Meditazioni Quaresima 2021

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21 marzo 2021- V domenica di quaresima B

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 31,31-34 – Salmo responsoriale: Sal 51 – 2lettura: Eb 5,7-9 – Vangelo: Gv 12,20-33.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Parola del Signore

Omelia
È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. Gesù fa questa esclamazionequando Andrea e Filippo gli dicono che alcuni greci vogliono vederlo: È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. Tutta la vita di Gesù sulla terra è rivolta alla sua ora. Quando a Cana di Galilea la Madre gli dice: Non hanno più vino, Gesù, capendo che le sta chiedendo un miracolo, risponde: Che ho da fare con te, o donna, non è ancora giunta la mia ora. Durante la missione pubblica, i giudei più volte cercano di mettere le mani addosso a Gesù, ma non ci riescono, perché, annota l’evangelista, non era ancora giunta la sua ora (Gv 7,30; Gv 8,20).

L’ora di Gesù è dunque giunta. E’ l’ora della sua morte di croce, quando manifesterà agli uomini l’amore di Dio e la sua potenza, quando sconfiggerà il demonio, quando espierà i nostri peccati e inaugurerà la nuova alleanza di cui parlava il profeta nella prima lettura. Al pensiero della morte di croce, Gesù, che ha una natura umana simile alla morte, resta turbato ed è tentato di chiedere al Padre di risparmiargli questa esperienza dolorosa e tragica. Ma Gesù sa bene che lo scopo della sua vita è la morte di croce, in cui potrà compiere perfettamente l’opera che il Padre gli ha affidato. Gesù assomiglia la sua esistenza terrena a quella del chicco di grano che se non muore resta solo, se invece muore produce molto frutto. Il chicco di grano è fecondo solo quando muore. La morte di cui parla Gesù, prima di essere la morte di croce, è la morte alla propria volontà per fare la volontà di Dio, il quale gli chiede di condividere in tutto la nostra condizione umana, eccetto il peccato. E siccome la condizione umana prevede anche la sofferenza e la morte, Gesù per compiere la volontà del Padre ha dovuto accettare queste esperienze negative. Per questo si abbandona alla volontà di Dio: Padre glorifica il tuo nome. Queste parole si possono tradurre in linguaggio corrente: Sia fatta la tua volontà. L’obbedienza di Gesù alla volontà del Padre è stata feconda come il chicco di grano che muore. Gesù è morto alla sua volontà umana, a cui ripugnava la morte di croce, per andare incontro alla morte di croce, come gli chiedeva il Padre. Da questa obbedienza, come dice la seconda lettura, scaturisce la salvezza eterna di tutti coloro che gli obbediscono: Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Come il chicco di grano che muore e rinasce moltiplicato, Gesù morto e risorto, di generazione in generazione, attira a sé nella chiesa tutti quelli che il Padre gli ha dati. Se noi siamo qui oggi a celebrare la messa è perché Gesù Cristo è morto e risorto. Mediante la fede in lui e il battesimo abbiamo ricevuto le primizie della salvezza, siamo liberati dai peccati e riceviamo in dono lo Spirito Santo che scrive la legge di Dio nei nostri cuori. Siamo in cammino verso la salvezza piena e definitiva. Per raggiungerla Gesù ci invita a seguirlo nella via dell’obbedienza a Dio Padre, a imitare come lui il chicco di grano che solo se muore è fecondo. Come Gesù dobbiamo morire ogni giorno alla nostra volontà, che è l’egoismo, per fare la volontà di Dio, che è l’amore autentico. A questo si riferisce Gesù quando dice: Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Chi ama la propria vita, trascurando la volontà di Dio, perderà la vita eterna, che è la vera vita, chi trascura la propria vita per la volontà di Dio, otterrà la vita eterna.

Questo cammino di morte e di svuotamento della nostra volontà non possiamo compierlo solo con le nostre forze, ma solo con i doni che Gesù ci ha fatto. Innanzitutto la parola di Dio che ci fa conoscere la sua volontà, poi il dono dello Spirito Santo che crea in noi un cuore puro, come chiedeva  il Salmista, infine la preghiera. Affinché non ci sbagliassimo a pregare, Gesù ci ha insegnato il Padre nostro, dove con le prime tre domande chiediamo a Dio che si realizzi in noi la sua volontà. Le tre domande: Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, hanno lo stesso significato: Sia fatta la tua volontà. Nel Padre nostro chiediamo genericamente che si realizzi in noi la volontà di Dio. Leggendo nel dettaglio la Scrittura conosciamo più specificamente la volontà di Dio, che deve diventare desiderio del nostro cuore mediante la preghiera. La parola di Dio per portare frutto deve diventare preghiera. Con la preghiera desideriamo la volontà di Dio, e ci disponiamo all’azione dello Spirito Santo che ci dà la forza di compierla giorno per giorno. Le fonti dove attingiamo lo Spirito Santo sono i sacramenti, in particolare quello della penitenza e dell’eucaristia. Dobbiamo ricorrere spesso al sacramento della penitenza, verificando lo stato della nostra anima, e chiedendo consigli al confessore.

