questa promessa per mezzo di Gesù Cristo, il quale è venuto a rivelare il volto di Dio e a realizzare il suo progetto di salvezza. Gesù pertanto chiama tutti gli uomini a seguirlo e a formare una sola famiglia nella chiesa. Se vogliamo essere pecore del gregge di Dio dobbiamo metterci sotto la guida di Gesù, ascoltando quello che ci insegna e amando come lui ci ha insegnato. Quando viviamo nella chiesa e il nostro unico punto di riferimento è Gesù e la sua parola, allora è Dio stesso che ci guida e ci conduce ai pascoli della vita eterna. Nel salmo ascoltiamo l’esperienza di un credente che confida nel Signore e sperimenta nella sua vita tranquillità e sicurezza. Il Signore Gesù pertanto ci governa e si prende cura di noi quando confidiamo in lui, seguiamo la sua parola e amiamo come ci ha insegnato.

La seconda lettura parla della battaglia di Gesù contro i nemici: «È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte». Gesù ha già sconfitto sulla croce i nemici, che sono il demonio, il peccato e la morte. Li ha sconfitti con il suo amore fino alla morte di croce. Il suo amore che è quello di Dio è più potente della malvagità, della violenza, dell’egoismo e della morte. Infatti Gesù è risorto per non morire mai più. Ora Gesù combatte contro il demonio per vincerlo nella guerra che ci muove nel corso della nostra vita sulla terra. 

Il demonio ha due alleati contro di noi, la nostra fragilità e il mondo. Il mondo è l’insieme degli uomini che vivono senza Dio. Portano avanti una mentalità e uno stile di vita che è contrario alla volontà di Dio. Mentre Gesù ci insegna a impostare la vita sull’amore, spendendoci per gli altri, il mondo ci suggerisce di impostare la vita sull’egoismo. Da soli non possiamo resistere agli inganni del maligno, della carne e del mondo. Ma se ci affidiamo al Signore Gesù come fa l’orante del salmo, il demonio non potrà prevalere.

Nel vangelo infine si parla del giudizio universale, quando Gesù verrà a giudicare tutti gli uomini. Il giudizio si baserà sull’amore del prossimo che si manifesta con le opere di misericordia. Gesù qui parla solo delle opere di misericordia corporale, che sono quelle più alla nostra portata. Se non siamo capaci di compiere almeno una di queste opere, allora significa che siamo diventati come il ricco epulone, che non riuscì a compiere neppure un piccolo gesto di carità verso il povero Lazzaro. Insieme alle opere di misericordia corporale siamo chiamati a compiere anche le opere di misericordia spirituale. Infatti dobbiamo amare il prossimo come Gesù ci ha insegnato, e farci carico dei suoi bisogni corporali e spirituali. Se il prossimo ha fame, io mi devo preoccupare di dargli da mangiare. Se il prossimo segue la via del peccato, mi devo preoccupare di ammonirlo. E così via. Quelli che avranno amato come Gesù entreranno definitivamente nel regno di Dio: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo». Quelli che non avranno amato come Gesù condivideranno la pena eterna con il demonio e i suoi angeli: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli».

La nostra sorte futura dunque dipende da come impostiamo la nostra vita al presente. Se non prendiamo in considerazione la parola di Gesù, se facciamo di testa nostra, vivendo da egoisti, sin da adesso siamo sotto il potere del demonio, che è nell’inquietudine e nella tristezza eterne.

Se seguiamo Gesù Cristo e ci mettiamo sotto la sua guida, se mettiamo in pratica la sua parola e amiamo come lui ci ha insegnato, sin da adesso siamo nel suo regno che è regno di pace e di gioia.

Le nostre azioni quando sono ispirate dall’egoismo provocano in noi inquietudine e tristezza che sono come le primizie dell’inferno. Quando invece sono ispirate dall’amore autentico provocano in noi pace e gioia, che sono le primizie del paradiso. San Ignazio di Loyola si convertì quando, in un momento di convalescenza, si rese conto che il desiderio di condurre una vita mondana gli provocava subito gioia ma poi a poco a poco gli lasciava nel cuore tristezza, invece il desiderio di imitare la vita di alcuni santi di cui aveva letto la biografia gli suscitava una gioia che gli restava nell’anima.

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15 novembre 2020 – XXXIII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Pr 31,10-13.19-20.30-31 – Salmo responsoriale: Sal 127 – 2lettura: 1Ts 5,1-6 – Vangelo: Mt 25,14-30.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
Parola del Signore.

Il Signore Gesù ci ha affidato i suoi beni, cioè i talenti, che dobbiamo far fruttificare, perché quando verrà nell’ora della nostra morte ci chiederà conto di come li abbiamo impiegati. Dobbiamo pertanto impegnarci a farli fruttificare come il primo e il secondo servo e non nasconderli come ha fatto l’ultimo servo.

Ma che cosa sono questi beni del Signore raffigurati dai talenti?

Quando sentiamo parlare di talenti pensiamo subito alle doti naturali che ognuno di noi possiede. Vengono chiamati talenti proprio a partire da questa parabola evangelica. Certo, anche questi sono beni che il Signore ci ha affidato. Ma il Signore quando parla di talenti non intende innanzitutto le nostre doti naturali. Ci sono anche i doni dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nella cresima, e arricchiscono la nostra personalità di credenti. Ma Gesù quando parla di talenti non intende innanzitutto i carismi di cui ci ha fatto dono. Per capire che cosa sono i talenti dobbiamo comprendere le parole conclusive della parabola: «A chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha». Sono parole oscure che non comprendiamo subito. La Scrittura si interpreta con la Scrittura e i passi oscuri mettendoli a confronto con i passi chiari. In Luca 8,18, Gesù fa un’affermazione simile a quella che abbiamo ascoltato oggi: «Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere». Dal confronto dei due passi comprendiamo che i talenti raffigurano la parola che Gesù ci ha affidato. Davanti alla sua parola ognuno di noi è in una situazione unica e diversa da quella degli altri. Ognuno di noi ha una sua storia, un cammino di fede, una comprensione e una disponibilità. Ascoltando la parola di Gesù, uno prende di più e un altro di meno, ecco perché si dice che ad uno vengono affidati cinque talenti, a un altro due, a un altro uno. Non conta quello che riusciamo a prendere dalla parola di Gesù conta che quello che abbiamo preso lo facciamo fruttificare compiendo opere di carità. Infatti la parola di Gesù ci insegna ad amare, a fare opere di misericordia a servizio del prossimo. In questo impegno a far fruttificare la parola di Gesù entrano in gioco anche le nostre doti naturali e i carismi dello Spirito Santo.

Nella seconda lettura l’apostolo, parlandoci della venuta del Signore, ci esorta a vigilare e stare sobri. Vivere nella vigilanza significa porre attenzione alla presenza del Signore che ci sta dinanzi. A causa degli impegni quotidiani e dei pensieri da cui siamo presi possiamo perdere questa consapevolezza e distrarci dal Signore. Un grande aiuto alla vigilanza sono le preghiere e i momenti di lettura e meditazione della parola di Dio. Vivere nella sobrietà, poi, significa custodire i pensieri, le parole, le azioni unificati dal desiderio di compiere la volontà di Dio. La vigilanza e la sobrietà ci aiutano ad essere servi che non perdono tempo a far fruttificare la parola del Signore.

La prima lettura e il salmo ci presentano l’esempio più comune di fecondità della parola di Dio, una coppia di sposi, moglie e marito, che si spendono l’una per l’altro e insieme si spendono per i propri figli. L’impegno a mettere in pratica la parola di Dio e quindi a servire il prossimo, amandolo come Gesù ci ha insegnato, deve iniziare nella famiglia. Poi dalla famiglia si deve estendere alla chiesa di Dio che è la famiglia dei figli di Dio di cui facciamo parte. E infine si deve estendere nella società terrena in cui viviamo. La parola del Signore se la prendiamo sul serio ci porta a non stare con le mani in mano, a non piangere sulle cose che non vanno bene, a non fare parole ma fatti concreti che sono alla nostra portata.

Abbiamo ascoltato che il Signore si compiace del servo che ha moltiplicato i talenti, chiamandolo ‘buono e fedele’. E’ stato buono perché non ha pensato a sé stesso ma al prossimo, e fedele perché ha messo in pratica la parola del Signore. Invece rimprovera il servo che ha nascosto il talento chiamandolo ‘malvagio e pigro’. Malvagio perché ha pensato solo a sè stesso e si è disinteressato del prossimo, pigro perché non si è impegnato a mettere in pratica la parola del Signore. Questo servo si giustifica dicendo che non si è impegnato perché sapeva che il padrone avrebbe mietuto dove non aveva seminato e poi perché ha avuto paura. Alcuni nella comunità cristiana non si impegnano a far nulla o fanno molto poco rispetto a quanto potrebbero fare, giustificandosi col fatto che al resto provvederà il Signore. Dimenticano che il Signore provvede al momento presente, servendosi sempre degli uomini di buona volontà. Quindi chiunque manca di compiere il bene, pur potendolo fare, per quanto dipende da lui impedisce al Signore di provvedere ai bisogni del prossimo. Altri non si impegnano perché hanno paura di esporsi alle critiche che potrebbero ricevere. Hanno paura di sbagliare e di lasciarsi coinvolgere più attivamente nella comunità cristiana. I servi che hanno moltiplicato i talenti e sono vissuti spendendosi per il prossimo riceveranno come ricompensa di partecipare alla gioia del Signore, che è la felicità del paradiso, il servo che è vissuto nell’egoismo sarà lasciato nel pianto e nella disperazione dell’inferno.  Sin da adesso possiamo pregustare le primizie della gioia del Signore ogni volta che ci impegniamo a far fruttificare la sua parola e il suo amore e facciamo qualcosa per gli altri. Allo stesso modo sperimentiamo una sottile tristezza quando ci chiudiamo nel nostro egoismo. Se stessimo più attenti a questi sentimenti, capiremmo la strada da seguire e quella da evitare.

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8 novembre 2020 – XXXII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 6,12-16 – Salmo responsoriale: Sal 62 – 2lettura: 1Ts 4,13-18 – Vangelo: Mt 25,1-13.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Parola del Signore

Omelia
Dopo aver ascoltato questa parabola, comprendiamo subito che dobbiamo imitare le vergini sagge che prendono con sé le lampade e l’olio in piccoli vasi e sono pronte all’arrivo dello sposo per entrare con lui alla festa di nozze. Comprendiamo che dobbiamo imitare le vergini sagge soprattutto dall’esortazione finale di Gesù: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». Da queste parole comprendiamo che lo sposo da attendere è Gesù stesso e saremo pronti ad attenderlo se imiteremo le vergini sagge che erano pronte con le lampade accese. Ma che significano le lampade accese e che cosa dobbiamo fare per somigliare alle vergini sagge?

Per rispondere a queste domande possiamo rifarci a quel passo del vangelo di Matteo dove Gesù parla dell’uomo saggio e dell’uomo stolto. Infatti bisogna spiegare la Scrittura con la Scrittura. L’uomo saggio ha costruito la sua casa sulla roccia, l’uomo stolto ha costruito la sua casa sulla sabbia. L’uomo saggio, dice Gesù, è il discepolo che ascolta e mette in pratica la sua parola, l’uomo stolto al contrario è il discepolo che ascolta ma non mette in pratica la sua parola. Come la casa sulla roccia resiste alla prova delle intemperie, così l’uomo saggio che ascolta e mette in pratica la parola di Gesù, resisterà alla prova del giudizio divino. Come invece la casa costruita sulla sabbia non resiste alla prova delle intemperie e crolla, così l’uomo stolto che ascolta e non mette in pratica la parola di Gesù non resisterà alla prova del giudizio divino e sarà condannato. Dunque le vergini sagge che hanno preso con sé le lampade e l’olio sono quei cristiani che ascoltano la parola di Gesù e la mettono in pratica, cosicché la loro vita è luminosa a motivo delle opere buone. Le vergini stolte che hanno preso con sé le lampade ma senza l’olio sono quei cristiani che ascoltano la parola di Gesù ma non la vivono, e la loro vita è come nel buio perché senza la luce delle opere buone.

Fino a quando siamo su questa terra abbiamo sempre la possibilità di convertirci. E se ci accorgiamo che stiamo imitando le vergini stolte, possiamo cambiare e incominciare ad imitare le vergini sagge. Ma questa possibilità verrà meno con la morte. Nel vangelo si dice: «La porta fu chiusa». La porta chiusa è la morte, che pone fine alla nostra vita sulla terra e alla possibilità di cambiare il nostro comportamento. Questa porta chiusa ci fa venire in mente quel passo del vangelo di Luca dove Gesù parla della porta stretta che immette nella sala del banchetto del regno di Dio dicendo: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». Hanno cercato di passare per la porta ma non ci sono riusciti perché non hanno perseverato in questo impegno. Siccome non sappiamo né il giorno né l’ora della morte, quando il Signore verrà a prenderci, non dobbiamo rimandare ad un domani insicuro la nostra conversione, e non dobbiamo smettere di convertirci quotidianamente, impegnandoci nell’ascolto della parola di Gesù e mettendola in pratica. In questo modo somiglieremo alle vergini sagge che portano con sé la lampada della fede che arde con l’olio della carità. Come abbiamo capito, la saggezza dipende dalla parola di Gesù che è parola di Dio. La saggezza è il contenuto della parola di Dio, è quello che insegna la parola di Dio. Quindi accogliendola e vivendola, noi diventiamo saggi. Questa saggezza è vantaggiosa per la nostra vita futura, in quanto come le vergini sagge ci fa entrare con Gesù al banchetto delle nozze eterne, ma è vantaggiosa anche per la vita che stiamo trascorrendo sulla terra.

Nella prima lettura si dice che chi possiede la sapienza derivante dalla parola di Dio che sarà presto senza affanni. Infatti la parola di Dio ci insegna a confidare nella sua provvidenza che si prende cura di tutte le sue creature ma soprattutto di noi suoi figli. Chi vive confidando nel Signore, non si angustia per nulla, perché sa che il Signore provvederà a tutto. Chi invece confida solo in sé stesso e nei mezzi umani, nelle difficoltà sempre nuove della vita, si agita e si angustia, perché pensa che tutto dipenda da lui. Dunque la sapienza della parola di Dio insegnandoci a confidare in lui ci fa vivere sereni e ci fa guardare anche le stesse vicende terrene con occhi diversi. Nella seconda lettura l’apostolo spiega che noi cristiani dinanzi alla morte dei nostri cari non ci affliggiamo come quelli che non hanno speranza. Chi possiede la sapienza di Dio infatti vede la morte come il passaggio ad una nuova vita, al contrario di chi privo della sapienza di Dio vede la morte come la fine di tutto. Questa diversa valutazione provoca consolazione in uno e dolore inconsolabile nell’altro.

Poiché la sapienza dipende dalla parola di Dio, se vogliamo diventare saggi dobbiamo avere un rapporto continuo con la parola di Dio, nutrendoci di essa all’inizio e alla fine di ogni giornata. Sono i due momenti del giorno in cui siamo più raccolti e più attenti. Nella prima lettura e nel salmo si parla di questi due momenti privilegiati del giorno: «Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà…chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni…O Dio, tu sei il mio Dio,dall’aurora io ti cerco…Quando nel mio letto di te mi ricordoe penso a te nelle veglie notturne». 

