Meditazioni Tempo Ordinario 2021

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24 ottobre  2021 – XXX domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 31,7-9- Salmo responsoriale: Sal 125 – 2lettura: Eb  5,1-6 – Vangelo: Mc 10,46-52.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Parola del Signore

Omelia
La tua fede ti ha salvato. La fede, come abbiamo detto altre volte, è dono di Dio e risposta dell’uomo. La fede infatti nasce dall’ascolto docile della parola di Dio che apre gli occhi della mente per riconoscere la sua presenza nella storia. Abbiamo ascoltato nella prima lettura che Dio prometteva agli israeliti esuli a Babilonia di liberarli e ricondurli in patria: Erano partiti nel pianto, /io li riporterò tra le consolazioni; /li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua /per una strada dritta in cui non inciamperanno, /perché io sono un padre per Israele,/Èfraim è il mio primogenito.

Quando gli israeliti nel 537 a. C. per decreto del re persiano Ciro riacquistano la libertà di ritornare in patria, ricordandosi della parola del Signore pronunciata dal profeta Geremia, comprendono che il re Ciro è stato solo uno strumento della volontà di Dio. Quindi riconoscono nella loro liberazione l’intervento di Dio che si prende cura di loro coma fa un padre con il proprio figlio.

Il cieco Bartimèo, da israelita, conosceva le profezie riguardo al futuro Messia che sarebbe nato dalla discendenza di Davide. Ogni sabato nella sinagoga si leggevano le Scritture dell’Antico Testamento. Così Bartimèo si era aperto all’attesa del Messia liberatore. Aveva sicuramente sentito parlare di Gesù di Nazareth, del suo insegnamento dato con autorità e dei suoi miracoli. Quando sente che Gesù sta passando di lì, incomincia a gridare verso di lui: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!

Ammaestrato dalla parola di Dio pronunciata dai profeti, Bartimèo riconosce Gesù come il Messia atteso, discendente di Davide. La sua fede germinale arriva a maturazione nell’incontro con Gesù, il quale gli apre gli occhi del corpo e gli dà la luce della fede piena. Il cieco infatti una volta guarito si mette a seguire Gesù sulla strada della croce: E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada. Gesù infatti sta salendo da Gerico a Gerusalemme per subire la morte di croce.

La tua fede ti ha salvato. La fede è dono di Dio, innanzitutto, perché nasce dall’ascolto della parola di Dio e arriva a maturazione nell’incontro con Gesù. Ma è risposta dell’uomo che si lascia ammaestrare dalla parola di Dio e si apre al Figlio suo Gesù. Il Dio che si prendeva cura di Israele si rende visibile in Gesù Cristo e si intrattiene con gli uomini. Quindi credendo in Gesù si viene liberati dal peccato e  si entra in relazione con Dio. Questa è la salvezza. Il cieco non è stato solo guarito ma è stato soprattutto salvato perché è entrato in relazione con Gesù e con Dio.

Dal comportamento di Bartimèo noi che già crediamo in Gesù Cristo e siamo stati salvati apprendiamo quello che dobbiamo fare per perseverare nella fede in lui e rimanere nella sua salvezza.

Innanzitutto apprendiamo che dobbiamo pregare senza stancarci mai e dobbiamo testimoniare la nostra fede senza paura. Bartimèo gridava verso Gesù: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!

La gente lo rimproverava perché tacesse, forse perché le sue grida disturbavano, o forse perché volevano risparmiargli ritorsioni da parte dei capi religiosi, che non volevano riconoscere Gesù come Messia e perseguitavano chiunque lo avesse riconosciuto tale. Ma il cieco non si lascia zittire né intimorire e gridava con più forza: Figlio di Davide, abbi pietà di me! Negli ambienti monastici orientali l’invocazione del cieco sarà alla base della cosiddetta preghiera del cuore.

Dal cieco apprendiamo ancora che dobbiamo mettere da parte tutto se vogliamo diventare amici di Gesù. Gesù deve diventare l’unico nostro bene. Quando Gesù lo fa chiamare, il cieco getta via il mantello, tutto quello che possedeva, balza in piedi e va da lui.

Apprendiamo infine a confidare nella potenza di Gesù a cui nulla è impossibile. Il cieco crede fermamente che Gesù possa ridargli la vista: Rabbunì, che io veda di nuovo!

Infine dobbiamo seguire Gesù sulla via della croce, cioè dell’amore perfetto.