Imitando Gesù nell’obbedienza alla volontà di Dio, amando come lui ci ha insegnato, siamo in cammino per raggiungerlo nella casa del Padre: Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.

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14 marzo 2021 – Quarta domenica di Quaresima B

Liturgia della Parola: 1lettura: 2 Cr 36,14-16.19-23 – Salmo responsoriale: Sal 136 – 2lettura: Ef  2,4-10 – Vangelo: Gv 3,14-21.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio»
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Parola del Signore

Omelia
La quarta domenica di quaresima viene chiamata domenica della gioia. Se dobbiamo gioire ci deve essere un motivo. Qual è dunque il motivo per cui dobbiamo rallegrarci? Lo abbiamo ascoltato da Gesù nel vangelo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna

Dobbiamo essere contenti perché Dio ci ama. L’amore di Dio si manifesta e agisce a nostro vantaggio in Gesù Cristo suo Figlio, il quale è morto per noi sulla croce. Se Gesù Cristo non fosse morto sulla croce, non avremmo potuto farci un’idea chiara dell’amore di Dio né saremmo stati salvati dalla morte del peccato. Per questo Gesù dice: Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo. Con queste parole si riferisce appunto alla morte di croce, e poi anche alla risurrezione e all’ascensione alla destra di Dio. Con la morte di croce espia i nostri peccati, con la risurrezione e ascensione ci fa dono dello Spirito Santo.

Per usufruire dell’amore di Dio che si manifesta e opera in Gesù, dobbiamo credere in Gesù Figlio di Dio, morto e risorto per noi: Chi crede in lui non è condannato. Per fede si intende l’accoglienza di Gesù Cristo, delle sue parole, dei suoi sacramenti, della sua chiesa. La fede infatti si fonda e si nutre della parola di Gesù.

L’apostolo nella seconda lettura alludeva al sacramento del battesimo, in cui siamo entrati per la prima volta in contatto con Gesù, morto e risorto, e siamo passati dalla morte del peccato alla vita nuova dei figli di Dio. La salvezza è un dono gratuito di Dio, che non dipende dalle nostre opere precedenti, perché nessuno possa vantarsene.  

Dobbiamo dunque rallegrarci ed esultare, perché da parte di Dio possiamo aspettarci solo amore e salvezza. Se ci sarà una condanna, non dipende da Dio ma da noi, che abbiamo rifiutato di credere nel Figlio suo Gesù Cristo: Ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Chi non crede in Gesù, rifiuta l’unica salvezza possibile, perché in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati (At 4,12). Chi rifiuta di credere in Gesù, l’unico salvatore del mondo, rimane privo di salvezza e condanna sé stesso. Il rifiuto di Gesù Cristo può manifestarsi in modo esplicito da parte di chi non vuole credere in lui, e in modo implicito da parte di chi dice di credere ma con le opere mostra di fatto di non credere in Gesù. Gesù ha detto: Non chi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.

Al momento presente, se uno rifiutasse Gesù Cristo, la condanna non sarebbe ancora definitiva, perché c’è sempre la possibilità di cambiare idea. La condanna diventa definitiva con la morte, quando non è più possibile la conversione.

Dio Padre che ci vuole bene più di quanto noi ne possiamo volere a noi stessi, se vede che rifiutiamo il suo amore, non lascia di cercarci, ora incalzandoci nella coscienza, ora mandandoci persone di buona volontà che ci ricordano la sua parola come leggiamo nella prima lettura: Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Se anche dopo questi ammonimenti continuiamo a rifiutare il suo amore, allora prende le distanze da noi, lasciando che facciamo le nostre esperienze negative: Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. L’ira di Dio indica il suo castigo che non è altro che la sua presa di distanza dai nostri comportamenti sbagliati. Il Signore continua ad amarci anche quando ci ostiniamo al male, ma non può approvare i nostri peccati. E per questo prende le distanze da noi, per non farsi complice del nostro male. Privati del suo aiuto, il male delle nostre azioni ritorna su di noi, e le potenze degli inferi hanno campo libero sulla nostra vita. Nella prima lettura si parla di tutte le sciagure che si abbattono sugli israeliti a motivo della loro ostinazione al male. Il Signore permette che sperimentiamo il male delle nostre azioni cattive per ricavarne un bene più grande, la nostra conversione. Infatti se ci ostinassimo al male sino alla morte, andremmo poi incontro alla condanna eterna. Il figlio della parabola, quando è che rientrò in sé stesso e si ricordò del benessere della casa paterna da cui si era allontanato? Quando si trovò nel bisogno e fu costretto a fare il garzone di uno degli abitanti del luogo che lo mandò a pascolare i porci. In quella situazione, umiliato e desolato, affamato perché non gli bastava la razione del cibo, rientrò in sé stesso e si ricordò di come stava bene nella casa del padre.