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25 ottobre 2020 – XXX domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Es 22,20-26 – Salmo responsoriale: Sal 17 – 2lettura: 1Ts 1,5-10 – Vangelo: Mt 22,34-40.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Parola del Signore

Omelia
Il dottore della Legge pone la domanda a Gesù non perché gli interessa la risposta ma per trovare nelle sue parole un motivo con cui accusarlo. Per noi che siamo discepoli di Gesù la sua risposta è un insegnamento da mettere in pratica giorno per giorno. Gesù, dunque, risponde citando Dt 6,5 che comanda l’amore di Dio e Lv 19,18 che comanda l’amore del prossimo. Il più grande comandamento della Legge è quello dell’amore di Dio: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Bisogna amare Dio con sincerità e con tutto sé stessi, mettendolo al primo posto, obbedendo ai suoi comandamenti, e non anteponendogli nulla. Il dottore aveva chiesto soltanto quale fosse il grande comandamento, Gesù risponde che c’è un altro comandamento strettamente associato al più grande, quello dell’amore del prossimo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Il prossimo è chi ci sta vicino, chi incontriamo ogni giorno, chi viene in contatto con noi nel cammino della vita. Bisogna amare il prossimo con lo stesso amore che portiamo a noi stessi, quindi prendendoci cura del prossimo come ci prendiamo cura di noi stessi, non facendo agli altri quello che non piace a noi. Questi due comandamenti sono distinti ma non separati perché strettamente congiunti. Infatti l’amore di Dio quando è autentico porta all’amore del prossimo, e l’amore del prossimo per essere autentico deve scaturire dall’amore di Dio. Se uno dicesse: Amo Dio ma non mi importa nulla del prossimo, dice la Scrittura che sarebbe bugiardo. L’amore sincero a Dio consiste nell’obbedire ai suoi comandamenti, e quindi ad amare il prossimo. Se uno dicesse: Amo il prossimo e non mi interessa di Dio, non amerebbe il prossimo in modo autentico, perché solo amando Dio e stando con lui impariamo ad amare rettamente il prossimo e non solo quando ci gratifica ma anche quando ci costa sacrifici.  Il salmo e la prima lettura richiamano alcuni comportamenti derivanti dall’amore di Dio e dall’amore del prossimo. Chi ama Dio confida solo in lui e nella sua potenza, come fa l’uomo che parla nel salmo: «Ti amo, Signore, mia forza,/Signore, mia roccia,/ mia fortezza, mio liberatore». Chi ama il prossimo non gli fa del male e gli viene incontro nelle sue difficoltà, per cui chi presta denaro ad un povero, non gli chiederà l’interesse, e se prende in pegno il suo mantello, glielo restituisce subito perché potrebbe servirgli per coprirsi la notte.
Per amare in modo perfetto Dio e il prossimo dobbiamo imitare Gesù Cristo. Ma nessuno di noi lo ha visto. Tuttavia possiamo farci un’idea di Gesù leggendo i vangeli che ci parlano di lui e tutta la Scrittura. Ma possiamo vedere dal vivo Gesù in quelli che lo seguono prendendo sul serio la sua parola e lasciandosi trasformare dal suo Spirito. Nella seconda lettura Paolo dice ai Tessalonicesi: «E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore». I Tessalonicesi non hanno visto il Signore ma Paolo e gli altri missionari che l’accompagnavano. Imitando loro hanno imitato il Signore Gesù che quelli imitavano. I Tessalonicesi prendono sul serio la parola di Dio, si lasciano trasformare dallo Spirito Santo, imitano Paolo e i suoi compagni, così da diventare a loro volta «modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia». Una catena di emulazione che parte dal Signore Gesù Cristo. Dunque, se vogliamo imparare ad amare Dio e il prossimo, dobbiamo imitare Gesù e per imitare Gesù dobbiamo imitare i santi, soprattutto quelli del nostro tempo, e non solo quelli che hanno vissuto la santità in modo eroico ma anche quelli che hanno vissuto una santità ordinaria. Penso a tante mamme e papà, che hanno amato Dio e il prossimo nella quotidianità senza attirare l’attenzione dei Mass Media, ma non possono sfuggire a noi se guardiamo le persone con gli occhi della fede.

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18 ottobre 2020 – XXIX domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 25,6-10 – Salmo responsoriale: Sal 22 – 2lettura: Fil 4,12-14.19-20 – Vangelo: Mt 22,1-14.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Parola del Signore

Omelia
I discepoli dei farisei e gli erodiani pongono a Gesù la domanda sul tributo a Cesare per avere un motivo per cui accusarlo. Infatti in qualunque modo Gesù avesse risposto, avrebbero avuto di che accusarlo. Se avesse risposto: E’ lecito, lo avrebbero accusato presso il popolo di essere un collaboratore degli odiati romani. Se avesse risposto: Non è lecito, lo avrebbero accusato presso i romani di sobillare il popolo contro di loro. Tuttavia la domanda che pongono a Gesù costituiva realmente un problema di coscienza per gli israeliti, che era sorto quando persero l’indipendenza e caddero sotto la dominazione straniera. Infatti si trovarono a pagare le tasse a sovrani stranieri che non rendevano culto al Dio d’Israele.

A questo problema il Signore dà una prima risposta con l’oracolo che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Dio si rivolge a Ciro, un sovrano straniero, chiamandolo ‘eletto’, titolo che fino ad allora era stato dato solo ai sovrani israeliti. Ciro, infatti, senza conoscere il Dio d’Israele, agirà nei riguardi degli israeliti come strumento della salvezza di Dio, concedendo loro di rientrare in patria e di ricostruire il tempio di Gerusalemme. Con questo oracolo Dio voleva dire agli israeliti e vuole dire a noi che lo ascoltiamo oggi che lui è l’unico sovrano della storia, e non c’è uomo che assurga al comando senza che egli lo abbia voluto o permesso.

Gesù dà la risposta definitiva al problema di coscienza degli israeliti quando alla domanda se pagare o meno il tributo a Cesare risponde: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». La risposta di Gesù costituisce una innovazione nel mondo antico, dove potere politico e potere religioso erano strettamente congiunti. Gesù ci fa capire che le due sfere, quella politica e quella religiosa, sono distinte e che abbiamo doveri sia verso l’autorità costituita e sia verso Dio. I governanti gestiscono la vita associata e sono garanti di tutti i servizi di cui noi usufruiamo, come il mantenimento dell’ordine pubblico, la sanità, la scuola, e via dicendo. Non a caso Gesù prende spunto per rispondere dalla moneta che gli hanno mostrato e che rappresenta tutti i servizi che Cesare come governante garantisce ai sudditi. L’obbligo di pagare le tasse al potere politico scaturisce dai servizi che dà e non lede l’autorità di Dio, che riguarda principalmente la coscienza. Le due sfere, anche se unite nel sovrano potere di Dio che governa ogni cosa, sono distinte, perché quella del governante riguarda la regolazione della vita associata, quella di Dio riguarda il cuore dell’uomo. Perciò dopo aver detto che bisogna dare a Cesare quello che è di Cesare, Gesù afferma che bisogna dare a Dio quello che è di Dio. Noi portiamo impressa in noi stessi l’immagine di Dio, e perciò se a Cesare bisogna rendergli la moneta che porta la sua immagine, pagando le tasse, a Dio dobbiamo rendergli la nostra vita, che porta la sua immagine, obbedendo alla sua volontà.

Tra i doveri che abbiamo verso Dio dopo l’obbedienza alla sua volontà, c’è quello di farlo conoscere. Infatti non tutti gli uomini credono in Dio e tra quelli che credono non tutti conoscono il vero Dio. Anzi è proprio l’obbedienza alla sua volontà a spingerci a parlare di lui, perché Dio vuole che tutti gli uomini arrivino alla conoscenza della verità e possano entrare in relazione personale con lui. Il salmo ci ricorda proprio questo con un invito ai credenti per far conoscere le opere di Dio: «In mezzo alle genti narrate la sua gloria,/a tutti i popoli dite le sue meraviglie», e un invito ai popoli della terra a rendersi conto che il Signore Dio d’Israele, che si è rivelato in Gesù Cristo, è l’unico Dio e non ce ne sono altri: «Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,/il Signore invece ha fatto i cieli». Perciò tutti i popoli della terra, venendo a conoscenza del vero Dio, sono invitati a convertirsi a lui: «Date al Signore, o famiglie dei popoli,/date al Signore gloria e potenza,/date al Signore la gloria del suo nome./Portate offerte ed entrate nei suoi atri».

La seconda lettura ci propone i cristiani di Tessalonica come modello di accoglienza e testimonianza della parola di Dio. Infatti hanno accolto la parola della predicazione con profonda convinzione, e così i doni di Dio in loro sono stati fecondi. La fede ha trasformato la loro vita, portandoli a compiere le opere di Dio, la carità li spinge ad amare anche quando costa fatica, la speranza li tiene fermi nella via di Dio. Quindi i cristiani di Tessalonica sono un esempio da imitare sia per chi deve annunciare il vangelo, sia per chi lo deve accogliere. La parola di Dio è stata in loro feconda perché l’hanno accolta con profonda convinzione.

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11 ottobre 2020 – XXVIII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 25,6-10 – Salmo responsoriale: Sal 22 – 2lettura: Fil 4,12-14.19-20 – Vangelo: Mt 22,1-14.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».Parola del Signore.

Omelia
Gesù si serve spesso di paragoni e metafore per parlarci del regno di Dio. Nella parabola di oggi paragona il regno di Dio a una festa di nozze: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». In questa parabola ci sono due immagini, quella nuziale e quella del banchetto, che evocano l’intimità dello sposo con la sposa e l’intimità dei commensali. Infatti con queste parabola del banchetto di nozze Gesù vuole farci capire l’intimità che Dio intende stabilire con noi. La festa di nozze riguarda il figlio del re, perché Dio entra in comunione con noi mediante Gesù Cristo suo Figlio. I servi della parabola sono chiaramente i missionari del vangelo che annunciano la parola di Dio. I primi invitati sono gli israeliti, in quanto primi destinatari delle promesse di Dio. Ma gli israeliti snobbano la parola di Dio e perseguitano i discepoli di Gesù: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero». Allora l’invito viene rivolto a tutti i popoli. Infatti i discepoli sono inviati a tutte le nazioni della terra per condurle a Gesù. Quelli che credono entrano nella sala del banchetto, che raffigura la chiesa radunata intorno alla mensa eucaristica.

Nella prima lettura il profeta aveva preannunciato questo banchetto preparato da Dio per tutti i popoli nella santa chiesa sparsa su tutta la terra: «Preparerà il Signore degli eserciti/per tutti i popoli, su questo monte,/un banchetto…». Il profeta aveva precedentemente visto un pellegrinaggio dei popoli che si recavano a Gerusalemme per mettersi sotto la guida del Dio d’Israele. E una volta giunti a Gerusalemme trovano ad attenderli Dio che ha preparato per loro un banchetto. Queste profezie si realizzano storicamente nella santa chiesa mediante la predicazione del vangelo, che chiama a raccolta tutti i popoli della terra. Nella sala, cioè la chiesa, entrano cattivi e buoni. Non tutti quelli che fanno parte della comunità cristiana e partecipano all’eucaristia hanno il cuore rivolto al Signore e si lasciano guidare dalla sua parola. Ciò che fa la differenza tra buoni e cattivi è che i buoni ascoltano la voce del Signore e lo seguono come fa il gregge con il pastore, i cattivi invece non ascoltano la voce del Signore e fanno di testa propria. Quindi non è la partecipazione alla messa che ci rende pecorelle del gregge di Cristo, ma l’obbedienza alla sua parola e la fiducia in lui, che sono gli atteggiamenti dell’uomo del salmo. Verrà il giorno del giudizio quando il Signore entrerà a vedere gli invitati: «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale». L’abito nuziale indica la veste battesimale, la vita nuova di figli di Dio che abbiamo ricevuto in dono nel battesimo. Di conseguenza indica le opere buone, la carità, in quanto i figli di Dio devono amare come Gesù. Chi sarà trovato con l’abito nuziale sarà ammesso al banchetto del cielo, chi sarà trovato senza ne sarà escluso. L’uomo trovato senza l’abito nuziale era stato chiamato al banchetto, aveva ricevuto l’abito nuziale nel battesimo, diventando figlio di Dio, ma, evidentemente, non ha perseverato nella vita cristiana. Gesù, parlando del giorno del giudizio, dice in un altro passo: «In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti». Le persone che parlano hanno svolto nella chiesa compiti importanti, come predicare e scacciare demoni, ed erano dotate del carisma di compiere prodigi, eppure sono escluse dal banchetto del regno, perché non hanno perseverato nella carità.

Dal vangelo di oggi comprendiamo che non dobbiamo fare come i primi invitati che hanno snobbato e trascurato l’invito del Signore che ci chiama a vivere nella chiesa che si ritrova ogni domenica intorno alla mensa eucaristica. E poi dobbiamo perseverare nella grazia battesimale, amando come il Signore ci ha insegnato, perché non ci succeda quello che è capitato all’invitato trovato senza abito nuziale. Purtroppo gli impegni della vita sulla terra e le situazioni sempre nuove che dobbiamo affrontare ci possono condizionare al punto da mettere in secondo piano l’amicizia con il Signore, che invece è l’unica cosa necessaria. A tal proposito l’apostolo Paolo nella seconda lettura confessa: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza». Con questo vuole dire che le situazioni avverse e quelle prospere non lo condizionano così da distrarlo da Gesù Cristo. L’apostolo ha puntato tutta la sua vita su Gesù, ed è Gesù stesso che gli dà la forza per vincere ogni condizionamento terreno: «Tutto posso in colui che mi dà la forza».

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4 ottobre 2020 – XXVII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 5,1-7 – Salmo responsoriale: Sal 79 – 2lettura: Fil 4,6-9 – Vangelo: Mt 21,33-43.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:“La pietra che i costruttori hanno scartatoè diventata la pietra d’angolo;questo è stato fatto dal Signoreed è una meraviglia ai nostri occhi”?Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Parola del Signore

Omelia
Il messaggio del vangelo, strettamente connesso con quello della prima lettura, è abbastanza chiaro. Il Signore ci precede sempre in tutto, è lui che ci ha creati e ci ha chiamati ad essere suoi figli nella santa chiesa cattolica. E’ lui che ci ricolma di tutti i beni spirituali e materiali. Ma vuole che noi corrispondiamo ai suoi beni, riconoscendo la sua signoria sulla nostra vita e facendo frutti di opere buone. Purtroppo, noi ci comportiamo spesso come la vigna della prima lettura che invece di produrre uva buona produce uva selvatica. Ci comportiamo come i vignaioli ingrati della parabola, che non vogliono corrispondere al padrone della vigna i frutti. La parabola descrive l’atteggiamento degli israeliti nei riguardi di Dio. I servi respinti, malmenati e uccisi, sono i profeti che il Signore ha mandato in continuazione e con premura agli israeliti per ammonirli a convertirsi. Il Signore agisce con molta pazienza nei riguardi dei vignaioli ingrati e malvagi. Quale padrone umano si sarebbe comportato come il padrone della parabola? Un padrone terreno davanti ai vignaioli che bastonano, uccidono e lapidano i suoi servi, subito sarebbe intervenuto per farli punire e scacciarli dalla vigna. Invece il padrone della parabola che è Dio, «mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”». Il Signore agisce così con noi che rifiutiamo di riconoscere la sua signoria sulla nostra vita e non vogliamo convertirci dal peccato. La parabola raccontata da Gesù viene definita giudiziale, perché alla fine gli ascoltatori sono chiamati ad emettere una sentenza sull’accaduto. Pensiamo alla parabola raccontata dal profeta Natan a Davide, il quale emette una sentenza di condanna contro il protagonista senza sapere che è lui stesso. Gesù domanda ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Così i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo emettono una sentenza di condanna contro sé stessi: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». Gesù non dice che Dio Padre farà perire i vignaioli omicidi, dice soltanto: «Non avete mai letto nelle Scritture:“La pietra che i costruttori hanno scartatoè diventata la pietra d’angolo;questo è stato fatto dal Signoreed è una meraviglia ai nostri occhi”?Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti». Con la citazione del salmo 118 Gesù allude alla sua risurrezione. Dio interverrà a risuscitare il Figlio che costituirà pietra d’angolo nella costruzione del nuovo popolo, e toglierà il suo regno agli israeliti per donarlo a questo nuovo popolo che è la chiesa. Sta di fatto che i vignaioli omicidi perirono come avevano detto nella condanna, perché la città di Gerusalemme sarà distrutta dai Romani, i quali faranno una carneficina degli israeliti e deporteranno i superstiti lontano dalla città santa, disperdendoli tra le nazioni. Dio da parte sua produce solo cose buone, il castigo deriva dal fatto che egli prende le distanze da noi, quando ci ostiniamo al male e non vogliamo convertirci. Nella prima lettura il Signore diceva per bocca del profeta riguardo alla vigna sterile: «Toglierò la sua siepe/e si trasformerà in pascolo;/demolirò il suo muro di cinta/e verrà calpestata». La siepe e il muro è il Signore stesso che protegge quelli che credono e confidano in lui. Ma se si ribellano a lui e disobbediscono alla sua parola, il Signore prende le distanze da loro, perché non può avallare e farsi complice dei loro peccati. Senza la protezione del Signore i nostri nemici, i demoni, che si servono anche di uomini cattivi a loro servizio, prevalgono su di noi e ci provocano tante sofferenze. Siamo noi che ci costruiamo il castigo distaccandoci da Dio, rifiutando la sua guida e la sua protezione.

Nel salmo ascoltiamo gli israeliti che hanno appreso la lezione e chiedono a Dio di ritornare e di farli ritornare: «Dio degli eserciti, ritorna!… Signore, Dio degli eserciti, fa’ che ritorniamo». Il ritorno del Signore è la sua grazia, il nostro ritorno è la conversione. Abbiamo bisogno che il Signore ci faccia grazia in continuazione e che noi ci convertiamo in continuazione a lui, cioè che lui volga il suo sguardo su di noi e noi non ci distraiamo di guardarlo negli occhi. Nella seconda lettura l’apostolo ci insegna come dobbiamo custodire la pace che sperimentiamo vivendo in comunione con il Signore. La nostra pace che il Signore ci dà è minacciata dalle difficoltà della vita e dai peccati. L’antidoto per le difficoltà è di non angustiarsi: «Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti». Non dobbiamo angustiarci, pensando che siamo nelle mani del Signore e quindi ad ogni ostacolo che si presenta dobbiamo fare come il bambino che nei pericoli fugge dai genitori. Noi ci rifuggiamo in Dio, pregandolo e supplicandolo, perché trovi lui la soluzione, e ringraziandolo per tutte le volte che ci ha già aiutato. L’antidoto ai peccati è la pratica delle virtù, umane e cristiane. L’apostolo fa un elenco di virtù umane: «Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri». Poi allude anche alle virtù cristiane che possono apprendere dal suo esempio: «Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica».