Se seguiamo Gesù come Bartimèo, allora saremo credibili quando parliamo di Gesù agli altri. Infatti siamo chiamati a far conoscere Gesù al maggior numero possibile di persone, a tutti quelli che lui mette sul nostro cammino, soprattutto a quelli che non lo conoscono, perché incontrando lui credano e siano salvati come noi.

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17 ottobre  2021 – XXIX domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 53,10-11- Salmo responsoriale: Sal 32 – 2lettura: Eb  4,14-16 – Vangelo: Mc 10,35-45.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 

Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». 

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi cori Giacomo e Giovanni. Allora [Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».]
Parola del Signore

Omelia
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gesù entrerà nella sua gloria ma solo dopo esser passato attraverso la passione e la morte di croce. Gesù paragona la sua croce ad un calice da bere e a un battesimo da ricevere. L’immagine del calice compare diverse volte nell’Antico Testamento e anche nel Nuovo, in particolare nell’Apocalisse, per indicare il castigo di Dio, che fa bere ai peccatori il calice colmo della sua ira. Gesù dunque legge la sua croce come un castigo di Dio che si abbatte su di lui per espiare i peccati di tutti gli uomini. Il profeta Isaia nella prima lettura chiama la sofferenza di Gesù un sacrificio di riparazione, e Dio parlando per bocca del profeta dice:
Il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità. 

Dunque il castigo di Dio che noi tutti meritiamo a causa dei nostri peccati si è abbattuto su Gesù che così ha espiato i nostri peccati e ci ha ottenuto la salvezza.

I due discepoli bramosi di avere un posto privilegiato quando Gesù si manifesterà nella gloria, senza aver compreso che devono seguirlo sulla via della croce, rispondono prontamente alla sua domanda: Lo possiamo. E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».

Con queste parole Gesù allude certamente ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, il battesimo e l’eucaristia, ma soprattutto al martirio che i due discepoli avrebbero ricevuto per il suo nome. Giacomo e Giovanni avranno il privilegio di seguire Gesù sulla via della croce, non solo mediante i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia ma anche mediante il martirio. Anche noi che abbiamo creduto in Gesù siamo diventati partecipi della sua croce mediante i sacramenti del battesimo e dell’eucaristia. In un modo misterioso ma reale mediante questi sacramenti siamo stati uniti a Gesù Cristo crocifisso e risorto. Poi nella vita quotidiano il Signore ci chiama a partecipare alla sua croce anche mediante le prove, le tribolazioni, le contrarietà, e le sofferenze che ci capitano. Il martirio è una grazia più rara, ma le sofferenze di ogni sorta sono all’ordine del giorno. Se ci capita di sperimentare questo e di capirlo, dobbiamo considerarci dei privilegiati, perché abbiamo la possibilità di seguire Gesù sulla via della croce.

Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Gli altri dieci si indignano non perché hanno compreso che la richiesta dei due fratelli era sbagliata ma perché dalla loro richiesta hanno appreso che Giacomo e Giovanni volevano precederli. Gesù comprende che i suoi discepoli più intimi, i Dodici, sono ancora pieni della mentalità del mondo.

Gesù allora li chiama a sé e spiega che non è sbagliato aspirare alla grandezza e al primato purché siano non secondo la mentalità del mondo ma secondo la mentalità di Dio. Secondo Dio la vera grandezza e il vero primato si ottengono amando gli altri con un amore che si fa servizio: Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. La vera grandezza consiste nel seguire Gesù sulla via dell’amore che si fa servizio, dono di sé agli altri, disposto ad amare sempre, anche quando amare diventa una croce. Questo è la vera grandezza, perché così diventiamosimili a Gesù il Figlio di Dio.

Ma per potere amare come Gesù ci insegna e ci chiede dobbiamo sperimentare il suo amore, che è l’amore di Dio. Gli oranti che parlano nel salmo, contemplando l’amore di Dio nella creazione, perché tutto ciò che esiste è frutto dell’amore di Dio, contemplandolo nella vita di quelli che lo temono, perché Dio interviene ad aiutarli, a difenderli e a salvarli, chiedono che quest’amore di Dio avvolga la loro vita come una protezione:
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.

Noi sperimentiamo quest’amore di Dio quotidianamente, momento per momento. Abbiamo solo bisogno di occhi per vedere la presenza amorevole di Dio nella nostra vita. Lo sperimentiamo con certezza nei sacramenti, soprattutto nel sacramento del perdono e nell’eucaristia. Sperimentiamo quell’amore di Dio che si è rivelato in Gesù. L’amore di Dio che sperimentiamo rimane in noi e cresce nella misura in cui lo doniamo agli altri, mettendoci al loro servizio.