Gli israeliti esuli a Babilonia ridotti in schiavitù si ricordano della loro patria e incominciano a pensare al ritorno. Non vogliono cantare canti di gioia finché staranno in esilio, non vogliono abituarsi alla condizione di esuli: Come cantare i canti del Signore/in terra straniera?/Se mi dimentico di te, Gerusalemme,/si dimentichi di me la mia destra.  Chi ragiona così, medita il ritorno.

Se ci troviamo lontano da Dio a causa dei nostri peccati, se stiamo sperimentando le conseguenze negative dei nostri peccati, e siamo in uno stato di umiliazione e di prostrazione, ricordiamoci del Signore e ritorniamo a lui. Egli ci aspetta per donarci il suo perdono nel sacramento della Penitenza, per far festa con noi, e farci sperimentare la sua gioia.

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7 marzo 2021 – Terza domenica di Quaresima B

Liturgia della Parola: 1lettura: Es 20,1-17 – Salmo responsoriale: Sal 19 – 2lettura: 1Cor 1,22-25 – Vangelo: Gv 2,13-25.

Dal vangelo secondo Giovanni

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». 

Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. 

Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
Parola del Signore

Omelia
Gesù compie nel tempio un gesto simbolico alla maniera degli antichi profeti. Nell’Antico Testamento troviamo diversi gesti simbolici compiuti dai profeti Achia (1Re 11,29-31), Sedecia (1Re 22,11), Geremia (Ger 13,1-11; 19,1-13) ed Ezechiele (Ez 4; 12,1-11). E’ il Signore stesso che a volte suggerisce ai profeti i gesti che devono compiere. Con il suo gesto Gesù vuole significare che è venuto a purificare il culto e il tempio, come aveva predetto il profeta Malachia (Ml 3,1-4). Con la sua morte e risurrezione Gesù inaugurerà un nuovo tempio e un nuovo culto a Dio.

A prima vista può sembrare che Gesù con il suo gesto voglia soltanto riprovare il mercato che si faceva nel tempio. Quindi allontanati i mercanti e i cambiamonete, tutto è a posto e il resto prosegue come prima? Ma senza i venditori degli animali come faceva la gente a rendere culto a Dio? Nel culto infatti venivano offerti a Dio sacrifici di animali. E’ dunque evidente che Gesù scacciando tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi non si limita a condannare i mercanti ma vuole significare che sta per cessare nel culto l’offerta dei sacrifici di animali.

Gli uomini dell’antichità pensavano che a Dio bisognasse offrire sacrifici di animali e prodotti della terra. I Padri della chiesa spiegano che Dio per condiscendenza ha accettato e comandato nell’antica legge che gli israeliti gli offrissero sacrifici di animali, perché questo era radicato nella loro cultura. Ma per bocca dei profeti ha insegnato agli israeliti quello che lui gradiva ancor più dei sacrifici, cioè l’obbedienza alla sua volontà. Il profeta Samuele lo fa notare a Saul che aveva disobbedito al comando di Dio e invece si era preoccupato di offrirgli sacrifici di animali: Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici/ quanto l’obbedienza alla voce del Signore?(1Sam 15,22). Lo fanno notare Isaia e Geremia e anche tutti gli altri profeti agli israeliti che praticavano il tempio e offrivano a Dio sacrifici di animali ma poi si gettavano dietro le spalle la sua parola. D’altra parte c’era la legge di Dio ma non c’era ancora la purificazione dei peccati. Succedeva quello che dice l’apostolo nella lettera ai Romani: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo (Rm 7,18). E si domandava: chi mi libererà da questo corpo di morte? (Rm 7,25).

Gesù dunque con il suo gesto di scacciare dal tempio i venditori insieme agli animali annuncia che è giunto il tempo della purificazione del tempio e del culto a Dio. Di fatto Gesù compirà questo con la morte e la risurrezione. Con la morte di croce Gesù offre a Dio un sacrificio perfetto, perché offre la sua vita vissuta nella totale obbedienza alla sua volontà, e opera nello stesso tempo la purificazione dei nostri peccati. Il sacrificio di Gesù è l’unico sacrifico perfetto a Dio gradito la cui potenza opera in tutti i sacramenti e in particolare nella santa eucaristia.