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27 settembre 2020 – XXVI domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Ez 18,25-28 – Salmo responsoriale: Sal 24 – 2lettura: Fil 2,1-11 – Vangelo: Mt 21,28-32.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
Parola del Signore

Omelia
Il vangelo ci vuole ricordare che mentre viviamo su questa terra non c’è nulla di definitivo, per cui può succedere che dei peccatori si convertano e dei buoni si pervertano. I pubblicani e le prostitute, che erano considerati peccatori incalliti, accolgono prima Giovanni il Battista e poi Gesù e si convertono a Dio, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, che erano vicini a Dio, anzi di più, maestri nella fede, rifiutano prima Giovanni il Battista e poi Gesù, facendolo condannare a morte ingiustamente, e così si pervertono, allontanandosi da Dio. Questo succede perché siamo dotati di libertà e siamo suscettibili di cambiare idea e comportamenti. Quello che incide nel nostro rapporto con Dio sono le azioni morali, che cataloghiamo o come buone o come cattive.

Nella prima lettura Dio parlava proprio di questo, mostrando come mutando il comportamento muta anche il nostro rapporto con lui, perché cambia la nostra personalità: «Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso». La morte di cui si parla è quella del peccato, derivante dal distacco da Dio, e la vita è quella derivante dalla comunione con lui. Non tutte le azioni che compiamo incidono sulla nostra personalità e nel nostro rapporto con Dio, perché sono indifferenti, né buone né cattive. Se mi lavo i denti o meno, se faccio due passi o meno, queste azioni non incidono sulla mia personalità. Se invece pago quello che devo oppure mi approprio di ciò che non mi appartiene, compio delle azioni che mi trasformano, rendendomi migliore o peggiore. Quindi se compio azioni buone divento buono, se compio azioni cattive divento cattivo. Se cesso di fare azioni buone, e incomincio a fare azioni cattive, tutte le azioni buone che ho fatto non mi riguardano più. Allo stesso modo se cesso di fare azioni cattive e incomincio a fare azioni buone, tutte le azioni cattive che ho fatto non mi appartengono più. Nella prima lettura il Signore ci vuole dire che è nelle nostre possibilità fare il bene ed evitare il male, perché siamo dotati di intelligenza, volontà e libertà, e, se lo vogliamo, possiamo comportarci con giustizia. Purtroppo come abbiamo la libertà di perseverare nel bene o di convertirci dal male, abbiamo anche la libertà di pervertirci facendo il male. Il vangelo di oggi ci ricorda proprio questo. Come è successo che i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo si sono pervertiti e i pubblicani e le prostitute si sono convertiti?

Tutto parte dal cuore, in cui il Signore ci parla in modo indicibile e impercettibile e se ci trova aperti a lui, ci spinge a fare il bene e ci attira al Figlio suo nella chiesa. In questo dialogo con Dio, se non vigiliamo con attenzione, può inserirsi il demonio, che mira a creare interferenze fino a far tacere del tutto la voce di Dio. Nei racconti evangelici i capi religiosi appaiono dominati dalla presunzione di essere già arrivati, di non aver più bisogno di conversione. Da ciò deduciamo che il loro cuore è già stato guastato dal maligno, il maestro della superbia. Per questo rifiutano l’invito alla conversione da parte di Giovanni e poi da parte di Gesù. Invece i pubblicani e le prostitute, come Matteo, Zaccheo, Maria di Magdala, hanno toccato il fondo del peccato come il figlio prodigo, e si rendono conto che non bisogna mai presumere delle proprie forze. La predicazione di Giovanni e quella di Gesù li porta a rientrare in sé stessi e a convertirsi.

pericolo in cui sono incorsi i capi religiosi del tempo di Gesù incombe sui capi religiosi di ogni tempo, sui loro collaboratori e su tutti quelli che sono vicini a Dio. Il demonio vaglia come il grano proprio i più vicini e fa di tutto per distaccarli dal Signore. Per questo non mi stanco di dire a me stesso e a tutti i miei collaboratori che dobbiamo curare senza sosta il rapporto con il Signore, vigilando attentamente nell’osservanza del precetto domenicale, pregando ogni giorno, trovando spazi da dedicare all’ascolto della parola di Dio, confessandoci periodicamente, almeno una volta al mese, in una parola vivendo in comunione con il Signore. Perché basta che diamo spazio una sola volta al demonio ed egli dilaga nella nostra anima, guastandola.

Se vogliamo, abbiamo la possibilità di convertirci, ma è chiaro che non possiamo farlo da soli, perché abbiamo bisogno dell’aiuto del Signore. Il salmista infatti diceva pregando: «Fammi conoscere, Signore, le tue vie,insegnami i tuoi sentieri.Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi». Il Signore ci deve dare conoscenza e forza, conoscenza per cogliere tutta la portata dei suoi comandamenti, e forza per metterli in pratica nelle situazioni sempre nuove della vita. Da parte nostra, come ci ricorda l’apostolo nella seconda lettura, dobbiamo combattere i sentimenti cattivi, che vengono dal maligno, e assimilare i sentimenti di Gesù Cristo, che vive in noi, primi fra tutti l’umiltà e l’amore.

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20 settembre 2020 – XXV domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 55,6-9 – Salmo responsoriale: Sal 144 – 2lettura: Fil 1,20-24.27 – Vangelo: Mt 20,1-16.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Parola del Signore

Omelia
Le parabole di Gesù contengono sempre qualche particolare strano che non trova riscontro nella realtà terrena e nei comportamenti degli uomini perché vogliono spingerci alla riflessione e metterci sulle tracce di Dio, il quale, come dice nella prima lettura, pensa e agisce in modo diverso dal nostro: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri,le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.Quanto il cielo sovrasta la terra,tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri». Il padrone di questa parabola sembra preoccupato più di mandare operai nella sua vigna che della vigna stessa. Infatti continua a chiamare operai nelle diverse ore del giorno e li manda nella vigna anche quando manca un’ora sola alla fine della giornata. Poi dà a tutti gli operai la stessa paga, cosa che provoca la mormorazione degli operai della prima ora. Il padrone si comporta con gli operai delle ore successive con una bontà che va oltre la giustizia senza tutta via ledere la giustizia, perché dà agli operai della prima ora quanto aveva con loro pattuito. Questo padrone è chiaramente Dio, che a tutti coloro che hanno accolto il suo invito e sono andati a lavorare nella sua vigna dà la stessa ricompensa, cioè sé stesso. Dalla parabola apprendiamo che non conta il tempo che abbiamo lavorato nella vigna del Signore ma se abbiamo accolto l’invito e siamo andati a lavorare nella vigna del Signore, che è la sua chiesa. Ma soprattutto conta come ci rapportiamo con lui, se cioè ci fidiamo di lui e condividiamo la sua bontà, imparando a viverla nei rapporti con il prossimo. Quindi può succedere che i primi chiamati, non avendo imparato a rapportarsi con il Signore, diventano ultimi, cioè discepoli qualitativamente scadenti, e gli ultimi chiamati, avendo imparato a rapportarsi con lui, diventano primi, cioè discepoli qualitativamente migliori. I primi chiamati mormorano verso il padrone, perché non comprendono la sua bontà verso gli altri operai, e non si rendono conto che quel di più che si aspettavano nella ricompensa lo hanno già avuto nell’essere stati chiamati per primi e nella possibilità di relazionarsi con il Signore. Stando con il Signore non si sono lasciati trasformare dalla sua parola e dal suo Santo Spirito imparando ad amare come lui. Gli ultimi chiamati invece hanno compreso la bontà del Signore e il grande vantaggio di essere stati chiamati da lui, e si sono lasciati trasformare da lui, imparando ad essere come lui. Nel salmo responsoriale abbiamo la descrizione del carattere di Dio che dobbiamo far nostro: «Misericordioso e pietoso è il Signore,lento all’ira e grande nell’amore.Buono è il Signore verso tutti,la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Gli operai sono tutti discepoli, ma, come già detto, alcuni qualitativamente scadenti, altri qualitativamente migliori. Nell’apostolo Paolo che parla nella seconda lettura abbiamo un esempio di discepolo qualitativamente migliore. Paolo non è un chiamato della prima ora, non appartiene al primitivo gruppo dei discepoli del Signore, ma ha compreso più di tutti gli altri discepoli che bisogna puntare la propria vita totalmente su Gesù Cristo, il Figlio di Dio, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini. Per questo dice: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Così Paolo, vivendo solo per il Signore, pur essendo divenuto discepolo tardi, ha lavorato più di tutti gli altri.

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13 settembre 2020 – XXIV domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 27,33-28,9 – Salmo responsoriale: Sal 102 – 2lettura: Rm 14,7-9 – Vangelo: Mt 18,21-35.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore

Omelia
Pietro, incarna il nostro modo di ragionare umano, per cui pensa che il perdono da concedere abbia un limite. Ci sarà capitato sicuramente di sentire persone che si rifiutano di perdonare qualcuno che li ha offese, perché già lo avevano perdonato in passato: L’ho perdonato tre volte, ora basta! Non posso perdonarlo più, perché già l’ho perdonato, ma poi di nuovo mi ha fatto del male! Pietro pensa che perdonare sette volte possa bastare. Tuttavia vuole una conferma da parte di Gesù. Ma Gesù gli risponde che bisogna perdonare sempre: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». E racconta una parabola per farci comprendere il motivo per cui dobbiamo perdonare sempre: «Il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi».

Il re che vuole regolare i conti con i servi, come si deduce dalle parole conclusive, è Dio Padre, il quale, se volesse regolare i conti con noi, ci troverebbe tutti in debito nei suoi riguardi: «Se tu guardi le colpe, Signore, chi ti può resistere?». Il servo dunque debitore di diecimila talenti rappresenta ciascuno di noi. Diecimila talenti sono una somma esorbitante, enorme, non sarebbe bastata una vita per restituirla. Non basterebbe tutta la nostra vita per espiare i peccati commessi. Infatti con essi, essendoci ribellati e distaccati da Dio, abbiamo meritato la pena eterna. Dio Padre nella sua grande misericordia verso di noi peccatori, ce li ha condonati tutti per mezzo di Gesù Cristo, il quale li ha espiati per noi morendo sulla croce. Noi attingiamo la grazia del perdono ottenutaci da Gesù nei sacramenti soprattutto nel sacramento della penitenza. Ogni volta che andiamo a confessarci e siamo sinceramente pentiti, riceviamo il perdono di Dio, che cancella tutti i nostri peccati e ci riammette nella sua amicizia, perchè «Non è in lite per sempre,non rimane adirato in eterno.Non ci tratta secondo i nostri peccatie non ci ripaga secondo le nostre colpe». Dio allora vuole che noi ci comportiamo con il prossimo come lui si comporta con noi. Lui ci perdona sempre, e così anche noi dobbiamo perdonare sempre a coloro che ci hanno offeso e fatto del male.  

Abbiamo ascoltato però che il servo, dopo aver ricevuto il perdono del padrone, incontra un tale, un altro servo come lui, che gli era debitore di cento denari. Il compagno lo supplicava di dargli del tempo e gli avrebbe restituito tutto. Ma egli non volle avere misericordia. Colui che aveva ottenuto misericordia non ha voluto donarla al prossimo. Noi ci comportiamo proprio così, perché o non vogliamo perdonare affatto chi ci ha offeso, oppure se lo perdoniamo non lo facciamo con tutto il cuore come richiede il Signore. In questo modo ci rendiamo indegni della misericordia di Dio, e meritevoli della sua ira.

Nella prima lettura l’agiografo, a proposito dell’uomo che non perdona al prossimo, si domandava: «Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,come può supplicare per i propri peccati?Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,come può ottenere il perdono di Dio?». E Gesù  ha detto chiaramente che Dio Padre nel giudizio ci condannerà se non perdoneremo di cuore il prossimo: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Il perdono non è una cosa facile, perché richiede un grande amore verso chi ci ha offeso, e noi abbiamo un amore limitato. Inoltre diventa ancora più difficile quando chi ci ha offeso continua ad offenderci e ci stuzzica aumentando in noi la rabbia nei suoi confronti. Per riuscire a perdonare abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che egli ci dona mediante Gesù. In Gesù Cristo morto e risorto Dio non solo ci perdona i peccati ma ci dona la grazia di potere osservare i suoi comandamenti. Dal momento del battesimo la nostra vita è strettamente unita a quella di Gesù, per cui Paolo diceva nella seconda lettura: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore». Se curiamo il nostro rapporto con Gesù, nutrendoci della sua parola, pregando e accostandoci ai sacramenti, soprattutto al sacramento della Penitenza, egli ci darà la forza di perdonare di cuore ai nostri nemici. Ci darà la forza di fare come ha fatto lui, che ha perdonato e pregato per i suoi persecutori. Ce li farà guardare con i suoi occhi, e non ci faranno più rabbia, ma compassione. Perché è meglio subire il male che farlo. Se noi abbiamo subito un torto siamo in una posizione privilegiata che ci unisce più intimamente a Gesù Cristo sofferente. Non dobbiamo sciuparla facendo nascer in noi sentimenti di rancore e di odio, ma dobbiamo cogliere l’occasione per imitare Gesù e sperimentare ancora di più la grandezza del suo amore che da noi vuole traboccare sui nostri nemici.

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6 settembre 2020 – XXIII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 33,1.7-9 – Salmo responsoriale: Sal 94 – 2lettura: Rm 13,8-10 – Vangelo: Mt 18,15-20.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore

Omelia
Gesù ci insegna la correzione fraterna che dobbiamo esercitare quando qualcuno ha sbagliato contro di noi ma anche quando ha sbagliato contro gli altri, o sta sbagliando commettendo gravi peccati, come ci insegna Dio nella prima lettura con il suo monito al profeta Ezechiele. La correzione fraterna è una grande opera di misericordia, perché mira alla conversione del peccatore, cioè a distoglierlo dalla via della morte eterna. Giacomo conclude la sua lettera dicendo: «Se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati». Ma la correzione non raggiunge sempre il suo effetto, o perché non la sappiamo fare, o perché il fratello da correggere non vuole sentire ragioni. La correzione, ci insegna San Gregorio Magno, va fatta con umiltà e non con arroganza, perché in questo secondo caso noi incattiviamo ancora di più chi vogliamo correggere. Con la correzione dobbiamo togliere dal cuore del peccatore la voce del demonio che lo istiga al male, e possiamo riuscirci solo con l’umiltà che viene da Dio. Se la facciamo con arroganza, lo confermiamo nella sua sottomissione al demonio che è il padre della superbia. Altre volte non raggiunge l’effetto perché il fratello si ostina al male. Allora Gesù ci suggerisce altri due passi. Innanzitutto correggerlo davanti a due o tre persone, magari persone verso cui nutre più stima di noi, perché se non vuole prendere in considerazione quello che gli stiamo dicendo noi, possa considerare quello che gli dicono queste altre persone. Se continua ad ostinarsi, allora dobbiamo farlo correggere dall’assemblea, cioè dalla comunità ecclesiale. A prima vista ciò sembra difficile da fare, primo perché chi sarebbe disposto a comparire davanti alla comunità ecclesiale per essere corretto, poi perché, anche se vi comparisse, la correzione della comunità potrebbe essere per lui causa di umiliazione. La correzione da parte della comunità non deve essere fatta dalla comunità riunita ma dal rappresentante della comunità che è il sacerdote. Anche nella confessione sacramentale noi diciamo: «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli», dove i fratelli indicano la comunità cristiana, ma di fatto noi siamo davanti al rappresentante dei fratelli che è il sacerdote. Allora per far correggere un fratello dalla comunità cristiana basta portarlo davanti al sacerdote. Se non ascolta neanche il sacerdote, che rappresenta la chiesa, allora si comporta come un pagano che non conosce né Dio né la sua volontà, e come un pubblicano che vive da impenitente. Gesù ci assicura che le decisioni della chiesa sono ratificate da Dio, per farci comprendere che è volontà di Dio sia quello che la chiesa insegna e sia quello che decide condannando o assolvendo. In questa situazione che sembra irrimediabile, rimane ancora una speranza, la potenza della preghiera: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». La preghiera è potente ed efficace quando viene fatta in comunità. Gesù parla di due o tre persone per inculcarci la necessità di ritrovarci insieme. San Ignazio di Antiochia riflettendo su questo dice che se è efficace la preghiera di due o tre persone, quanto più quella dell’intera comunità presieduta dal vescovo. Questo ci deve convincere che non dobbiamo disertare la messa domenicale quando ci ritroviamo a pregare, e lì nel momento della messa dobbiamo presentare a Dio le nostre richieste, meglio se le condividiamo con i fratelli. Dobbiamo pregare con fiducia nel Signore, a cui nulla è impossibile. Perché se le nostre preghiere mancano di fiducia illimitata saranno senza frutto. Il Salmo ci esortava appunto a partecipare alla celebrazione con cuore docile, evitando il comportamento che gli israeliti tennero a Massa e Meriba, durante il cammino dell’esodo, dove dubitarono della presenza e della potenza del Signore. Il peccatore non vuole ascoltare la chiesa, Dio invece ascolta la chiesa che prega per lui. Quindi non dobbiamo disinteressarci di chi ha preso una strada sbagliata, disobbedendo alla parola del Signore, perché se lo facessimo, ci macchieremmo di un grave peccato di omissione, di cui, come ci dice la prima lettura dobbiamo rendere conto a Dio, e poi mancheremmo di amore verso il prossimo. Come potremmo dire che stiamo osservando la legge di Dio quando ci stiamo disinteressando della conversione del prossimo, che rischia di perdersi in eterno? La legge, come ricorda l’apostolo nella seconda lettura, ci inculca l’amore al prossimo e noi non facciamo nulla per condurlo sulla via della salvezza. Dobbiamo dunque proporci di correggere chi sta sbagliando, e quando tutti i mezzi di persuasione sono venuti meno, dobbiamo pregare e far pregare per lui la comunità ecclesiale.