L’autore della lettera agli Ebrei ci esorta a mantenere ferma la professione della nostra fede e ad accostarci a Dio con fiducia, senza paura. Dio che non ha risparmiato il suo Figlio, che ci perdona sempre quando ritorniamo a lui, ci donerà anche la gloria del paradiso.

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10 ottobre  2021 – XXVIII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 7,7-11- Salmo responsoriale: Sal 89 – 2lettura: Eb  4,12-13 – Vangelo: Mc 10,17-30.

Dal vangelo secondo Marco

[In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».

Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?».

Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».] Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».
Parola del Signore

Omelia
Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?

Quest’uomo desidera sapere cosa deve fare per ottenere la vita eterna. La vita eterna è la vita di Dio. La nostra vita che si svolge nel tempo ha un inizio e una fine. La vita di Dio invece è eterna perché non ha né inizio né fine. Ereditare la vita eterna significa diventare partecipi della vita di Dio. Il regno di Dio è più o meno la stessa cosa, cioè entrare in relazione con Dio ed essere guidati da lui. Dalla risposta comprendiamo che per ereditare la vita eterna e per entrare nel regno di Dio non basta l’osservanza dei dieci comandamenti ma è necessario seguire Gesù. Solo per mezzo di Gesù si può conoscere Dio ed entrare in relazione con lui. Per questo Gesù ha detto in un altro passo: Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. La rinuncia alle ricchezze è solo una condizione per seguire Gesù. In un altro passo Gesù detta tre condizioni: amarlo più di qualsiasi altra persona, portare la croce dietro di lui e rinunciare a tutti i propri beni (Lc 14,25-33). Nel vangelo di oggi Gesù pone l’accento solo sulla rinuncia ai beni, perché si trova davanti ad un uomo ricco. Dice l’evangelista che Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Messo davanti ad una scelta, quest’uomo preferisce tenersi le ricchezze e rinunciare a seguire Gesù. Ma se ne va scuro in volto e triste nel cuore, perché le ricchezze non danno la felicità.

L’uomo che parla nella prima lettura invece ha chiesto a Dio e ottenuto la sapienza perché l’ha desiderata più del potere terreno e delle ricchezze, più della salute e della bellezza, e più della stessa luce degli occhi.

Ma che c’entra la sapienza con Gesù Cristo? E che cos’è la sapienza di cui parla la prima lettura?

La sapienza non è altro che il contenuto della parola di Dio. La parola di Dio insegna la sapienza a quelli che l’ascoltano e la meditano. La parola di Dio insegna a conoscere Dio e a guardare e a valutare la realtà come la valuta Dio. Questa è la sapienza. Nella seconda lettura la parola di Dio è descritta come se fosse una persona. Difatti la parola di Dio è una persona, Gesù Cristo. La parola di Dio prima di farsi uomo in Gesù Cristo si è fatta parola umana, quando Dio ha incominciato a rivolgersi agli uomini e poi parola scritta, quando la rivelazione di Dio è stata messa per iscritto nei libri della Bibbia. Gesù dunque è parola e sapienza di Dio.

Da quanto detto comprendiamo che se vogliamo seguire Gesù dobbiamo nutrirci della parola della Scrittura e metterla in pratica. Più ci nutriamo della parola di Dio e la mettiamo in pratica, più diventiamo simili a Gesù, e diventiamo sapienti.

Dobbiamo capire a questo punto come mettere in pratica la rinuncia alle ricchezze di cui parla Gesù. Si tratta innanzitutto di una rinuncia affettiva, per cui non leghiamo il cuore alle ricchezze. Ad alcuni poi, come nel caso di quest’uomo del vangelo, Gesù chiede anche una rinuncia effettiva a tutti i beni. Ad altri, come dimostra il caso di Zaccheo, Gesù chiede una rinuncia parziale. A tutti, come dimostra il caso del ricco epulone, Gesù chiede di condividere i propri beni con i poveri.