La morte di croce di Gesù, se viene compresa, è sapienza e potenza di Dio. E’ sapienza di Dio perché mostra come Dio ha trasformato una condanna e un fallimento in vittoria e da un male provocato dagli uomini è riuscito a ricavare la salvezza degli uomini. E’ potenza perché con la morte del Figlio Dio vince il demonio, il peccato e la morte. Per poter comprendere questo abbiamo bisogno della fede che non è contro la ragione ma la illumina e le permette di cogliere quello che da sola non riuscirebbe mai a capire.

Gesù non rinnova solo il culto ma rinnova anche il tempio in cui si rende il culto a Dio. Gesù con la sua umanità è il vero tempio di Dio. Per questo parla della sua morte e risurrezione come una distruzione e ricostruzione del tempio di Dio: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.  Nella sua umanità visibile è presente Dio, visto che Gesù è il Figlio di Dio e una cosa sola con il Padre. Con la risurrezione Gesù rende tempio di Dio insieme a sé stesso tutti i credenti. Mediante la fede e il battesimo gli uomini diventano una cosa sola con Gesù, quindi tempio di Dio, cioè chiesa. Il vero tempio di Dio è dunque la chiesa, la comunità dei credenti sparsa su tutta la terra e che si rende visibile nelle assemblee che si radunano la domenica per la celebrazione della messa.

Noi siamo già tempio di Dio per la fede e il battesimo. Dobbiamo progredire sempre più nella fede e custodire la grazia battesimale, ovvero la presenza dello Spirito Santo in noi. La fede per essere autentica deve fondarsi sulla parola della Scrittura e sulla parola di Gesù. Questa è la fede dei discepoli. Ci può essere anche un’altra fede, ancora iniziale e superficiale, come quella di chi crede per i segni compiuti da Gesù. E’ una fede emotiva, che potrebbe rivelarsi anche fasulla. Infatti Gesù non si confidava con quelli che credono così. La fede autentica è quella che trova le motivazioni di fondo nella parola di Dio.

Per quanto riguarda la grazia battesimale, possiamo anche perderla a causa del peccato mortale, cioè la disobbedienza consapevole a uno dei dieci comandamenti. Il peccato mortale si chiama così perché priva della grazia dello Spirito Santo che è vita della anima. Per ricuperare la grazia battesimale bisogna accostarsi al sacramento della Penitenza con cuore pentito e confessando con sincerità i peccati.

Il sacrificio di Cristo si rende presente in modo unico e mirabile nella Santa Eucaristia.

Partecipando all’eucaristia, offriamo a Dio il sacrificio di Gesù, nutrendoci dell’eucaristia, la potenza del sacrificio di Gesù entra potentemente nella nostra vita e ci rende capaci di fare della nostra vita un sacrificio a Dio gradito obbedendo come Gesù alla sua parola. L’eucaristia infatti ci comunica l’amore di Dio che trasforma la nostra vita e ci fa sentire le esigenze della parola di Dio, quelle presenti nei dieci comandamenti e tutte le altre sparse nelle Scritture, non come un peso ma come un bisogno da attuare per la nostra vita.

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28 febbraio 2021 – Seconda domenica di Quaresima B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 22,1-2.9.10-13.15-18 – Salmo responsoriale: Sal 116 – 2lettura: Rm 8,31-34 – Vangelo: Mc 9,2-10.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
Parola del Signore

Omelia
Fu trasfigurato davanti a loro…Che cosa è avvenuto nella trasfigurazione di Gesù? Sul volto umano di Gesù, nella sua figura umana simile in tutto alla nostra si manifesta la gloria di Figlio di Dio. Gesù è il Figlio di Dio che ha assunto una natura umana come la nostra. Assumendo la natura umana la sua gloria divina si è nascosta, perché Gesù appare un uomo come gli altri. Certo qualcosa della gloria divina si intravvede nelle parole e nei gesti di Gesù. La gente, come diceva l’evangelista alcune domeniche fa, era stupita del suo insegnamento perché insegnava come uno che ha autorità (Mc 1,22). Dal modo di insegnare di Gesù traspariva un senso di autorità. E poi ci sono i miracoli a confermare quest’autorità di Gesù, in quanto dice una cosa e la realizza. Ma per il resto Gesù appariva un uomo come gli altri. Nella trasfigurazione Gesù manifesta nella sua figura umana la gloria di Figlio di Dio. E’ qualcosa di indescrivibile con le parole, come fa capire l’evangelista: Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.