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30 agosto 2020 – XXII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 20,7-9 – Salmo responsoriale: Sal 62 – 2lettura: Rm 12,1-2 – Vangelo: Mt 16,21-27.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
Parola del Signore

Omelia
L’argomento del vangelo di oggi è la croce. Gesù parla per la prima volta della sua croce, spiegando «ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto», e parla poi della croce che deve accettare chiunque vuole essere suo discepolo: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua». Mentre viviamo in questo mondo ognuno di noi deve fare i conti con la croce, perché la vita sulla terra è segnata dal peccato e dalle conseguenze del peccato. La croce è tutto ciò che ci provoca disagio e sofferenza e non possiamo evitarla senza mancare di amore. Pensiamo per un momento alla croce di Gesù. Non è lui che l’ha voluta e l’ha cercata. Sono stati i suoi nemici a costruirla, anziani, capi dei sacerdoti e scribi, che provavano invidia nei suoi riguardi, fino a desiderare la sua morte. Gesù, con il suo potere divino poteva sottrarsi alla croce, ma se lo avesse fatto, non avrebbe condiviso pienamente la condizione umana. Il Padre ha mandato il Figlio sulla terra a condividere in tutto, escluso il peccato, la nostra condizione umana. Per questo Gesù, non si sottrae alla croce, ma l’accetta liberamente, sapendo che diventerà un’occasione privilegiata per manifestare l’amore di Dio. Infatti nella passione e nella morte di croce di Gesù noi vediamo fino a che punto Dio ci ama, che cosa Dio è disposto a fare per noi. Così la croce che in sé stessa è qualcosa di negativo, perché è un supplizio riservato ai delinquenti accusati di gravi delitti, e nel caso di Gesù è stata una condanna ingiusta, accettata da lui con amore, diventa strumento di salvezza. Nella morte di croce si manifesta l’amore di Dio al massimo livello, per questo la morte non ha potuto trattenere Gesù che è risuscitato dai morti per non morire mai più.

Pertanto Gesù ci chiede di accettare la croce come ha fatto lui. Per noi la croce assume forme diverse. Faccio alcuni esempi di croce. Una coppia di sposi che aspettano un bambino, scoprono, facendo un’ecografia, che il nascituro sarà affetto dalla sindrome down. Che fare in questa situazione? Se faranno nascere quel bambino per loro sarà una vita molto difficile. Una coppia di sposi che sono convolati a nozze dopo anni di fidanzamento ad un certo punto incomincia a non intendersi più. La comunicazione tra i due si è interrotta e sembra che parlino lingue diverse. Per un nonnulla sorgono diverbi e contese. La vita quotidiana rischia di diventare un inferno. Che fare? Abbiamo ascoltato nella prima lettura che anche la parola di Dio può diventare una croce. Il profeta Geremia diceva: «Quando parlo, devo gridare,devo urlare: «Violenza! Oppressione!».Così la parola del Signore è diventata per mecausa di vergogna e di scherno tutto il giorno». Il profeta ammonisce gli abitanti di Gerusalemme che si sono abbandonati al peccato, invitandoli alla conversione sincera, in caso contrario si abbatterà su di loro il castigo. Ma il popolo e anche i sacerdoti non prendono sul serio la parola del profeta e si fanno benne delle sue minacce di castigo. Che cosa deve fare il profeta?

In queste situazioni secondo la mentalità del mondo bisogna gettare la croce. La coppia di genitori in attesa del bambino down non deve esitare a procedere all’aborto, la coppia in crisi a intraprendere la separazione legale, il profeta deriso deve rinunciare ad ammonire il popolo e a minacciare il castigo e deve limitarsi a dire solo cose piacevoli. La mentalità del mondo è quella che fa parlare Pietro, il quale rimprovera Gesù perché ha parlato della sua croce: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Abbiamo ascoltato come Gesù lo rimprovera: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Gesù dice a Pietro che deve stare al posto suo di discepolo e non deve fare il maestro, perché facendolo è diventato strumento di satana e sta ragionando secondo gli uomini e non secondo Dio. Dietro la mentalità del mondo che ci suggerisce di gettare la croce, di evitarla a qualunque costo, c’è il demonio, il nemico di Dio e degli uomini. Gettare la croce sembra la via più facile, ma a lungo andare rivela tutta la sua menzogna, facendoci sperimentare sofferenze oltremisura. Ho confessato diverse donne che avevano abortito, e, visto che erano pentite amaramente di quello che avevano fatto, li esortavo ad affidarsi alla misericordia di Dio. Vivevano in grande tormento perché non si perdonavano quello che avevano fatto. Gesù dunque ci comanda di farci carico della croce come ha fatto lui, perché diventi occasione per manifestare l’amore di Dio riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo. Certo, da soli non riusciamo a farci carico della croce, ma se ci affidiamo al Signore riusciremo. Dobbiamo innanzitutto prendere le distanze dalla mentalità del mondo. L’apostolo nella seconda lettura ci esorta: «Non conformatevi a questo mondo». Poi dobbiamo lasciarci trasformare dalla parola di Gesù e dallo Spirito Santo: «ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare». La parola di Gesù trasforma il nostro modo di pensare, lo Spirito Santo ci dona la forza di accettare la croce. Ho conosciuto coppie di sposi che erano sul punto di separarsi ma poi grazie alla vicinanza di amici credenti hanno riscoperto il cammino della fede e ora si amano di un amore che non avrebbero mai immaginato. All’inizio è stato faticoso, è stata una croce, ma poi con l’aiuto del Signore la croce è diventata soave e leggera. Gesù diceva nel vangelo: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».

Chi pensa di salvare la propria vita, gettando la croce, la perderà, ma chi perderà la propria vita, facendosi carico della croce come Gesù, la salverà. Infatti questo mondo e questa vita finisce, ma la vita che ci è stata in dono nel battesimo è destinata a durare in eterno, a patto che noi seguiamo Gesù sulla via della croce, ovvero dell’amore perfetto. Il salmista aveva compreso che l’amore di Dio vale più della vita, e si riferiva a questa vita fisica terrena destinata a finire.Dobbiamo custodire gelosamente l’amore di Dio che ci viene donato, riversandolo sul prossimo, come ci ha insegnato Gesù, soprattutto quando amare costa sacrificio. Amando come Gesù, noi ci prepariamo alla comunione eterna con Dio.

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23 agosto 2020 – XXI domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 22,19-23 – Salmo responsoriale: Sal 137 – 2lettura: Rm 11,33-36 – Vangelo: Mt 16,13-20.

Dal Vangelo secondo Matteo



In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Parola del Signore

Omelia
La gente pensa che Gesù sia un profeta, un inviato di Dio. Gesù è certamente un profeta, ma non è solo questo. Tuttavia la gente non riesce a cogliere l’identità nascosta di Gesù, perché è formata da tutti coloro a cui non è dato conoscere i misteri del regno di Dio. La gente o la folla prova simpatia nei riguardi di Gesù, lo cerca e lo ascolta volentieri, ma non riesce ad andare oltre. Gesù, allora, chiede ai discepoli che cosa pensano di lui: «Ma voi, chi dite che io sia?». E Pietro a nome di tutti dà a Gesù la risposta della fede: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Pietro riesce a cogliere l’identità nascosta di Gesù perché è illuminato dalla luce della fede. Gesù infatti dice a Pietro che è arrivato a conoscerlo non con la sua intelligenza ma perché Dio Padre glielo ha rivelato: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli ». Senza la fede non è possibile conoscere chi è veramente Gesù. Anche oggi ci sono molti che provano ammirazione e simpatia nei riguardi di Gesù, e riconoscono che è stato un grande personaggio che ha segnato la storia con il suo insegnamento e il suo esempio. Ma non riescono ad andare oltre. Solo noi cristiani, illuminati dalla fede, che è un dono di Dio Padre, riusciamo a cogliere la divinità nascosta nell’uomo Gesù di Nazareth. Credendo che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, entriamo a far parte della sua chiesa. Siccome Pietro è stato il primo ha confessare la fede in Gesù, questi gli ha promesso di renderlo fondamento visibile di unità della sua chiesa: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». La chiesa è la famiglia di Gesù Cristo, è la famiglia dei figli di Dio, i cui membri sono legati tra di loro non dal legame del sangue e delle carne ma dalle fede in Gesù Cristo e dallo Spirito Santo che vive nei loro cuori. Quando Gesù disse a Pietro di renderlo fondamento della sua chiesa, ancora la chiesa era un piccolo gruppo pochi uomini e donne. Ma dopo la risurrezione sarebbe cresciuta a dismisura, divenendo una famiglia sparsa su tutta la terra. Il fondamento della chiesa è Gesù, perché è la sua chiesa, ma Gesù con l’ascensione al cielo si è sottratto ai nostri sguardi. Per questo ha stabilito che ci fosse nella sua chiesa un fondamento visibile di unità nella persona di Pietro e del suo successore, il Romano Pontefice. Se vogliamo vivere in comunione con Gesù, se vogliamo far parte della sua chiesa, dobbiamo vivere in comunione con il Papa. Gesù infatti ha detto a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli».  Le chiavi del regno dei cieli sono la parola di Gesù e i sacramenti, che ci permettono di entrare nel regno dei cieli. Queste chiavi Gesù li ha affidati a Pietro e quindi al Papa, perché li custodisca integri. Infatti la dottrina e i sacramenti ci permettono di entrare nel regno dei cieli se rimangono integri come Gesù li ha consegnati a Pietro e così di generazione in generazione sono giunti sino a noi. Il Papa ha in mano le chiavi del regno dei cieli, che deve custodire, e non ha il potere di modificare, perché è il vicario di Cristo non il suo successore. Se fosse il successore di Cristo, potrebbe dire come lui, quando parla di completare l’Antica Alleanza: «Ma io vi dico». Dato che è il vicario di Cristo, deve limitarsi a dire: «Così dice il Signore». Gesù infatti ha detto: «Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore». Il Papa inoltre ha il potere disciplinare, e con lui tutta la chiesa, di condannare e riabilitare quelli che hanno sbagliato: «Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Dunque dobbiamo avere un grande amore e un grande rispetto per il Papa, pregando ogni giorno per lui, perché assolva il difficile compito che gli è stato affidato secondo la volontà di Dio. Questo però non ci esime dal constatare eventuali limiti ed errori nel comportamento del Romano Pontefice. La storia della chiesa ci insegna che ci sono stati diversi papi che si sono comportati in modo indegno del loro ufficio, come Benedetto IX, Giovanni XII, Bonifacio VIII, Alessandro VI, Clemente VII. Infatti non tutti i papi sono stati dichiarati santi ma solo una piccola parte. In queste situazioni che cosa dobbiamo dire? Che la chiesa sia sfuggita di mano al Signore? Dalla prima lettura il Signore ci fa capire che ci sono pastori che lui disapprova e altri che lui approva, ma la situazione è saldamente nelle sue mani. Infatti Dio annunciava di togliere l’incarico a Sebna e di donarlo a Chelkìa. Non è sfuggito a Dio che Sebna sia diventato maggiordomo di corte. Nel testo non si dice se Sebna era indegno sin dall’inizio oppure lo sia diventato in seguito. Dio a volte permette che la carica di pastori sia assunta da persone indegne come punizione dei peccati del popolo, altre volte sceglie persone degne che in seguito si pervertono come è avvenuto con il re Saul. Quello che a noi interessa qui è sapere che Dio riesce a ricavare un bene anche dal male, e quindi anche da cattivi pastori e cattivi pontefici, come quelli menzionati poco prima. Questo rientra nel mistero della sua sapienza, che provoca lo stupore di Paolo nella seconda lettura: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!». Solo Dio è così sapiente da riuscire a ricavare il bene dal male e di raccogliere dove non ha seminato, come appare evidente nella croce del Figlio suo, che in sé stessa è il male che gli uomini hanno inflitto al Figlio, e Dio lo ha reso strumento di salvezza per tutti gli uomini. Se guardiamo nella nostra vita, possiamo cogliere questa sapienza di Dio che è stata capace di trarre dal nostro male la nostra crescita spirituale. Perciò ringraziamolo con tutto il cuore per il suo amore sapiente e diciamogli insieme al salmista: «Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:hai ascoltato le parole della mia bocca.Non agli dèi, ma a te voglio cantare,mi prostro verso il tuo tempio santo».

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16 agosto 2020 – XX domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 56,1.6-7 – Salmo responsoriale: Sal 66 – 2lettura: Rm 11,13-15.29-32 – Vangelo: Mt 15,21-28.

Dal Vangelo secondo Matteo



In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Parola del Signore

Omelia
Questo episodio del vangelo è significativo per due motivi, primo perché preannuncia la futura conversione dei pagani mediante la fede in Gesù Cristo, secondo perché ci fa sapere che il Signore a volte, rimandando di esaudirci, si comporta con noi come ha fatto con la donna Cananea.

Gesù è venuto innanzitutto per gli israeliti, perché sono loro i primi destinatari delle promesse di Dio fatte ai Padri, ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Tuttavia durante la sua missione terrena ha modo anche di entrare in contatto con pagani. Nel vangelo ci sono due pagani che Gesù elogia, il centurione e la donna cananea di questo passo. In entrambi risaltano le virtù dell’umiltà e della fede. Il centurione non si considera degno di accogliere Gesù nella sua casa: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto». Ma crede fermamente che Gesù possa guarire il suo servo: «Ma dì soltanto una parola è il mio servo sarà guarito». Anche questa donna cananea risponde con umiltà alle parole di Gesù che le fa notare che è una pagana: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Questa donna riconosce che non è degna di ricevere il pane dei figli, ma chiede almeno di poter ricevere le briciole: «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». La sua fede è ben visibile dalla supplica insistente che non cede nemmeno davanti all’apparente insensibilità di Gesù, il quale alla fine la elogia e la esaudisce. Questi pagani che entrano in contatto con Gesù rappresentano la primizia dei popoli pagani che si sarebbero convertiti in massa al Signore mediante la predicazione della chiesa. Come leggiamo nella prima lettura e nel salmo, i profeti avevano preannunziato questo avvenimento. Nella prima lettura Dio prometteva che gli stranieri che avrebbero creduto in lui sarebbero diventati a pieno titolo membra del suo popolo. Nel salmo gli israeliti chiedono a Dio di benedirli, affinché da ciò tutti i popoli della terra possano conoscere la sua salvezza: «Dio abbia pietà di noi e ci benedica,/su di noi faccia splendere il suo volto;/perché si conosca sulla terra la tua via,/la tua salvezza fra tutte le genti». Dio ha benedetto gli israeliti in tanti modi, ma soprattutto inviando loro Gesù Cristo suo Figlio. E’ in Gesù che gli israeliti ricevono la pienezza della benedizione, quella benedizione promessa ad Abramo per la sua discendenza, e che consiste nel dono dello Spirito Santo, che permette la comunione intima con Dio. Paolo, pensando a questa benedizione, dice: «Benedetto sia Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». Da questa benedizione di Dio ad Israele, è scaturita, come chiedeva il salmo la conoscenza della salvezza di Dio per tutti i popoli. Per ricevere la salvezza di Dio, per far parte del suo popolo, non c’è più bisogno di essere israeliti, ma soltanto di credere in colui che ha inviato, Gesù Cristo. Dal centurione e dalla cananea apprendiamo che dobbiamo rivolgerci a Gesù con umiltà e fede, l’umiltà che ci fa sentire indegni dei suoi doni, la fede che ci fa confidare nella sua potenza senza limiti.