L’attaccamento alle ricchezze è un grave pericolo per la salvezza eterna, come fa capire Gesù con l’atteggiamento e con le parole: Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!…Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Le ricchezze in se stesse non sono né un male né un bene. Bene e male dipendono da come uno le usa. Se uno condivide le ricchezze, per lui sono un bene, perché lo fanno crescere nell’amore di Dio e del prossimo, lo rendono una persona migliore. Se uno attacca il cuore alle ricchezze, per lui sono un male, perché lo rendono avaro ed egoista, e pronto a qualsiasi cosa, anche a fare il male, pur di incrementarle. Chi attacca il cuore alle ricchezze è come un cieco che si dirige verso un precipizio. E’ difficile che un ricco si salvi, ma non è impossibile, come dimostrano tante storie di santi. Del resto per ognuno di noi la salvezza è impossibile se contiamo solo sulle nostre forze, ma ci diventa possibile se Dio ci illumina e ci attira al Figlio suo Gesù: Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».I discepoli a differenza del ricco hanno lasciato tutto per seguire Gesù. Seguendo Gesù noi saremo ricompensati cento volte tanto per ogni rinuncia, già su questa terra, ma la ricompensa piena non sarà qui su questa terra, come lasciano intendere le persecuzioni che ci attendono, ma solo dopo quando godremo definitivamente della vita eterna.

A questo punto dobbiamo prendere la decisione di mettere al primo posto Gesù, di essere pronti, se necessario, a rinunciare ad ogni cosa per lui. Per prendere una tale decisione e per renderla sempre più sicura dopo averla presa abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Gli oranti del salmo che hanno compreso l’importanza di mettere Dio al primo posto gli chiedono:  Insegnaci a contare i nostri giorni, /e acquisteremo un cuore saggio. Se l’uomo riflette sulla vita sulla terra, segnata dalla precarietà e dalla morte, comprende che deve mettere Dio al primo posto. Il principio della saggezza è appunto il timore del Signore, cioè metterlo al primo posto, e quindi di seguire Gesù che ci fa conoscere Dio e ci conduce a lui.

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3 ottobre  2021 – XXVII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gen 2,18-24- Salmo responsoriale: Sal 127 – 2lettura: Eb  2,9-11 – Vangelo: Mc 10,2-16.

Dal vangelo secondo Marco

[In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 

A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».]

Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.
Parola del Signore

Omelia
I farisei chiedono a Gesù un parere se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Gesù come al solito li rimanda alle Scritture. Nel libro del Deuteronomio Mosè ha permesso al marito di scrivere un atto di ripudio e di divorziare dalla propria moglie (Dt 24,1-4). In realtà l’atto di ripudio permesso da Mosè non aveva dato inizio al divorzio, che già esisteva presso gli israeliti, ma si limitava a regolarlo. Fino ad allora il marito che ripudiava la propria moglie, se in seguito ci avesse ripensato, poteva riprenderla con sé. In questo modo la donna ripudiata rimaneva soggetta ai capricci del marito. Con l’atto di ripudio la donna rimandata a casa era libera dal marito che perdeva ogni diritto su di lei. Quindi l’atto di ripudio era una norma che mirava a limitare i mali del divorzio. Per questo Gesù dice che Mosè ha permesso questa norma per la durezza del cuore degli israeliti, che non comprendevano l’indissolubilità matrimoniale voluta da Dio.

Nella storia dell’Antico Testamento, per bocca dei profeti Dio si presenta in più occasioni come lo sposo di Israele sua sposa infedele (cfr. Os 2).  Questo legame tra Dio e il suo popolo è animato da parte sua da un amore fedele e indissolubile. Per bocca del profeta Malachia Dio dice esplicitamente: Io detesto il ripudio (Ml 2,16).

Gesù è venuto a restaurare la creazione di Dio guastata dal peccato e a riportarla nella condizione originaria, elevando gli uomini alla condizione di figli di Dio. Riguardo all’unione matrimoniale Gesù cita i due racconti di Gen 1,26-27 e di Gen 2,24, in cui si parla della creazione dell’uomo e della donna. Gesù giustifica l’indissolubilità matrimoniale sulla base di Gen 2,24 dove si lascia intendere che Dio è all’origine di ogni unione matrimoniale dell’uomo con la donna: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Quando l’uomo e la donna decidono liberamente e per amore di unirsi in matrimonio, quest’unione è per sempre, perché l’uomo non si unisce ad una donna qualsiasi ma a sua moglie, la donna che ha compreso essere il suo completamento, così come la donna non si unisce ad un uomo qualsiasi ma a suo marito, a colui che la completerà. La decisione di unirsi in matrimonio è nata nell’uomo e nella donna dalla constatazione di una corrispondenza, per cui hanno sentito di aver bisogno l’uno dell’altra. Questa corrispondenza nasce per volontà di Dio che li ha pensati uniti sin dall’eternità. L’unione matrimoniale è volontà di Dio e insieme volontà dell’uomo e della donna. Dio non li ha forzati ma li ha attratti con la corrispondenza amorosa. L’unione matrimoniale liberamente e per amore è indissolubile, non solo nella mente di Dio ma anche nella mente dei coniugi. Nessuna coppia che decide di sposarsi lo fa con una scadenza, perché l’amore vero è per sempre. Oggi diversi cristiani, pensando a tante coppie di sposi separati, di loro conoscenza e anche amici, ascoltano queste parole di Gesù senza esserne pienamente convinti. A tal riguardo Gesù dice: Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso. Dobbiamo dunque porci in ascolto di Gesù con l’atteggiamento del bambino. Come il bambino che si fida dei suoi genitori e di quello che gli dicono, così noi dobbiamo fidarci di Gesù e delle sue parole.