Con la trasfigurazione Gesù vuole preparare i discepoli alla sua passione e morte di croce. Alcuni giorni prima Gesù aveva parlato per la prima volta ai discepoli della sua passione, morte e risurrezione. Ma i discepoli non comprendevano le parole di Gesù, soprattutto non comprendevano il discorso sulla sofferenza. Per essi era inconcepibile che il Cristo dovesse soffrire e morire sulla croce. Con la trasfigurazione Gesù vuole prepararli alla sua passione e morte, affinché vedendolo con il volto sfigurato, disprezzato e reietto dagli uomini,/uomo dei dolori che ben conosce il patire,/come uno davanti al quale ci si copre la faccia (Is 53,3),  e ricordandosi della trasfigurazione, non andassero in crisi ma aspettassero con fede la risurrezione che aveva predetto. La trasfigurazione è dunque una teofania, una manifestazione della divinità di Gesù nella sua figura umana. La gloria divina di Figlio di Dio sarebbe diventata possesso permanente della sua natura umana a partire dalla risurrezione. Quindi la trasfigurazione è anche anticipazione della gloria della risurrezione.

Il culmine di questa teofania si ha con la voce del Padre rivolta ai discepoli. Il Padre riconosce Gesù quale Figlio amato e comanda: Ascoltatelo! In Gesù infatti Dio ha detto tutto quello che doveva dire di sé stesso e riguardo a noi uomini. Gesù con le sue parole e con i suoi gesti rivela la vera indole di Dio e la sua potenza che è l’amore. Per questo Gesù va incontro volontariamente alla croce, che gli uomini gli hanno preparato, perché sarà l’occasione per manifestare al meglio l’amore di Dio e la sua potenza. Dio ci ha amato fino ad accettare che il Figlio morisse sulla croce per noi. L’amore di Dio manifestandosi al massimo grado sulla croce vince il demonio, il peccato e la morte. Gesù infatti risorge dai morti per non morire mai più.

Gesù nei giorni precedenti alla trasfigurazione aveva parlato non solo della sua croce ma anche della croce a cui siamo chiamati tutti noi suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua…(Mc 8,34). Siamo chiamati a seguire Gesù sulla via della croce, cioè dell’amore perfetto a Dio e al prossimo. Perfetto perché costa sacrifici e sofferenze. Solo così possiamo arrivare alla gloria del paradiso con Gesù. I modi con cui si manifesta la croce sono tantissimi. Tutto ciò che ci fa soffrire e, dopo aver chiesto a Dio di liberarcene, non ci ha esaudito, è una croce da accettare. Ci sono poi alcune sofferenze che non si possono allontanare, come nel caso di una malattia, e ce ne sono altre di cui possiamo liberarci ma, facendolo, mancheremmo di amore o a Dio o al prossimo.

Nella prima lettura ascoltiamo che Abramo viene messo alla prova. Dio chiede di sacrificargli l’unico figlio Isacco. Era il figlio tanto desiderato che Dio gli aveva promesso e gli aveva dato. Ora Dio glielo chiede in sacrificio. Abramo poteva rifiutarsi di farlo. Ma rifiutandosi dimostrava di non avere fede in Dio, di non amarlo come merita. Abramo obbedisce. E così la prova è l’occasione per mostrare fino a che punto si fida di Dio, che cosa è disposto a fare per lui.

Tutti quanti noi possiamo sperimentare situazioni simili a quella di Abramo. Penso a una moglie che viene abbandonata dal marito. Il mondo dice alla moglie abbandonata: trovati un altro compagno e rifatti una vita. Dio invece le dice: L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto (Mc 10,9). Penso a una coppia di giovani sposi che alla prima gravidanza scoprono che forse il bambino nascerà con un handicap. Il mondo dice loro: fate l’aborto e così lo libererete da una vita dolorosa. Dio invece ricorda loro il quinto comandamento: Non ucciderai (Es 20,13).

Che fare in queste situazioni? Di chi fidarsi? Seguendo il mondo getti la croce, obbedendo alla parola di Dio sperimenti la croce che diventa occasione per renderti conto fino a che punto ti fidi di Dio, fino a che punto sei disposto ad amare. Infatti la croce richiede una fede e un amore più grande, altrimenti molliamo tutto e seguiamo la via più facile che è quella che conduce alla perdizione.

Se non vogliamo essere impreparati dinanzi alla croce, dobbiamo fare esperienze di trasfigurazione. 