 Come ci mostra la conclusione del vangelo di oggi, l’insensibilità di Gesù è solo apparente, perché se fosse stata vera, non avrebbe esaudito la donna per nessun motivo. Il Signore si comporta così perché vuole far venir fuori la fede che c’è in noi quando lo invochiamo. Se perseveriamo nel nostro atteggiamento di umiltà e di richiesta, allora vuol dire che abbiamo davvero fede in lui. E alla fine ci esaudisce, mettendosi al nostro servizio. E’ molto significativa la risposta finale di Gesù alla donna: «Avvenga per te come desideri». Ci fa venire in mente la risposta della Madonna all’angelo: «Avvenga per me secondo la tua parola». La Madonna desidera che si compia in lei la volontà di Dio, Gesù vuole che si realizzi il desiderio della donna cananea. La Madonna con la fede obbedisce a Dio, Gesù, il Figlio di Dio, obbedisce alla fede della donna cananea. Con la fede avviene un’osmosi di obbedienza, noi obbediamo alla parola di Dio, affidandoci a lui, Dio obbedisce alla nostra preghiera, esaudendoci.

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9 agosto 2020 – XIX domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Re 19,9.11-13 – Salmo responsoriale: Sal 84 – 2lettura: Rm 9,1-5 – Vangelo: Mt 14,22-33.

Dal Vangelo secondo Matteo



[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Parola del Signore

Omelia
Su questo passo del vangelo dobbiamo fare due considerazioni. La prima riguarda la teofania, con cui Gesù manifesta la sua divinità camminando sulle acque, la seconda riguarda il potere di camminare sulle acque che Gesù comunica a chi glielo chiede e obbedisce alla sua parola come fa Pietro.

Innanzitutto Gesù manifesta la sua divinità, camminando sulle acque. Le acque del mare nell’immaginario degli israeliti ma anche di chiunque ha familiarità con la Bibbia raffigurano le forze della morte. Queste acque all’inizio, come si dice nel racconto della creazione di Gen. 1,1ss, coprivano la terra e impedivano il sorgere della vita. Dio con la sua parola le ha raccolte nei mari e così ha permesso il sorgere della vita. Queste acque si riversano di nuovo sulla terra e fanno perire gli uomini che hanno peccato nel diluvio. Travolgono poi il faraone e il suo esercito nel mar Rosso, mentre si aprono e lasciano passare il popolo di Dio. Il Dio d’Israele domina le grandi acque, cioè tiene sottomesse le potenze della morte. Gesù camminando sul mare vuole far comprendere ai discepoli che lui è il Signore che tiene sottomesse sotto i piedi le potenze della morte. Anche le parole di Gesù ai discepoli sono una rivelazione della sua divinità. Per un israelita attento la risposta: Sono io, evoca il nome divino ‘Jahwéh’, che significa: ‘Io sono’. Il Dio d’Israele che si manifesta e parla ad Elia sul monte Oreb, che «annuncia la paceper il suo popolo,/ per i suoi fedeli», si è fatto uomo in Gesù di Nazareth. Come dirà Paolo nella seconda lettura, Gesù «è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli». Il passo del vangelo di oggi si conclude infatti con una confessione di fede da parte dei discepoli: « Davvero tu sei Figlio di Dio!». Noi cristiani non crediamo semplicemente in Dio ma crediamo che Gesù di Nazareth è Figlio di Dio, è Dio fattosi uomo. La fede in Gesù di Nazareth costituisce lo specifico dell’identità cristiana. Se qualcuno ci domandasse che cosa crediamo noi cristiani, dovremmo rispondere innanzitutto: crediamo che Gesù di Nazareth è Dio che si è fatto come noi.

La seconda considerazione da fare riguarda il potere divino di camminare sulle acque che Gesù comunica a chiunque glielo chieda, confidando in lui e obbedendo alla sua parola come fa Pietro: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Gesù gli comanda: «Vieni!». E Pietro scende dalla barca e incomincia a camminare sulle acque, riesce a dominare come Gesù le potenze della morte. Questo camminare di Pietro sulle acque andando incontro a Gesù è un’immagine della vita cristiana. Noi siamo chiamati ad andare incontro al Signore che viene nella nostra vita e nel mondo, e siamo insidiati e contrastati dalle potenze demoniache che vogliono farci cadere nel peccato e in ultimo farci sprofondare nella dannazione eterna. La vita cristiana è molto esigente e le nostre forze sono limitate. Per andare incontro a Gesù abbiamo bisogno di confidare in lui, obbedendo alla sua parola. Se confidiamo in lui e prendiamo sul serio la sua parola, il Signore ci comunica la sua potenza, e possiamo come lui camminare sulle acque, dominare le potenze demoniache, cioè riuscire a fare quello che da soli non saremmo mai capaci di compiere. Pensiamo per es. ai due stati principali della vita cristiana, il matrimonio e il sacerdozio ministeriale. Il matrimonio cristiano è l’unione unica e indissolubile tra un uomo e una donna che si amano di un amore fedele e inesauribile. Il sacerdozio ministeriale è costituito da un uomo che ripresenta nella sua vita il celibato di Gesù Cristo. Senza l’aiuto di Gesù Cristo come potrà una coppia di sposi perseverare in un amore fedele e inesauribile? Senza l’aiuto di Gesù Cristo come potrà un sacerdote vivere con fedeltà il suo celibato? Tutto diventa possibile se gli sposi e il sacerdote confidano non nelle proprie forze ma nella grazia del Signore e così, prendendo sul serio la sua parola, riescono a compiere ciò che è umanamente impossibile camminare sulle acque, andare incontro al Signore con fedeltà e libertà. Abbiamo ascoltato nel vangelo che Pietro, ad un certo punto, vedendo che il vento era forte, prova paura e incomincia ad annegare. Nel capitolo 7 di Isaia, leggiamo che il profeta viene inviato da Dio al re e al popolo per esortarli a confidare nell’aiuto del Signore. Il profeta conclude la sua esortazione dicendo: «Ma se non crederete, non avrete stabilità». Il profeta vuole dire se non confidate nel Signore vi succederà quello che temete. Pietro sperimenta proprio questo. Difatti Gesù lo rimprovera: «Uomo di poca fede!». Pietro dubita della potenza del Signore, pensa che non potrà resistere alle insidie del male, e così gli succede di incominciare ad annegare. Tuttavia ha ancora la lucidità e l’umiltà di chiedere aiuto al Signore: «Signore, salvami!». Tutte le nostre paure e le nostre cadute dipendono dal fatto che dubitiamo della potenza del Signore. Quando facciamo queste esperienze, come Pietro, dobbiamo ricorrere al Signore, chiedendogli di salvarci, perché le potenze della morte non ci inghiottano del tutto. Per resistere alle insidie delle potenze demoniache, dobbiamo diffidare di noi stessi e confidare solo nel Signore Gesù, prendendo sul serio la sua parola, e lui ci darà la forza di metterla in pratica e di camminare sulle acque. La fiducia nel Signore non è una cosa che si acquista dall’oggi al domani, ma richiede un cammino e un impegno continui. Le cadute non ci devono avvilire ma anzi devono essere le occasioni per confidare ancora di più nel Signore. La fiducia nel Signore è l’atteggiamento fondamentale degli oranti che parlano nei salmi, è l’atteggiamento che dobbiamo chiedere al Signore con insistenza come la vedova della parabola.

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2 agosto 2020 – XVIII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 55,1-3- Salmo responsoriale: Sal 144 – 2lettura: Rm 8,35.37-39 – Vangelo: Mt 14,13-21.

Dal Vangelo secondo Matteo



In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Parola del Signore

Omelia
In queste domeniche abbiamo ascoltato Gesù che parla alle folle con parabole, perché alle folle non è dato conoscere i misteri del regno dei cieli. Gesù si limita a dare loro un insegnamento che necessita di un’ulteriore spiegazione, che possono ricevere quelli che sono interessati a lui, come i discepoli. Se qualcuno della folla chiedesse a Gesù spiegazioni sulle sue parabole, egli le darebbe volentieri. Ma nessuno della folla gli pone domande, perché la folla è costituita da quelle persone che ancora non hanno compreso chi è Gesù.

Nel vangelo di oggi abbiamo ascoltato che le folle raggiungono a piedi il luogo dove vedono che sta per dirigersi Gesù con la barca insieme ai discepoli. Gesù prova compassione per le folle, perché rappresentano l’umanità che ancora non ha trovato lui, la via di Dio. La compassione di Gesù non è un semplice sentimento, come accade a volte a noi, ma lo porta a compiere gesti concreti di misericordia verso il prossimo. Infatti «guarì i loro malati» e poi, vedendo che lo seguivano da tre giorni ed erano senza mangiare, compie la moltiplicazione dei pani. I discepoli suggeriscono a Gesù quella che sembra la soluzione più ragionevole: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». A ben vedere i discepoli suggeriscono a Gesù di trattare le folle come si trattano gli estranei. Ma per Gesù nessun uomo è un estraneo, visto che lui ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Così anche per noi suoi discepoli nessun uomo può essere estraneo. Certo, ci sono persone che non conosciamo, ma quando c’è qualcuno che ha bisogno, anche se non lo conosciamo, sappiamo che è un nostro fratello. Servendosi dei cinque pani e due pesci messi a disposizione dai discepoli Gesù sfama una folla di cinquemila uomini. Con il suo gesto Gesù ci insegna a condividere il poco che abbiamo, il resto lo aggiungerà lui. Nella moltiplicazione dei pani Gesù vuole attirare a sé le persone che costituiscono la folla, perché aprano gli occhi e lo riconoscano come il Messia atteso. La sua preoccupazione principale è che tutti gli uomini credano in lui, e credendo possano ricevere il cibo e la bevanda capaci di saziare e dissetare i desideri del cuore umano che non trova mai pace.

Nella prima lettura il Signore invitava gli uomini a recarsi da lui per prendere gratuitamente il vero cibo e la vera bevanda: «O voi tutti assetati, venite all’acqua,/voi che non avete denaro, venite;/comprate e mangiate; venite, comprate/senza denaro, senza pagare, vino e latte». L’acqua e il cibo che il Signore offre gratuitamente agli uomini è il suo insegnamento che ci dona in Cristo Gesù. Purtroppo noi vogliamo saziare i nostri desideri di verità, di amore e di felicità, con ciò che non sazia, come i piaceri, il possesso delle cose, il potere e il successo.

Nella seconda lettura l’apostolo parlava dell’amore di Dio che conosciamo e riceviamo in Cristo Gesù. Quest’amore viene diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato in dono. Chi ha sperimentato l’amore di Dio in Cristo Gesù come l’apostolo Paolo, è disposto a sopportare qualsiasi sofferenza pur di non perderlo. Dunque per saziare la nostra fame e sete di verità, di amore, di perdono, di vita e di felicità, e ottenere così la pace del cuore, abbiamo di incontrare Gesù e riconoscere che è il Figlio di Dio, che ci rivela il volto del Padre e ci fa sperimentare il suo amore.  Nell’annuncio del vangelo dobbiamo rivolgerci a tutti gli uomini che formano la folla di oggi, cercandoli di attirare a Gesù Cristo con la testimonianza della nostra carità. Una volta che si sono aperti a Gesù potranno poi ricevere il vero cibo e la vera bevanda, cioè lui stesso.

Nella vita di San Pacomio si racconta che il suo primo contatto con il cristianesimo avvenne attraverso un gesto di carità dei cristiani. Durante un arruolamento generale ordinato da Massimino nel 312, Pacomio, giovane di vent’anni, fu reclutato con la forza e inviato con altri coscritti a Tebe, in un campo di mobilitazione. Venuta la sera, dei cristiani misericordiosi che avevano saputo la cosa, portarono loro da mangiare e da bere e altri aiuti. Pacomio, informatosi, apprese che i cristiani praticano la misericordia verso gli stranieri e tutti gli uomini. Domandò chi fossero i cristiani e gli fu detto che sono uomini che portano il nome di Cristo il Figlio di Dio, e fanno del bene a tutti perché sperano in colui che ha fatto il cielo e la terra. Il gesto di gratuità dei cristiani lo colpisce, e Pacomio, appartatosi in un angolo, si rivolge al Dio dei cristiani che non conosce, e gli dice che se lo libererà da quell’afflizione dedicherà il resto della vita a compiere la sua volontà e ad amare tutti gli uomini. Dio lo prende sul serio e di lì a pochi giorno, per un serie di cambiamenti politici nell’impero, Pacomio ottiene la libertà e, come aveva promesso, chiede di essere ammesso nella chiesa di Cristo. Pacomio diventerà poi il padre del monachesimo cenobitico.

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26 luglio 2020 – XVII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Re 3,5.7-12- Salmo responsoriale: Sal 118 – 2lettura: Rm 8,28-30 – Vangelo: Mt 13,44-52.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Parola del Signore.

Omelia

Con le prime due similitudini del vangelo Gesù ci vuole sollecitare a prendere una decisione radicale per lui, così come hanno fatto il contadino e il mercante di perle. Entrambi hanno preso la decisione di vendere tutti i propri averi per acquistare rispettivamente il terreno con il tesoro e la perla di grande valore. Il contadino ha valutato vantaggioso per lui vendere tutti i suoi averi ed acquistare il terreno in cui era nascosto il tesoro. Anche il mercante di perle, abituato come tutti i mercanti a fare affari, ha ritenuto vantaggioso per lui vendere tutti i suoi averi e acquistare la perla preziosa. Il Signore dunque ci sollecita a prendere una decisione radicale per lui, che diventa possibile per noi solo vendendo tutto quello che possediamo. Ma per prendere una decisione così abbiamo bisogno del dono del discernimento. 

Nella prima lettura Salomone, diventato re da poco, chiede a Dio il dono del discernimento: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male». Salomone chiede un cuore docile per ascoltare con obbedienza la parola del Signore, perché il discernimento dipende dalla parola del Signore. Il discernimento ci fa vedere e valutare le cose come le vede e le valuta Dio. Anche il Salmista accenna al discernimento quando dice: «La rivelazione delle tue parole illumina,/dona intelligenza ai semplici». Per questo considera la parola del Signore, che poi è il Signore stesso, più importante delle ricchezze. Il primo e fondamentale discernimento è quello della fede che ci fa riconoscere in Gesù il Figlio di Dio e di conseguenza ci porta a prendere la decisione di puntare tutta la nostra vita su di lui. L’apostolo Paolo che ha compiuto questo discernimento dice: «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo». E’ la parola di Dio che alimenta la fede e ci comunica il dono del discernimento che ci permette di valutare che Gesù Cristo è la vera ricchezza, e la sua amicizia vale più di tutti i beni della terra.

Ma che cosa vuol dire Gesù quando parla di vendere tutti i propri averi per diventare suoi discepoli e amici? Ne abbiamo parlato altre volte, spiegando che il Signore non chiede di fatto a tutti i suoi discepoli di spogliarsi completamente dei beni terreni, come dimostra la differente richiesta al giovane ricco e a Zaccheo, ma a tutti chiede di essere distaccati dai beni terreni e di condividerli con i poveri. 

La similitudine della rete che raccoglie pesci buoni e cattivi allude alla chiesa che accoglie nel suo seno buoni e cattivi. Al momento presente non è possibile una separazione netta tra buoni e cattivi. Non possiamo farla certamente noi che siamo parte in causa e non abbiamo le capacità per discernere i buoni dai cattivi in modo inequivocabile. Solo il Signore può operare questa separazione perché scruta i cuori di ogni uomo e comprende a pieno il senso delle loro azioni. La separazione come dice Gesù avverrà alla fine del mondo: «Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti». Gesù non ci dice quale sarà il criterio per discernere i buoni dai cattivi, ma lo possiamo dedurre da quanto abbiamo detto finora. I buoni sono quelli che, lasciandosi illuminare dalla parola di Dio, hanno avuto il discernimento di mettere Gesù al primo posto nella propria vita, rinunciando a tutti i propri averi, i cattivi sono quelli che hanno seguito la mentalità del mondo suggerita dal maligno, e hanno messo al primo posto nella propria vita non Gesù ma le cose della terra. Dunque se abbiamo già preso una decisione radicale per Gesù dobbiamo renderla sempre più sicura, nutrendoci della parola di Dio che illumina. Se ancora non l’abbiamo presa perché nella vita cristiana stiamo tirando a campare, il vangelo di oggi ci sollecita a prenderla senza rimandare ad un domani insicuro.