I problemi nascono nella coppia quando interviene il demonio, che è il guastatore dell’opera di Dio. Dio unisce, il demonio divide facendo leva sul peccato e sulle conseguenze dei peccati. Tutti i problemi che insorgono in una coppia di sposi dipendono dal peccato e dalle conseguenze dei peccati. Ogni uomo porta in sé dei limiti e delle ferite che sono conseguenze dei peccati della famiglia e dell’ambiente in cui è cresciuto. Queste ferite si acuiscono poi con i peccati personali. Non sempre nel momento del fidanzamento si rendono palesi, e spesso affiorano nella vita matrimoniale, creando turbamento e crisi. E’ la vicinanza con Gesù Cristo che guarisce dai peccati e un po’ alla volta dalle conseguenze dei peccati.  Il segreto della riuscita del matrimonio dipende dal legame che i coniugi instaurano con il Signore.

Il Salmista proclama beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie. Se i coniugi mettono al primo posto nella loro vita il Signore, la loro relazione d’amore durerà per tutta la vita. Dal rapporto con il Signore riceveranno un amore più grande che guarisce un po’ alla volta le loro ferite e li fa maturare in un amore fedele e inesauribile. Bisogna quindi curare bene il rapporto con il Signore con la preghiera quotidiana, l’ascolto e la meditazione della parola delle Scritture, la messa domenicale, il sacramento della confessione, le opere di misericordia. Se manca questo rapporto con il Signore, non ci dobbiamo stupire se molte coppie di sposi vanno in crisi e decidono di separarsi. Ma anche in questi casi, non c’è nulla di irreversibile, perché il Signore che li ha chiamati ad essere una cosa sola nel matrimonio non ha cambiato idea. Il problema è che molti coniugi nelle situazioni di grave crisi, quando l’acqua è intorbidita e non si vede il fondo, prendono in modo imprudente e frettoloso la decisione di separarsi. Sono convinti che non ci sia più nulla da fare, perché la vita in comune è diventata un inferno. Noi cristiani sappiamo che a tutto c’è rimedio, perché niente è impossibile a Dio. Gli sposi che sono arrivati a questo stato dovrebbero avere l’umiltà di sospendere ogni decisione e di farsi aiutare. Il Signore che si prende cura di loro ha suscitato nella chiesa diversi gruppi che si occupano delle coppie in crisi e delle coppie separate che si lasciano aiutare. Penso al movimento Retrouvaille nato in Quebec negli anni settanta e diffuso adesso in tutto il mondo. E’ un movimento di coppie cattoliche reduci da gravi crisi e anche separazioni matrimoniali, durate più anni, che hanno riscoperto un amore coniugale ancore più grande di prima grazie all’aiuto di amici credenti che li hanno ricondotti a Gesù Cristo. Secondo i dati statistici il 70% delle coppie che hanno intrapreso e seguito il cammino di Retrouvaille hanno superato felicemente la crisi ristabilendo il legame matrimoniale. Il restante 30% che non ha ottenuto buoni risultati non ha seguito fedelmente il cammino. L’amore vero si fa carico della persona amata sempre soprattutto quando diventa un peso, cioè una croce. Solo in questo modo l’amore è perfetto. Ho conosciuto diverse coppie di Retrouvaille che confessano le loro crisi e i loro reciproci tradimenti della vita passata con naturalezza e senza vergognarsi. Sono usciti da una situazione che secondo la mentalità del mondo sembrava irreparabile, invece con l’aiuto di Dio hanno sperimentato un amore più grande, perché appunto è passato attraverso la croce. Dio che ci ha predestinati ad essere santi e immacolati nell’amore ci chiama a seguire sulla via della croce Gesù Cristo che guida alla salvezza.