Non si tratta della stessa trasfigurazione che hanno sperimentato i discepoli, ma di una trasfigurazione un po’ diversa. I discepoli hanno contemplato la gloria divina sul volto di Gesù, perché dovevano convincersi che era il Figlio di Dio e dovevano accettare la sua croce. Noi abbiamo già creduto che è il Figlio di Dio morto e risorto per noi. Abbiamo bisogno di sperimentare che il Signore è con noi, che ci vuole bene e ci perdona e ci aiuta quando lo invochiamo. Abramo ha trovato la forza di sacrificare il figlio a Dio, perché prima aveva sperimentato l’amore di Dio, che gli aveva concesso quel figlio. Le esperienze di trasfigurazione sono quelle in cui ci rendiamo conto che il Signore è con noi e ci ama. Sono esperienze di trasfigurazione soprattutto i sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Nella Penitenza ci fa sperimentare il suo perdono, nell’Eucaristia ci fa una trasfusione del suo amore.  Le esperienze di trasfigurazione ci preparano ad accettare la croce, perché diventi occasione per donare a Dio e ai fratelli l’amore ricevuto.

Con la trasfigurazione Gesù ci insegna che l’ultima parola non sarà della croce ma della gloria della risurrezione. Nella seconda lettura l’apostolo ci invita a guardare alle promesse di Dio con fiducia, perché ci ha già donato il Figlio: Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme con lui? Il Figlio è il dono più grande che Dio potesse farci. Tutto quello che Dio ci ha promesso è meno rispetto a quello che ci ha dato. Dunque dobbiamo aspettare con fiducia la realizzazione delle promesse di Dio su di noi.

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21 febbraio 2021 – Prima domenica di Quaresima B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 9,8-15 – Salmo responsoriale: Sal 25 – 2lettura: 1Pt 3,18-22 – Vangelo: Mc 1,12-15.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Parola del Signore

Omelia
Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Quello Spirito di Dio che è disceso su Gesù nel battesimo, lo spinge ad andare nel deserto dove vi rimane quaranta giorni. La permanenza di Gesù nel deserto evoca il cammino del popolo d’Israele nel deserto prima di entrare nella terra promessa. Gli israeliti durante questo cammino ad ogni difficoltà che si presentava mostrarono di avere poca fede nel Signore. Andavano in crisi e si lamentavano con Mosè che li aveva condotti fuori dall’Egitto. Mettevano in discussione il progetto salvifico di Dio su di loro. Quindi peccarono contro il Signore perché non si fidavano della sua parola.

Lo Spirito di Dio spinge Gesù nel deserto dove sperimenterà le tentazioni del demonio. L’evangelista Marco non descrive le tentazioni come fanno Matteo e Luca e, apparentemente, non dice nemmeno l’esito delle tentazioni. Ci sono però due annotazioni che fanno comprendere come si conclusero le tentazioni a Gesù: Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Le bestie selvatiche normalmente fuggono la presenza dell’uomo, perché hanno paura dell’uomo. In alcuni casi poi possono diventare ostili e pericolose per l’uomo, quando minacciano di aggredirlo. Questo comportamento di alcune bestie nei riguardi dell’uomo è conseguenza del peccato originale. Prima del peccato l’uomo era in piena armonia con tutti gli animali e aveva potere su di essi. Riguardo agli angeli, dopo il peccato, Dio li ha posti a custodia del giardino di Eden per impedire all’uomo che vi possa entrare. Con il peccato l’uomo ha perso l’armonia con Dio, con sé stesso, con la donna che gli sta accanto e con tutte le altre creature, terrestri e celesti.  Gesù invece stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Questo ci fa capire che Gesù nella natura umana assunta da noi ha recuperato l’armonia originaria perduta con la disobbedienza del peccato. Gesù infatti respinge i suggerimenti del maligno e rimane obbediente a Dio.

Nel battesimo, come ricorda la seconda lettura, siamo divenuti partecipi di Gesù Cristo, morto, risorto e asceso al cielo. Nel battesimo siamo stati liberati dal peccato originale e siamo diventati figli di Dio. Nel battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo di Dio, che ha creato in noi una buona coscienza. E mentre viviamo sulla terra siamo nella stessa situazione degli israeliti dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Essi furono liberati dalla schiavitù dell’Egitto con il passaggio del mar Rosso, noi siamo stati liberati dalla schiavitù del maligno mediante il battesimo. Essi erano in cammino verso la terra promessa della Palestina, noi siamo in cammino verso la terra promessa del paradiso. Il cammino nel deserto fu per essi tempo di prova e di preparazione all’ingresso nella terra. La nostra vita sulla terra quindi è simile al cammino degli israeliti nel deserto. Anche noi quotidianamente veniamo messi alla prova, per vedere se veramente crediamo nel Signore e ci fidiamo della sua parola. Come ha fatto con gli israeliti, facendoli peccare, così il demonio fa con noi, spingendoci a mancare di fede e a disobbedire a Dio. Il suo scopo è di farci perdere di vista dove stiamo andando, la meta della terra promessa. Abbiamo bisogno di una conversione continua, perché pecchiamo in continuazione.