Il dono del discernimento poi ci serve per valutare tutte le cose terrene e le esperienze che facciamo nella prospettiva della nostra salvezza eterna. La meta della nostra vita cristiana è la salvezza eterna, che poi consiste nella glorificazione, o detto in altri termine nella piena assimilazione a Gesù Cristo.  Quindi in questa prospettiva le sofferenze del tempo presente sono momenti privilegiati per crescere nella somiglianza a Gesù, sono partecipazione alla sua croce che ci preparano a partecipare alla sua risurrezione. A questo allude l’apostolo quando dice: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno».

Dobbiamo dunque chiedere al Signore il dono del discernimento. Un giorno si radunarono presso Antonio il grande molti monaci per discutere quale fosse la virtù più importante dopo la carità. Uno diceva la povertà, un altro l’ascesi, un altro ancora il ritiro dal mondo, un altro che bisognava praticare le opere di misericordia verso i bisognosi. Alla fine prese la parola Antonio e disse che tutte le cose che avevano proposte erano giuste ma che senza il discernimento nel compimento di queste opere buone si può cadere facilmente negli inganni del maligno. Solo il discernimento, poiché ci fa vedere e valutare le cose come le vede e le valuta Dio, ci permette di vivere e progredire nella fede, nella speranza e nella carità, rimanendo nella scelta fondamentale della nostra vita tutta rivolta al Signore Gesù senza deviare né a destra né a sinistra.

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19 luglio 2020 – XVI domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 12,13.16-19- Salmo responsoriale: Sal 85 – 2lettura: Rm 8,26-27 – Vangelo: Mt 13,24-43.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:«Aprirò la mia bocca con parabole,proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Parola del Signore.

Omelia

Con la parabola del grano e della zizzania apprendiamo che da una parte c’è Gesù che semina la sua parola e quelli che l’ascoltano e la seguono diventano figli del regno o meglio figli di Dio, dall’altra c’è il maligno che semina la sua zizzania, i suoi cattivi insegnamenti, e quelli che li seguono diventano suoi figli, figli del maligno. Ma mentre Gesù semina la sua parola in modo legittimo e alla luce del sole, il demonio semina i suoi cattivi insegnamenti in modo illegittimo e di nascosto. Gesù infatti semina la sua parola tra gli uomini che gli appartengono, in quanto da lui creati, invece il demonio semina da intruso, perché gli uomini non gli appartengono, e semina per guastare il campo di Dio. Gesù semina mediante la sua chiesa, formata da tutti quelli che credono in lui e annunciano e testimoniano la sua parola, il demonio semina mediante il mondo, formato da tutte quelle persone che sono chiuse a Dio e seguono le sue suggestioni.

Abbiamo ascoltato nella parabola che i servi vorrebbero sradicare subito la zizzania dal campo di Dio, invece il Signore dice di lasciare che crescano insieme grano e zizzania, e di strappare questa solo alla fine. Infatti la zizzania all’inizio si confonde con il grano e si riconosce bene solo quando è matura. Al momento presente ci sono alcuni che sembrano figli di Dio e altri che sembrano figli del maligno. I figli di Dio, come abbiamo detto, sono quelli che seguono l’insegnamento di Gesù e osservano i suoi comandamenti. Quindi sono sempre dalla parte dei più deboli, e perciò difendono la vita dall’inizio alla fine, credono nel matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna così come l’ha voluto il creatore, e vivono amando come Gesù, che è vissuto spendendo la vita per tutti noi. I figli del maligno seguono gli insegnamenti del loro padre che vengono trasmessi dai predicatori del mondo. Quindi approvano o praticano l’aborto, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’eutanasia, la convivenza, il divorzio. Impostano la loro vita non sull’amore autentico che ci ha insegnato Gesù ma sull’egoismo, perché ognuno ha come legge i propri desideri e le proprie voglie.

Su questa terra non c’è nulla di definitivo, per cui vediamo che ci sono figli di Dio che si lasciano corrompere dalla zizzania del maligno e diventano suoi figli e ci sono figli del maligno che si lasciano convertire dalla parola di Gesù e diventano figli di Dio. Questa coesistenza di grano e zizzania, di figli di Dio e figli del maligno, provoca un passaggio da un gruppo all’altro e serve a far venir fuori alla fine quelli che sono veramente figli di Dio e quelli che lo sono solo in apparenza. Questa coesistenza è un segno della misericordia di Dio, che, come abbiamo ascoltato nella prima lettura e poi nel salmo, non vuole la rovina dei peccatori ma la loro conversione.

Anche noi che stiamo con Dio non dobbiamo considerare nessuno perduto fin quando siamo in cammino su questa terra né disprezzarlo per la sua condizione di peccatore, ma piuttosto dobbiamo pregare per lui e adoperarci a farlo rientrare nella chiesa con la nostra decisa e ferma testimonianza di fede. La separazione tra figli di Dio e figli del maligno avverrà alla fine del mondo e sarà fatta dal Signore in modo infallibile. I figli del maligno andranno con il loro padre nel fuoco eterno, i figli di Dio saranno accolti nel regno di Dio e splenderanno come il sole.

Con le altre due parabole Gesù ci presenta la piccolezza del regno di Dio, un granellino di senape e un po’ di lievito, ma il granellino diventa un grande albero, il lievito fa fermentare tutta la farina. Il regno di Dio è piccolo, è difatti una parola, ma se l’accogliamo con fede, trasforma tutta la nostra vita. Mentre viviamo su questa terra dobbiamo vigilare e stare attenti che non entri nel nostro cuore la zizzania del maligno con i suoi cattivi insegnamenti, ma soltanto il seme della parola del Signore. E se ci accorgiamo che per debolezza abbiamo lasciato entrare nel nostro cuore la zizzania del maligno, dobbiamo subito ricorrere al sacramento della Penitenza confessando il nostro peccato, perché il maligno fugga via da noi. Il Signore dice di non sradicare gli uomini che si sono lasciati inquinare dalla zizzania del maligno diventando essi stessi zizzania, ma dobbiamo certamente sradicare subito la zizzania dai nostri cuori, senza perdere tempo, ogni volta che l’abbiamo lasciata entrare e attecchire. E per disintossicarci o per rafforzarci contro tutti i messaggi negativi che riceviamo dobbiamo nutrirci della parola di Dio, seminandola nei nostri cuori con abbondanza, perché vivendola diventiamo simili a Gesù. Insieme alla parola di Dio viene sempre in noi lo Spirito Santo, che ci trasforma rendendo il nostro cuore simile a quello di Gesù. Lo Spirito poi viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo che cosa sia conveniente domandare. Ci sono situazioni come per esempio una malattia o un altro disagio in cui spontaneamente siamo portati a chiedere a Dio di liberarci. Ma potremmo essere davanti a una croce che Gesù ci chiede di accettare per la nostra salvezza e per la salvezza dei fratelli. Allora se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo comprendiamo che quella che poteva essere una disgrazia è invece una grazia di Dio. Ma poi non sappiamo desiderare i beni della vita futura, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, perché appunto non li conosciamo. Allora lo Spirito Santo ci aiuta a desiderarli e quindi a chiederli nella preghiera come si conviene. Infatti il Signore non ci vuole imporre i suoi doni, e mediante la preghiera ci prepariamo a riceverli liberamente. Mediante l’accoglienza della parola di Dio e la preghiera, che sono come il granellino di senape e il lievito, noi siamo trasformati dalla potenza dello Spirito Santo che opera nella parola e nella preghiera, e siamo preparati alla gloria del regno di Dio.

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12 luglio 2020 – XV domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 55,10-11 – Salmo responsoriale: Sal 64 – 2lettura: Rm 8,18-23 – Vangelo: Mt 13,1-23.

Dal Vangelo secondo Matteo



Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:“Udrete, sì, ma non comprenderete,guarderete, sì, ma non vedrete.Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,sono diventati duri di orecchie hanno chiuso gli occhi,perché non vedano con gli occhi,non ascoltino con gli orecchie non comprendano con il cuoree non si convertano e io li guarisca!”.Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Parola del Signore.

Omelia

In questo passo del vangelo dobbiamo considerare due cose, innanzitutto il linguaggio di Gesù che rimane velato alle folle e poi il messaggio della parabola del seminatore che Gesù rivela ai discepoli in privato.

Il linguaggio di Gesù resta velato alle folle perché non sono disponibili a credere in lui. Le persone che formano le folle appartengono alla categoria dei sapienti e dei dotti a cui sono nascosti i misteri del regno di Dio. A loro non è dato conoscerli perché non sono nelle condizioni di ricevere la fede. Gesù pertanto con loro si limita ad annunciare la parola in parabole. Intendiamoci, se le folle fossero state interessate a comprendere meglio le parabole di Gesù, e gliene avessero chiesto la spiegazione come fanno i discepoli, gliela avrebbe data volentieri. Ma siccome non sono interessate a quello che Gesù dice, il suo insegnamento resta per loro velato. Invece i discepoli appartengono alla categoria dei piccoli a cui Dio ha voluto rivelare i misteri del regno perché sono nella condizione di conoscerli. Le folle sono costituite da tutte quelle persone che non hanno preso una decisione per Gesù, invece i discepoli si sono staccati dalla folla decidendosi a stare con lui. Stando con Gesù i discepoli apprendono i misteri del regno di Dio, perché Gesù in privato spiega loro ogni cosa. I discepoli si mostrano interessati a comprendere la parola di Gesù, per loro è di importanza vitale. Se vogliamo essere discepoli di Gesù dobbiamo dunque essere interessati ad ascoltare e a comprendere la sua parola. Da qui l’importanza di leggere e meditare ogni giorno le Scritture chiedendo al Signore di farci comprendere quello che dice. L’appuntamento della lectio divina ogni martedì è un momento in cui Gesù ci spiega il senso delle Scritture. Infatti come vi ho detto altre volte, è Gesù l’unico maestro, io sono solo un suo strumento che ascolto per primo quello che dico a voi. Nella lectio divina ci sediamo ai piedi di Gesù come Maria per ascoltare la sua parola.

La seconda cosa da considerare è il messaggio della parabola del seminatore. Vediamo che la maggior parte del seme che è la parola di Dio va perduta perché trova una cattiva accoglienza. La strada sono le persone della folla che ascoltano la parola ma non la comprendono e non sono interessate a comprenderla. Quindi il demonio ha gioco facile a rubarla dai loro cuori insensibili con l’oblio. Il terreno sassoso e quello con le spine sono due tipologie di discepoli di Gesù. Il terreno sassoso sono quelli che ascoltano la parola e l’accolgono con gioia, ma poiché non l’accolgono con tutto il cuore la parola non mette radici in loro, e alla prima difficoltà o contrarietà a causa della parola di Dio, mollano tutto. Il terreno con le spine sono quelli che ascoltano la parola ma si lasciano prendere in modo eccessivo dalle preoccupazioni della vita terrena come gli impegni lavorativi e le altre faccende domestiche e dalle bramosie cattive come l’attaccamento alla ricchezza e via dicendo. Il lavoro e le faccende della famiglia sono cose legittime ma possono diventare un grosso ostacolo se tutta la nostra vita è concentrata su questi impegni. Infine il terreno buono sono i discepoli autentici che ascoltano la parola e la comprendono e la parola porta frutto in loro al di là di ogni attesa umana. Il messaggio della parabola è che quelli che accolgono veramente la parola di Dio sono pochi ma costoro grazie alla potenza intrinseca alla parola di Dio portano frutti abbondantissimi che compensano le perdite di quelli che hanno lasciato cadere a vuoto la parola di Dio. Pensiamo ai frutti che la parola di Dio ha prodotto nella vita dei santi, di San Francesco d’Assisi, Santa Chiara da Cascia, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II, Chiara Badano, Carlo Acutis. In questi fratelli e sorelle il seme della parola ha prodotto il cento per uno. Questo ci ricorda quello che diceva il Signore per bocca del profeta nella prima lettura. Molti lasciano cadere a vuoto la parola di Dio, ma la parola di Dio troverà sempre qualcuno disponibile ad accoglierla. Per questo Dio diceva: «Non ritornerà a me senza effetto,senza aver operato ciò che desideroe senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». Da parte nostra dobbiamo esaminarci attentamente per vedere che tipo di terreno siamo e se ci accorgiamo che in noi ci sono sassi e spine dobbiamo fare come il contadino quando prepara il terreno per la semina, e cioè togliere i sassi e le spine con il sacramento della Penitenza e con la mortificazione delle nostre cattive abitudini. Così quando ascolteremo la parola di Dio l’accoglieremo con un cuore docile e disponibile e la nostra vita diventerà feconda di opere buone gradite a Dio e utili ai fratelli.

Il salmo ci ricorda che tutta la fecondità della nostra vita dipende da Dio, anche se è necessaria la nostra collaborazione come abbiamo detto finora. Nel salmo tutta la fecondità della terra viene attribuita al Signore. E’ chiaro che è necessario anche il concorso dell’uomo che ara la terra e fa i solchi. Ma nel salmo tutto viene attribuito a Dio per ricordarci che il nostro lavoro senza il suo aiuto è inefficace. Infine dalla seconda lettura comprendiamo che la vita che stiamo vivendo sulla terra è per noi come il tempo della semina che comporta fatica e attesa per poi raccogliere nella gioia. Le difficoltà, le tribolazioni, le prove, che viviamo nel tempo presente consideriamole come una semina nel dolore a cui corrisponderà un raccolto nella gioia. Infatti le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi».

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5 luglio 2020 – XIV domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Zc 9,9-10- Salmo responsoriale: Sal 144 – 2lettura: Rm 8,9.11-13 – Vangelo: Mt 11,25-30.

Dal Vangelo secondo Matteo



In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Parola del Signore

Omelia

Come abbiamo detto altre volte, davanti a Gesù gli uomini si dividono, perché alcuni lo accolgono e credono in lui, altri lo rifiutano e non vogliono credere in lui. Questo succede perché la fede è un dono di Dio. Non è un’acquisizione umana. Io non posso acquisire la fede impegnandomi nello studio, oppure pagando. No, la fede è un dono di Dio. Ma è un dono che Dio vuole fare a tutti, perché egli vuole che tutti gli uomini siano salvati a giungano alla conoscenza della verità, cioè del Figlio suo Gesù Cristo. E allora perché ieri e oggi ci sono alcuni che credono in Gesù e altri che non vogliono credere in lui? Questo dipende dal fatto che non tutti sono nelle condizioni di poter accogliere il dono della fede da parte di Dio. I sapienti e i dotti, quelli che confidano in sé stessi, come gli scribi e i farisei, non possono ricevere il dono della fede. Invece i piccoli, quelli che Gesù chiama in altra occasione i poveri di spirito, sono nella condizione ideale per ricevere il dono della fede. Gesù facendo questa constatazione ringrazia il Padre perché ha voluto nascondere i misteri del regno ai sapienti e ai dotti e li ha rivelati ai piccoli: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Gesù parla di queste cose, alludendo ai misteri del regno di Dio, che riguardano principalmente lui stesso, in quanto rivelatore del Padre. Noi siamo qui perché abbiamo creduto che Gesù è il Figlio di Dio, colui che ci fa conoscere e ci fa entrare in relazione con Dio Padre. Abbiamo creduto grazie ai nostri genitori e a tutti coloro che ci hanno trasmesso la fede nella comunità cristiana. Dopo aver ascoltato queste parole di Gesù dobbiamo rendere sempre più sicura la nostra fede in lui, coltivando l’umiltà che è la virtù principale che ci mette in corrispondenza con lui. Gesù, facendosi uomo, ha voluto essere un povero di spirito. Infatti diceva: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». L’umiltà e la mitezza sono due caratteristiche dei poveri di spirito. Quindi per crescere nella fede e nell’amicizia con Gesù dobbiamo vivere nell’umiltà che ci mette in corrispondenza con lui. Gesù promette di liberarci dal conflitto fondamentale della nostra anima, che non ci fa stare mai in pace e ci fa sentire affaticati e oppressi. Questo conflitto viene descritto da Paolo così: «Vedo il bene e l’approvo ma poi faccio il male». Gesù ci libera perché ci insegna che tutta la legge di Dio si riassume nell’amore e poi perché ci dona lo Spirito Santo. E’ lo Spirito Santo che venendo in noi e diffondendo nei nostri cuori l’amore di Dio, ci trasforma e ci dà la forza di compiere tutta la volontà di Dio.

Paolo nella seconda lettura diceva ai cristiani di Roma, «Voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi». La carne è la nostra natura umana, ferita e guastata dal peccato. A causa della nostra carne non riusciamo a compiere la legge di Dio. Ma se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo la legge di Dio cessa di essere per noi un peso, e diventa un desiderio. Per es. se per me obbedire al comandamento: «Ricordati di santificare le feste» è un peso, se mi lascio guidare dallo Spirito Santo diventerà un desiderio. Questo vale per tutti i comandamenti di Dio. Dobbiamo però collaborare con lo Spirito di Dio convertendoci, lasciandoci guidare dalla parola di Gesù, il quale diceva: «Imparate da me». Se non siamo in comunione con il pensiero di Gesù, lo Spirito Santo trova in noi resistenza alla sua opera. Per la conversione è molto importante accostarci spesso al sacramento della Penitenza, che costituisce un momento di verifica del nostro cammino dietro a Gesù. Questo sacramento è costituito da cinque momenti: l’esame di coscienza, il dispiacere dei peccati commessi, il proposito di non farli più, la confessione e poi la soddisfazione con cui ci impegniamo a riparare al male commesso. Oggi si confessa il papa, si confessano i vescovi e i sacerdoti, invece i fedeli laici non si confessano più o si confessano molto di rado. In questo modo come possiamo aspettarci che lo Spirito Santo ci liberi dall’oppressione della colpa? Il sacramento della penitenza è una grande umiliazione, e dove c’è l’umiltà Dio opera più facilmente. Poi dobbiamo anche impegnarci a evitare tutte le occasioni di peccato, perché se noi indulgiamo alla mentalità del mondo e al peccato, lo Spirito Santo ci lascia fare le nostre esperienze sbagliate e viviamo in eterno conflitto. Allora se ci mettiamo alla scuola di Gesù e collaboriamo con lo Spirito Santo di Dio convertendoci in continuazione, un po’ alla volta siamo liberati dal conflitto interiore di cui parlava Paolo e troviamo ristoro per la vostra vita. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il profeta che annunciava la venuta del re Messia, il quale avrebbe inaugurato un regno di pace sulla terra: «Farà sparire il carro da guerra da Èfraim/e il cavallo da Gerusalemme,/l’arco di guerra sarà spezzato,/annuncerà la pace alle nazioni». La pace che il Messia viene a portare prima di stabilirsi all’esterno si stabilisce all’interno dei cuori di quelli che lo accolgono. Infatti se siamo in conflitto con noi stessi e con Dio come possiamo essere costruttori di pace? Il regno di Dio che Gesù è venuto a stabilire sulla terra incomincia a diffondersi nei cuori degli uomini che credono in lui. Il regno di Dio incomincia a realizzarsi nei nostri cuori quando, come abbiamo detto, ci lasciamo guidare dall’insegnamento di Gesù e dallo Spirito Santo, quando viviamo in comunione con Dio Padre. Il Salmo dice che Dio vuole regnare su di noi per prendersi cura di noi. Così ci ha anche rivelato Gesù, il quale è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita per noi

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28 giugno 2020 – XIII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: 2Re 4,8-11.14-16- Salmo responsoriale: Sal 88 – 2lettura: Rm 6,13-4.8-11– Vangelo: Mt 10,37-42.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Parola del Signore

Omelia

Gesù ci manda per rendergli testimonianza con la parola e con la vita e detta le condizioni perché possiamo essere credibili. Ci chiede di amarlo più dei nostri cari, di portare la nostra croce imitando lui, di spendere la vita amando come lui ci ha insegnato. Ci chiede di amarlo più dei nostri cari: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Gesù non ci chiede un amore che debba escludere i genitori e i figli, ma un amore per lui prima di ogni altra persona cara. Per poter amare Gesù come ci chiede il nostro amore umano non è sufficiente. Come possiamo amarlo con un amore più grande di quello che diamo ai genitori e ai figli? La croce, poi, è costituita da tutte quelle contrarietà, sofferenze, disagi, momentanei o prolungati, che ci possono venire dagli estranei, dai nostri cari, e dai noi stessi, in quanto ammalati. Dinanzi alla croce il primo pensiero è di liberarcene. Se ce ne possiamo liberare senza mancare di carità, possiamo e dobbiamo farlo. Se possiamo liberarci da una malattia, facciamolo. Se possiamo evitare una persona molesta, facciamolo. Ma come mettere da parte una persona cara, genitore, moglie, marito, figlio, figlia, fratello, che è diventato per noi una croce con il suo comportamento? In queste situazioni Gesù ci chiede di farci carico di queste persone, come ha fatto lui, con un amore più grande. La stessa cosa ci chiede davanti ad una malattia cronica, per cui abbiamo pregato di liberarci, e non ci ha esaudito.

Gesù ci chiede infine di non vivere da egoisti, pensando a noi stessi, ma di spendere la vita a servizio degli altri come ci ha insegnato. L’egoismo è la via alla felicità che ci propone il mondo. E’ la via più facile, ma che a lunga andare rende insoddisfatti e infelici e alla fine conduce alla perdizione. Invece la via dell’amore è quella che ci indica Gesù, e ci porta alla felicità già in questa vita e poi ci conduce alla vita eterna.

Quello che ci chiede Gesù, anche se riflettendo attentamente possiamo comprenderlo, ci è impossibile da metterlo in pratica con le sole nostre forze. Possiamo comprendere che se riconosciamo che Gesù è il Signore, dobbiamo metterlo al primo posto negli affetti. Così come se vogliamo arrivare alla gloria del paradiso dobbiamo seguire Gesù sulla via della croce, amando come lui anche quando costa sacrificio. E possiamo capire, perché anche le scienze umane lo confermano, che solo spendendoci per gli altri ci sentiamo meglio e siamo sereni. All’atto pratico però ci perdiamo, perché il nostro amore è limitato e ferito. Dobbiamo considerare che quando Gesù ci chiede qualcosa è perché ci ha già donato e se ci chiede è perché vuole donarci di più. Gesù ci chiede un amore più grande nei suoi riguardi, di portare la croce con lo stesso amore come lui l’ha portata, di spendere la vita per il prossimo come ha fatto lui, perché innanzitutto ci dona il suo amore.

L’apostolo nella seconda lettura parlava della nostra unione alla morte e risurrezione di Gesù nel battesimo. Nel battesimo abbiamo ricevuto in dono lo Spirito Santo che diffonde nei nostri cuori l’amore di Dio, quell’amore che si è manifestato nella vita di Gesù. Ogni volta che ci accostiamo ai sacramenti riceviamo lo Spirito Santo che somministra ai nostri cuori l’amore di Dio, l’amore di Gesù Cristo. Se ci lasciamo trasformare da questo amore, saremo capaci di amare Gesù più dei nostri cari, di accettare e portare la croce come ha fatto lui, di vivere non pensando a noi stessi ma spendendoci per gli altri. In questo modo allora saremo credibili quando annunceremo che Gesù è il Signore, e potremo parlare del suo amore con cognizione, come fa l’uomo che parla nel salmo, perché lo abbiamo sperimentato e abbiamo imparato a riversarlo sugli altri.

Gesù parla poi della ricompensa riservata a quelli che accolgono i suoi discepoli. Non si tratta di una semplice accoglienza, ma di un’accoglienza fatta con fede, come quella che riserva la donna di Sunem al profeta Eliseo. La donna lo accoglie perché lo riconosce inviato di Dio. Gesù dice chiaramente che chiunque accoglie un suo discepolo in quanto è suo discepolo, e quindi accogliendone innanzitutto la parola, sarà ricompensato, perché «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». La prima e più grande ricompensa è la relazione con Gesù mediante il discepolo, e poi altre ricompense, come comprendiamo dall’episodio della prima lettura. Queste ricompense come i miracoli compiuti da Gesù, vogliono rassicurarci che Dio è con noi perché abbiamo accolto i suoi discepoli, accogliendo la loro parola non come parola di uomini ma come è veramente, parola di Dio.

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21 giugno 2020 – XII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 20,10-13 – Salmo responsoriale: Sal 68 – 2lettura: Rm  5,12-15– Vangelo: Mt 10,26-33.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
Parola del Signore

Omelia

Gesù ci manda ad annunciare la sua parola e a testimoniare la sua amicizia e ci avverte che nella sua parola non c’è nulla che deve restare nascosto, e che la sua parola deve raggiungere tutti gli uomini: «Nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze». L’apostolo infatti nella seconda lettura dice che per mezzo di Gesù si riversa su di noi la grazia che ci libera dal peccato e dalla morte. Quindi la parola di Gesù e la sua amicizia sono necessarie agli uomini perché credendo in lui siamo salvati. Ma come gli uomini si sono divisi davanti a Gesù quando predicava sulla terra, così gli uomini si divideranno davanti a noi che annunciamo la sua parola. Nel vangelo leggiamo che alcuni hanno creduto in Gesù, altri lo hanno rifiutato, screditato e perseguitato. E così avverrà anche per noi, a causa della parola di Gesù. Quelli che hanno rifiutato Gesù e rifiutano il nostro annuncio costituiscono il mondo incredulo e peccatore, che si lascia manovrare dal maligno. Davanti all’ostilità del mondo, che si manifesta in tante maniere, per es. con il discredito, gli attacchi giornalistici, la malafede, la derisione, l’emarginazione, e poi anche insulti e attacchi fisici, fino all’ uccisione, noi cristiani potremmo essere tentati di nascondere la parola di Gesù o di selezionarla, senza annunciarla integralmente. Ma se ci comportiamo così, fuggiamo le ostilità del mondo, ma cadiamo nella condanna di Dio. Quindi Gesù ci mette davanti alla scelta, o temiamo il mondo, ma saremo condannati da Dio, o temiamo Dio, e accettiamo le ostilità del mondo. Il consiglio di Gesù è di temere Dio e non temere gli uomini che ci ostacolano: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo». Il male più grande che gli uomini ci potrebbero infliggere con la loro ostilità è la morte del corpo, ma è più terribile la condanna della dannazione eterna che Dio ci infliggerà se avremo nascosto la parola del Figlio suo e la testimonianza della sua amicizia. Così se avremo rinnegato Gesù davanti agli uomini, per paura della loro ostilità, nel giorno del giudizio Gesù ci rinnegherà come suoi discepoli.

La prima lettura e il salmo ci ricordano che le ostilità alla parola di Gesù non vengono solo dall’esterno ma anche dall’interno della chiesa da parte di quei cristiani che vogliono servire due padroni e si adeguano alla mentalità del mondo, rinnegando di fatto Gesù Cristo. Il profeta Geremia e l’uomo che parla nel salmo sperimentano ostilità e attacchi di ogni sorta da altri credenti, che non accettano i loro rimproveri e le loro esortazioni ad una conversione sincera. Il profeta Geremia rimprovera gli israeliti, perché frequentano il tempio e rendono culto a Dio ma senza convertirsi. Infatti nella vita di ogni giorno trasgrediscono i suoi comandamenti. La stessa cosa ha fatto l’uomo che parla nel salmo perché preso da zelo per la casa del Signore. Non può infatti accettare che gli israeliti rendano a Dio un culto esteriore con le labbra ma non con il cuore, perché non scaturisce da una sincera conversione.

E’ necessario che accadano queste ostilità, perché siano svelati i pensieri di molti cuori, e si manifestino quelli che sono i veri discepoli di Gesù da quelli che lo sono soltanto di nome. Gesù nel vangelo, da una parte ci preannuncia ostilità e ci esorta a non temere gli uomini, dall’altra ci incoraggia a confidare nella provvidenza di Dio. Dio infatti si prende cura finanche delle creature più insignificanti come due passeri, a maggior ragione si prenderà cura di noi, che siamo discepoli del Figlio suo. Tutto quello che ci accade in bene e in male rientra nella volontà di Dio che vuole la nostra felicità e la nostra salvezza eterna più di quanto noi possiamo desiderarle.

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23 febbraio 2020 – VII domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Lv 19,1-2.17-18 – Salmo responsoriale: Sal 102 – 2lettura: 1Cor 3,16-23- Vangelo: Mt 5,38-48.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Parola del Signore

Omelia

Come possiamo vedere, mettendo a confronto il brano del vangelo di oggi con quello della domenica scorsa, il Signore Gesù viene a completare l’Antica Legge radicalizzando i 10 comandamenti e abolendo le norme che Mosè aveva permesso agli israeliti per la durezza del loro cuore. Le norme che Gesù abolisce sono quella del divorzio che attenta all’indissolubilità matrimoniale e quella della vendetta, che giustifica la tendenza di rendere male per male e può generare una catena di violenza. Per quanto riguarda il comando dell’amore al prossimo, che gli israeliti restringevano ai connazionali, Gesù in questo passo e poi nella parabola del Samaritano chiarisce che il prossimo è ogni uomo, quindi anche i nemici. Con questo brano si conclude il discorso della montagna, e si conclude con un’esortazione da parte di Gesù, che richiama quella della prima lettura, tratta dal libro del Levitico. Nella prima lettura Dio diceva agli israeliti: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo». Gesù abbiamo ascoltato che dice: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». Dai comandi che Dio dava agli israeliti e dai comandi che Gesù dà a noi, comprendiamo che la santità e la perfezione consistono nell’amore. Non un amore qualsiasi ma quello che ci ha insegnato Gesù in tutta la sua vita, in particolare nella sua passione e morte sulla croce. Gesù infatti non si è limitato a dire che non bisogna opporsi al violento, e non bisogna rendere male per male, ma lo ha messo in pratica, quando durante la passione non è sceso dalla croce, come gli chiedevano in tono di sfida i suoi nemici. Infatti, se fosse sceso, avrebbe dovuto vendicarsi di loro. Invece ha subito le ingiurie, le umiliazioni, le sofferenze, senza rendere male per male, ma vincendo il male con il bene. Sulla croce Gesù ha perdonato i suoi persecutori e ha pregato per loro, scusandoli dinanzi a Dio, proprio come ci ha comandato di fare. In Gesù noi possiamo conoscere il volto di Dio, che è, come diceva il salmo, «Misericordioso e pietoso è il Signore,/lento all’ira e grande nell’amore./Non ci tratta secondo i nostri peccati/e non ci ripaga secondo le nostre colpe». Il Signore Gesù dunque con i suoi comandamenti ci insegna a comportarci come lui, e quindi a somigliare a Dio Padre che si rivela in lui. Quindi la santità e la perfezione a cui siamo chiamati tutti è l’amore. Gesù infatti riassumerà i suoi comandi nell’unico comandamento dell’amore: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato». Per poter amare così, e quindi osservare i comandamenti di Gesù, abbiamo bisogno dello Spirito Santo di Dio, ma abbiamo bisogno anche di spogliarci della sapienza del mondo di cui parlava l’apostolo nella seconda lettura: «Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio». La sapienza del mondo è il modo di ragionare e di vivere di quelli che sono chiusi a Dio e vivono solo nella prospettiva di questo mondo. Secondo la sapienza terrena, quando uno mi fa un torto io devo restituirglielo. E se non è possibile farlo subito, devo sapere aspettare il momento giusto per ricambiarlo. Secondo la sapienza terrena, devo fare del bene solo a quelli che mi fanno del bene. Sarebbe stupido far del bene ai nemici. Dobbiamo spogliarci di questa sapienza che è radicata in noi e provoca una scissione nella nostra vita cristiana, perché sentiamo la parola di Gesù ma poi pensiamo che nella vita di tutti i giorni valgono le regole della sapienza mondana. Comportandoci così non progrediamo mai nel cammino della fede, né possiamo sperimentare in noi la potenza dell’amore di Gesù.

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16 febbraio 2020 – VI domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Sir 15,16-21 – Salmo responsoriale: Sal 118 – 2lettura: 1Cor 2,6-10- Vangelo: Mt 5,17-37.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Parola del Signore

Omelia

Gesù non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti, cioè non è venuto a insegnare che non servono a niente, ma è venuto a completarli. Infatti la Legge e i Profeti, cioè tutto l’Antico Testamento, rappresentano una tappa della rivelazione di Dio che Gesù viene a completare con la sua vita e il suo insegnamento.

Gesù completa i Profeti realizzando nella sua vita le profezie che lo riguardavano e completa la Legge mostrando che è molto più esigente di quanto appare a prima vista. Infatti nel vangelo di oggi mostra che i comandamenti di Dio non proibiscono solo le azioni cattive ma anche le radici del male che sono le passioni e i pensieri cattivi.

Ma il vero completamento della Legge e dei Profeti è Gesù stesso, il quale con la sua vita e soprattutto con la sua morte di croce insegna che il cuore della Legge e dei Profeti è l’amore a Dio e al prossimo. Risuscitando dai morti Gesù fa dono a quelli che credono in lui e vogliono essere suoi discepoli della grazia dello Spirito Santo. Mediante lo Spirito Santo che ci trasforma ci diventa possibile imparare ad amare come Gesù. Lo Spirito Santo infatti genera una corrispondenza tra Dio e noi, e nasce in noi la confidenza di rivolgerci a Dio chiamandolo come faceva Gesù: Padre. Mediante lo Spirito Santo, Dio compie in noi tutto quello che gli chiedeva l’orante del Salmo: «Aprimi gli occhi perché io consideri/le meraviglie della tua legge./Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti/… Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge/e la osservi con tutto il cuore». Lo Spirito Santo ci insegna a fidarci di Dio, e a capire che l’osservanza dei comandamenti di Dio giova più a noi che a lui: «Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno». Soprattutto mediante lo Spirito Santo riusciamo a compiere quella giustizia superiore di cui parla Gesù: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». La giustizia degli scribi e dei farisei è quella degli uomini che pensano di essere giusti perché osservano alcuni comandamenti, e sono convinti di poter essere giusti con le proprie forze, facendo a meno della grazia di Dio. Purtroppo molti che si dicono cristiani, ingannati dal demonio, perseguono questo tipo di giustizia, che gratifica la superbia umana. La giustizia che insegna Gesù è opera dello Spirito Santo che diffonde nei nostri cuori l’amore di Dio.