Gesù oggi, in questa prima domenica di Quaresima ci esorta: Convertitevi e credete nel Vangelo.

La Quaresima che si apre davanti a noi è un tempo in cui siamo sollecitati ad allenarci con esercizi spirituali, perché diventiamo più forti nella fede e possiamo vincere nella lotta contro il demonio. Una squadra di pallone che vuole vincere una partita importante, si ritira, si allena e si prepara per dare le migliori prestazioni. Così fanno gli atleti di tutte le discipline, preparandosi con esercizi fisici alle gare che li attendono. In questo tempo di Quaresima siamo chiamati a seguire Gesù che si ritira nel deserto per prepararsi alla missione pubblica. Matteo e Luca ci dicono che Gesù rimase nel deserto digiunando. Il digiuno è una grande mortificazione e un’arma potente contro le insidie del maligno. Nei vangeli si racconta che un giorno portano un indemoniato ai discepoli ed essi non riescono a liberarlo. Poi viene Gesù e lo libera. I discepoli in privato gli domandano perché non siano riusciti a liberarlo. E Gesù risponde: Questa specie di demoni si scaccia con la preghiera e il digiuno. Con il digiuno noi cristiani mortifichiamo le nostre cattive inclinazioni, partecipiamo alla passione di Gesù e ci rendiamo solidali con quanti digiunano perché costretti dalla miseria. A questo digiuno ognuno di noi deve abbinare il digiuno dalle cattive abitudini e dalle tendenze ai sette vizi capitali. Il digiuno acquista valore se è accompagnato dalla preghiera e dalle opere di misericordia. Gli evangelisti ci informano che Gesù passava intere notti in preghiera. Come ogni israelita Gesù pregava con i Salmi che a furia di recitare aveva imparato a memoria. Sulla croce molto probabilmente ha recitato il Salmo 22 e il Salmo 30. Anche la preghiera ufficiale della chiesa, la liturgia delle ore, è composta dai Salmi. Insieme ai Salmi tutta la Scrittura deve diventare per noi preghiera. La lectio divina che facciamo ogni martedì sulla pagina Facebook della parrocchia alle ore 19:30 si deve concludere pregando quello che abbiamo letto e meditato. Cioè la parola di Dio in quello che ci insegna e ci indica deve diventare desiderio del nostro cuore. La preghiera infatti non è altro che il desiderio del nostro cuore. L’altro esercizio da compiere riguarda le opere di misericordia corporale: Dar da mangiare agli affamati, Dar da bere agli assetati, Vestire gli ignudi, Alloggiare i pellegrini, Visitare gli infermi, Visitare i carcerati, Seppellire i morti; e le opere di misericordia spirituale: Consigliare i dubbiosi, Insegnare a chi non sa’, Ammonire i peccatori, Consolare gli afflitti, Perdonare le offese, Sopportare pazientemente le persone moleste, Pregare Dio per i vivi e i morti.

Dunque dobbiamo esercitarci con il digiuno, la preghiera e la misericordia, attingendo sempre alle sorgenti della grazia, i Sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Il tutto con un atteggiamento di fondo, la povertà di spirito. Con quest’allenamento spirituale vogliamo diventare sempre più docili allo Spirito Santo e sempre più motivati dalla Parola di Dio, per poter vincere con Gesù il maligno tentatore.

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17 febbraio 2021 – Mercoledì delle Ceneri

Liturgia della Parola: 1lettura: Gl 2,12-18 – Salmo responsoriale: Sal 51 – 2lettura: 1Cor 5,20-6,2 – Vangelo: Mt 6,1-6.16-18.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Parola del Signore

Omelia
Con questa celebrazione diamo inizio al tempo di Quaresima che si concluderà con la Pasqua. Il simbolo delle ceneri ci ricorda che da noi stessi siamo destinati alla morte, ma la parola di Dio che ascolteremo in questo tempo ci ricorda che se stiamo con Dio siamo destinati ad una vita senza fine. Difatti al termine della Quaresima celebreremo la Pasqua in cui ricordiamo che Gesù è risorto dai morti per non morire mai più.

Purtroppo stando su questa terra ci distraiamo da Dio e peggio ancora ci separiamo da lui con il peccato. Abbiamo bisogno dunque di una conversione continua al Signore. Nella prima lettura il Signore per bocca del profeta ci esorta: Ritornate a me con tutto il cuore…laceratevi il cuore e non le vesti. Dobbiamo ritornare al Signore e provare dispiacere perché non lo mettiamo al primo posto nella nostra vita, lasciamo passare intere giornate, a volte settimane, senza un pensiero per lui, ci gettiamo dietro le spalle le sue parole, non confidiamo in lui come dovremmo.

Il Signore ci esorta ad una conversione individuale e comunitaria, perché i nostri peccati, pur essendo personali, si riflettono sulle persone che ci sono vicine e in ultimo sulla comunità cristiana. La nostra trascuratezza a cercare il Signore nella celebrazione domenicale e nella preghiera, si riflette sugli altri componenti della famiglia, sugli amici più stretti. I nostri cattivi ragionamenti, i nostri peccati, rendono meno credibile la vita cristiana, deturpano il volto della chiesa, le impediscono di riflettere la luce di Cristo.

Ci deve spingere alla conversione la fiducia nel Signore che è misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore, pronto a ravvedersi riguardo al male che si dovrebbe abbattere su di noi a causa dei nostri peccati. Se il Signore non fosse misericordioso, sarebbe inutile la conversione e il pentimento. Ma sapendo che il Signore è grande nell’amore, ci convertiamo e ritorniamo a lui, sapendo di essere perdonati. Con il perdono il Signore allontana da noi i castighi che abbiamo meritato distaccandoci da lui con i peccati e mettendoci in balia del demonio.

Il salmo responsoriale riporta alcuni versetti del salmo 51, il famoso miserere, scritto secondo la tradizione da Davide quando si pentì amaramente del peccato di adulterio e di omicidio. I versetti riportati ci insegnano come disporci a ricevere il perdono di Dio. Ci insegnano a desiderare con intensità il suo perdono, a riconoscere i nostri peccati, senza mettere a tacere la coscienza, a desiderare il dono dello Spirito Santo, affinché ci trasformi e per l’avvenire ci renda saldi nel cammino della fede e generosi nelle opere buone.

Il cammino di conversione deve avere come approdo il sacramento della Penitenza con i suoi cinque momenti, esame di coscienza, dolore dei peccati, proponimento di non commetterli più, confessione, riparazione. Il Signore infatti ci comunica la sua salvezza mediante la chiesa. Nella seconda lettura l’apostolo dice ripetutamente che lui e gli altri apostoli sono ambasciatori e collaboratori di Cristo: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Ed invita: Lasciatevi riconciliare con Dio.

Nel sacramento della Penitenza si realizza per noi quella permuta che Dio ha operato nella morte e risurrezione di Gesù: Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Dio ha fatto ricadere su di Gesù, innocente, i nostri peccati, e ha donato a noi peccatori la sua giustizia. Questa permuta avvenuta una volta per tutte nella morte e risurrezione di Gesù, si realizza per noi in tutti i sacramenti e in particolare nel sacramento della Penitenza. Ma perché il sacramento porti frutto è necessario, come dice l’apostolo, che non accogliamo invano la grazia di Dio. Dinanzi alla grazia di Dio c’è chi la rifiuta per mancanza di fede, e c’è chi l’accoglie invano perché non si converte, non rinuncia al proprio peccato, non rinuncia al demonio, e vuole servire due padroni. Accogliere invano la grazia di Dio significa accostarsi ai sacramenti ma senza riceverne la salvezza.

Una volta ricevuto il perdono di Dio nel sacramento della Penitenza, inizia per noi un nuovo cammino di vita cristiana. Tolti i peccati, dobbiamo impegnarci nelle opere buone.

Nel vangelo Gesù ci insegna come dobbiamo praticare le opere buone in modo da essere graditi a Dio. Le opere buone gradite a Dio sono quelle compiute nel nascondimento e note solo a lui, che vede ogni cosa. Gli sono gradite perché anche Dio agisce così nel nascondimento. Ha creato e regge il mondo ma non si mette in mostra. Provvede alla vita di ciascuno di noi ma raramente ce ne accorgiamo. Dunque siamo chiamati ad agire come Dio, facendo il bene nel nascondimento, sapendo che lui ci vede.

Siamo chiamati a compiere le opere buone non cercando gli applausi degli uomini, che sarebbero una ricompensa immediata ed effimera, ma cercando di piacere solo a Dio.

Non sempre è possibile compiere le opere buone nel nascondimento. Se non è possibile nascondere le opere buone, dobbiamo farle con il desiderio che quelli che ci osservano non rendano gloria a noi ma al Padre nostro che è nei cieli. Infatti tutto il bene che è in noi, tutto il bene che abbiamo appreso viene da Lui. E senza le sue ispirazioni, senza il suo aiuto, non saremmo mai stati capaci di compiere il bene.