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9 febbraio 2020 – V domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 58,7-10 – Salmo responsoriale: Sal 111 – 2lettura: 1Cor 2,1-5- Vangelo: Mt 5,13-16.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore

Omelia

Gesù ha detto che noi siamo il sale della terra e la luce del mondo. Gli antichi attribuivano al sale tante buone qualità. Quindi dire che un uomo aveva sale significava dire che era un uomo con tante qualità buone. La luce poi sappiamo bene quanto sia necessaria e importante per la vita. Senza la luce non potremmo vivere e non ci sarebbe nessun’altra vita sulla terra. Per capire queste affermazioni di Gesù, dobbiamo considerare che poco prima ha elencato le sette beatitudini. Domenica scorsa se non fosse coincisa con la festa della Presentazione, avremmo ascoltato il vangelo delle beatitudini, dove Gesù presenta il ritratto dei poveri in spirito o poveri della terra di cui si parla spesso nell’AT, in particolare nei Profeti e nei Salmi. Sono quelle persone che cercano Dio e piacciono a Dio a motivo della loro umiltà. Gesù stesso si riconosce uno di loro quando dice: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore». Dunque descrivendo i poveri della terra Gesù descrive se stesso e i caratteri dei suoi discepoli. Come suoi discepoli dobbiamo seguire Gesù e lasciarci guidare dalla sua parola, per poter somigliare a lui. Tra i tanti caratteri di Gesù la liturgia della Parola di oggi mette in risalto la misericordia. Dio, e quindi Gesù che lo rivela, è misericordioso, perché si prende cura di chi è nel bisogno e in difficoltà e perdona i peccatori. La prima lettura e il salmo elencano infatti una serie di opere di misericordia corporale e spirituale. Se ci impegniamo nelle opere di misericordia come Gesù, allora saremo sale della terra e luce del mondo. Gesù è il sale della terra e la luce del mondo, noi lo siamo nella misura in cui seguiamo lui e viviamo in comunione gli uni con gli altri nella chiesa. Un Padre della Chiesa Didimo il cieco fa notare che Gesù non ha detto: ciascuno di voi è il sale della terra e la luce del mondo, ma: Voi siete il sale della terra e la luce del mondo, per inculcare la necessità di stare insieme nella chiesa.

Gesù ci mette in guardia da due pericoli, quello di perdere la nostra identità cristiana, e quello di nascondere la nostra testimonianza cristiana o compierla con timidezza. Il sale che perde il sapore indica la perdita dell’identità cristiana. Questo succede quando non facciamo più riferimento solo a Gesù, ma vogliamo servire due padroni. Siccome Gesù Cristo si propone con delicatezza, invece il mondo si impone con arroganza, finiamo per abbandonare lui e fare come fanno tutti. La luce che viene nascosta sotto il moggio è la testimonianza da rendere a Gesù che viene nascosta. Come cristiani abbiamo il dovere di rendere testimonianza a Gesù con la vita e con la bocca. Succede però che, se non siamo pienamente convinti, allora abbiamo una certa timidezza a manifestare la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità.

In entrambi in casi, la perdita dell’identità e la timidezza nella testimonianza derivano dal fatto che il nostro rapporto con Gesù si è raffreddato. Dobbiamo dunque avvicinarci a lui, convertirci, esaminarci per estirpare il male dalla nostra vita. Stando con Gesù riprendiamo ad essere sale e luce. Stando con Gesù la nostra vita, in tutte le sue opere, riflette la sua luce, e quelli che ci vedono proveranno simpatia ed empatia verso di noi o comunque saranno spinti a porsi delle domande. Tutti saranno spinti a ricercare la sorgente da cui riceviamo la luce, e una volta trovatala ringrazieranno Dio per averli illuminati attraverso di noi.

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2 febbraio 2020 – Presentazione di Gesù al tempio

Liturgia della Parola: 1lettura: Ml 3,1-4 – Salmo responsoriale: Sal 23 – 2lettura: Eb 2,14-18- Vangelo: Lc 2,22-40.

Dal Vangelo secondo Luca



Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servovada in pace, secondo la tua parola,perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,preparata da te davanti a tutti i popoli:luce per rivelarti alle gentie gloria del tuo popolo, Israele».Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.



Parola del Signore.


Omelia

Gesù è venuto a farci conoscere il volto di Dio e quindi ci insegna anche come dobbiamo rapportarci con lui. Quindi, usando un linguaggio tecnico, Gesù viene a purificare il culto a Dio, come preannunciava il profeta Malachia nella prima lettura. Gli uomini dell’antichità pensavano che bisognasse offrire a Dio sacrifici di animali e prodotti della terra. Dio per bocca dei profeti aveva fatto capire al popolo d’Israele che lui gradisce l’obbedienza più dei sacrifici. Gesù infatti con la sua vita ci insegna che il vero culto a Dio è fare della propria vita un’offerta di obbedienza. La presentazione al tempio di Gesù costituisce la prima tappa di questa offerta della sua vita a Dio che culminerà sulla croce. In quest’occasione sono i genitori, Maria e Giuseppe, che lo offrono a Dio, una volta divenuto capace di scegliere, sarà lui stesso ad offrirsi al Padre.

Nell’episodio del ritrovamento nel tempio, quando risponde ai genitori: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?», Gesù dimostra di aver chiaro nella mente che bisogna mettere al primo posto Dio e la sua volontà. La vita di Gesù vissuta in obbedienza a Dio fino alla morte di croce è il culto che Dio gradisce. Dunque se vogliamo piacere a Dio dobbiamo partecipare alla santa messa, dove viene ripresentata l’offerta di Gesù a Dio Padre. E a furia di partecipare alla messa anche noi siamo resi capaci di fare della nostra vita un’offerta di obbedienza a Dio. Infatti con la sua offerta fino alla morte di croce, come ricordava la seconda lettura, Gesù ha eliminato l’altro elemento che rendeva imperfetto il culto a Dio, ovvero il peccato. Nel vangelo, ascoltiamo che i genitori di Gesù quando lo portano al tempio scoprono con stupore che il loro bambino è atteso da altre persone, che essi non conoscevano. E’ atteso dal vecchio Simeone, che, prendendolo tra le braccia, lo riconosce luce di Dio per rivelarsi alle genti e gloria del suo popolo Israele. E’ atteso dalla vedova Anna, che, vedendolo, parla del bambino a quanti come lei aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Gesù è atteso anche da tutti gli uomini che sono nelle tenebre dell’ignoranza, perché cercano Dio ma senza averlo mai conosciuto. E’ atteso anche dagli altri uomini che, sebbene affermino di non credere in Dio, poiché cercano come tutti gli altri uomini la felicità, non si rendono conto che stanno cercando Dio e quindi Gesù che viene a rivelarlo. Gesù è atteso perché è il dono più grande di Dio a tutti gli uomini. Ma la festa di oggi vuole farci capire che ogni bambino è un dono di Dio all’umanità. Quindi non appartiene solo ai genitori o solo alla mamma che può decidere di farlo nascere o meno, ma appartiene a tutta l’umanità. Come Dio ha fatto un progetto di salvezza su Gesù, così in misura minore ha fatto anche su ognuno di noi un progetto di salvezza. Quindi nessun bambino è superfluo o addirittura inutile, perché nascerebbe malato e handicappato. Dobbiamo ringraziare i nostri genitori che ci hanno accolto e perciò siamo qui. Da Simeone e Anna impariamo dunque ad accogliere Gesù e ad accogliere ogni persona, perché ogni uomo ci rivela e ci ricorda qualcosa di Dio.

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26 gennaio 2020 – III domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 8,23-9,3 – Salmo responsoriale: Sal 26 – 2lettura: 1Cor 1,10-13.17 – Vangelo: Mt 4,12-23.

Dal Vangelo secondo Matteo



Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,sulla via del mare, oltre il Giordano,Galilea delle genti!Il popolo che abitava nelle tenebrevide una grande luce,per quelli che abitavano in regione e ombra di morteuna luce è sorta».Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.



Parola del Signore.

Omelia

Nella sua predicazione Gesù parla del regno di Dio: «Il regno dei cieli è vicino». Il regno dei cieli che Gesù annuncia vicino non è una cosa diversa da lui ma è lui stesso. Il regno dei cieli non è altro che la relazione nuova e intima che Dio vuole stabilire con gli uomini. Quindi è il Figlio di Dio Gesù Cristo che si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Ce lo fa capire Gesù stesso quando subito dopo aver detto che il regno dei cieli è vicino incomincia a chiamare gli uomini a seguirlo.

Quello che ci colpisce nei primi chiamati è la prontezza con cui corrispondono a Gesù: «Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono…Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono». Non era la prima volta che i primi chiamati, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, vedevano e sentivano Gesù. Altrimenti sarebbero stati sconsiderati e imprudenti a seguire uno sconosciuto. Dal quarto vangelo sappiamo che Andrea, insieme ad un altro di cui non viene detto il nome, era stato già discepolo di Giovanni il Battista. Quando il Battista presentò Gesù come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, questi due discepoli erano andati dietro a Gesù. In seguito Andrea aveva condotto da Gesù suo fratello Simone. Quindi i primi chiamati conoscevano Gesù, lo avevano sentito predicare, avevano assistito ai suoi miracoli e alle sue guarigioni. Quel giorno Gesù li chiamò, sollecitandoli a prendere una decisione netta per lui: «Venite dietro a me».

Sicuramente anche noi abbiamo fatto la stessa esperienza dei primi chiamati. In un primo momento abbiamo conosciuto Gesù attraverso i testimoni che ci hanno parlato di lui. Domenica scorsa abbiamo parlato dell’importanza dei testimoni per conoscere Gesù. Poi è arrivato il momento in cui ci siamo sentiti interpellati personalmente da Gesù, che ci chiedeva di seguirlo con la nostra vita. Se non abbiamo fatto questa esperienza, se non ci siamo sentiti chiamati personalmente da Gesù, dobbiamo chiedergli di farcela fare, di sentire in noi il bisogno di seguirlo. La chiamata di Gesù avviene con il desiderio forte che nasce in noi di volerlo seguire, impegnandoci nella vita cristiana. Il Salmista esprime la sua chiamata da parte di Dio dicendo: «Una cosa ho chiesto al Signore,/questa sola io cerco:/abitare nella casa del Signore/tutti i giorni della mia vita». Sembra che sia lui a desiderare di stare con il Signore, ma in realtà è il Signore che lo sta chiamando a stare con lui. La chiamata da parte di Gesù si esprime con il desiderio di essere suoi discepoli, di essere cristiani. Il Signore vuole far nascere in ognuno di noi questo desiderio, ma innanzitutto dobbiamo conoscerlo, dobbiamo seguire i suoi testimoni, quelli che già lo seguono prima di noi, dobbiamo cioè vivere nella comunità cristiana.

D’altra parte la comunità cristiana è capace di aiutare vicini e lontani a seguire Gesù nella misura in cui i suoi membri sono uniti a Gesù e quindi tra di loro. Nella seconda lettura abbiamo ascoltato delle divisioni che erano sorte nella comunità cristiana di Corinto. Si erano formati dei gruppi di simpatizzanti dei vari apostoli. Paolo dunque li esorta a pensare che il salvatore è uno solo Gesù Cristo. E’ lui che è morto per noi sulla croce e nel suo nome siamo stati battezzati. Le divisioni sorgono o quando ci attacchiamo agli uomini di chiesa più del dovuto, o quando gli uomini di chiesa utilizzando il loro carisma per formare intorno a sé gruppi di fans. Dobbiamo essere sempre grati ai testimoni, a quelli che ci hanno aiutano a conoscere Gesù, ma non possiamo fermarci a loro.

C’è bisogno di una conversione continua perché puntiamo la nostra vita solo su Gesù e su nessun altro. Questa conversione è necessaria nelle parrocchie, nelle diocesi, nella chiesa universale, tra i cristiani delle differenti confessioni. Più ci avviciniamo a Gesù più cresce l’unità tra di noi, più riceviamo forza di attrarre i lontani e aiutare i vicini a seguire Gesù. Diventiamo, secondo la sua promessa, pescatori di uomini.

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19 gennaio 2020 –II domenica del tempo ordinario A

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 49,3.5-6 – Salmo responsoriale: Sal 39 – 2lettura: 1Cor 1,1-3 – Vangelo: Gv 1,29-34.

Dal Vangelo secondo Giovanni



In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».



Parola del Signore

Omelia

L’argomento della parola di Dio di oggi è la testimonianza a Gesù. Sono tre quelli che rendono oggi testimonianza a Gesù. Il primo è lo stesso Dio Padre che parla per bocca del profeta Isaia, e dice rivolgendosi a Gesù: « Io ti renderò luce delle nazioni,/perché porti la mia salvezza/fino all’estremità della terra». Il secondo è l’apostolo Paolo, il quale scrivendo ai cristiani di Corinto, si presenta dicendo: «Paolo, chiamato ad essere apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio». A Corinto è nata una comunità cristiana grazie alla testimonianza di Paolo, che ha annunciato in quella città il vangelo facendo conoscere Gesù Cristo. Paolo continua a rendere testimonianza a Gesù, prendendosi cura dei cristiani di Corinto per farli maturare nella fede. Infine rende testimonianza a Gesù Giovanni il Battista indicandolo come: «L’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Con queste parole Giovanni si collega ai canti di Isaia che parlano del servo sofferente del Signore. La prima lettura di oggi riporta uno di questi canti. Quindi Giovanni fa eco alla testimonianza che Dio rende a Gesù per bocca di Isaia. Giovanni concludeva: «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Ora dobbiamo riflettere che se noi siamo qui in chiesa intorno alla mensa del Signore, è perché altri ci hanno reso testimonianza su Gesù e ce lo hanno fatto conoscere e noi abbiamo creduto in lui. Pensiamo per un momento a quante persone ci hanno reso testimonianza su Gesù: genitori, nonni, zii, catechiste, amici, sacerdoti, la comunità cristiana. Anche loro hanno conosciuto Gesù e hanno creduto in lui perché altri gli hanno reso testimonianza. E così andando a ritroso nel tempo risaliamo alla testimonianza degli apostoli e di Giovanni il Battista che come una fiaccola è passata di persona in persona fino ad arrivare a noi. Oggi dunque la parola di Dio invita anche noi a rendere testimonianza a Gesù agli uomini del nostro tempo.

Come dobbiamo rendere testimonianza a Gesù? I testimonia che incontriamo oggi hanno dato testimonianza a Gesù con la loro vita obbediente a Dio e poi anche con l’annuncio, facendolo conoscere. Dobbiamo dare anche noi testimonianza a Gesù, vivendo come lui è vissuto, imitandolo. La vita di Gesù viene riassunta bene nelle parole che ascoltiamo oggi nel salmo: «Nel rotolo del libro su di me è scritto/di fare la tua volontà:/mio Dio, questo io desidero;/la tua legge è nel mio intimo».

Poi dobbiamo rendere testimonianza a Gesù, parlando di lui, di quello che ha fatto per noi, del modo di vivere che ci ha insegnato. Le occasioni per parlarne vengono da sole. Poi, se vogliamo e siamo bravi, possiamo anche crearle da noi stessi.

A chi dobbiamo rendere testimonianza di Gesù?

Ai vicini e ai lontani. I vicini sono gli altri cristiani che come noi che incontriamo alla messa domenicale. Per esempio oggi voi con la vostra presenza qui a messa mi state dando testimonianza di Gesù. Perché siete qui e non al bar? Perché invece di venire qui non siete andati a fare shopping? La vostra presenza a messa è testimonianza della vostra fede in Gesù, della vostra speranza nelle sue promesse, del suo amore nei suoi riguardi. La vostra testimonianza rafforza il mio legame con Gesù. La nostra vita cristiana viene nutrita dalla parola, dai sacramenti e dalla testimonianza dei fratelli. Quindi abbiamo verso i fratelli il debito di una buona testimonianza cristiana. I lontani sono i seguaci di altre religioni, o anche quei cristiani che si sono allontanati dalla comunità perché non hanno mai conosciuto veramente Gesù Cristo. Se l’avessero conosciuto la sua amicizia sarebbe stata così forte da farli rimanere qui nell’assemblea domenicale.