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26 settembre  2021 – XXVI domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Nm 11,25-29- Salmo responsoriale: Sal 18 – 2lettura: Gc  5,1-6 – Vangelo: Mc 9,38-43.45.47-48.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».
Parola del Signore

Omelia
Quando Gesù mette in guardia dal pericolo dei peccati oppure invita alla conversione, non usa mezzi termini, ma parla con serietà e severità. Lo abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi: Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Lo scandalo è un peccato grave conosciuto pubblicamente, che spinge all’emulazione. Il termine scandalo significa inciampo. E difatti lo scandalo generando emulazione fa inciampare quelli che imitano il comportamento scandaloso, nel senso che li distoglie dalla via di Dio. Proprio per queste conseguenze negative, lo scandalo è un peccato particolarmente grave. I piccoli sono i poveri di spirito, i cristiani autentici, sempre aperti e disponibili alla grazia di Dio. Gesù dice che il castigo che attende colui che ha commesso scandali è così terribile, che per lui sarebbe preferibile essere annegato vivo con una pietra da mulino legata al collo. Gesù quindi esorta tutti quanti noi a resistere al peccato, a preferire la perdita di un arto o di un organo del corpo, una cosa per noi preziosa, piuttosto che disobbedire a Dio. Per noi è vantaggioso resistere alla tentazione, costi quel che costi, perché in questo modo ci prepariamo ad entrare nel regno di Dio. Nel caso contrario corriamo il rischio di cadere nella dannazione eterna.

Gesù usa parole altrettanto severe nel vangelo di Luca13,1-5, quando, prendendo spunto da alcuni avvenimenti tragici, in cui erano morte delle persone, dice a quelli che lo ascoltano: Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Gesù si esprime in questi termini e con questo tono perché vuole spingere noi che lo ascoltiamo a fuggire il peccato e nel caso vi fossimo caduti, a non dormirci sopra, ma a convertirci subito a Dio che largamente perdona. Se infatti la morte ci cogliesse prigionieri del male, sprofonderemmo nella dannazione eterna.

Gesù invece usa un tono completamente diverso quando si trova davanti l’adultera colta in flagrante adulterio. A quelli che vogliono lapidarla risponde: Chi è senza peccato scagli la prima pietra contro di lei. E quando i suoi accusatori se ne vanno uno ad uno, Gesù dice alla donna: Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più. In casa di Zaccheo, prendendo atto della sua conversione, Gesù dice: Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto.

Noi sacerdoti che parliamo e agiamo a nome di Gesù dobbiamo comportarci allo stesso modo. Quando predichiamo la sua parola e ci capita di dover mettere in guardia dai peccati o ammonire i peccatori ostinati perché si convertano, dobbiamo usare come Gesù parole che mirino a dissuadere dal male o a convincere chi lo ha già compiuto del pericolo che incombe su di lui affinché non perda tempo a convertirsi. Nella seconda lettura l’apostolo Giacomo usa parole severe nei riguardi dei ricchi egoisti, che preferiscono far marcire le loro ricchezze piuttosto che condividerle: Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! E per incrementarle non si fanno scrupolo di frodare il salario agli operai, e peggio ancora di uccidere o far uccidere. Su costoro incombe il castigo di Dio. Infatti frodare il salario agli operai è uno dei quattro peccati che grida giustizia al cospetto di Dio: Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. E tuttavia, anche per chi ha commesso peccati così gravi è possibile la salvezza se si converte. Quindi i moniti di Gesù, quelli di Giacomo, e quelli del sacerdote, mirano unicamente alla salvezza di chi li prende sul serio e li mette in pratica.

Il sacerdote, seguendo Gesù, si comporterà diversamente quando un peccatore si presenta a lui per ricevere il perdono di Dio. Dovrà accoglierlo con amorevolezza, come il padre della parabola ha accolto il figlio, incoraggiarlo e invitarlo a guardare al perdono di Dio, che apre ad una nuova vita con lui.

Dall’episodio narrato nel vangelo di oggi dell’esorcista estraneo apprendiamo che il Signore Gesù per agire non si serve soltanto dei suoi discepoli ma anche di persone esterne alla chiesa. I discepoli  vogliono impedire a quest’esorcista di scacciare i demoni nel nome di Gesù ma Gesù dice loro: Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Il Signore opera ordinariamente mediante la sua chiesa, ma è libero di operare anche mediante persone che sono al di fuori della chiesa visibile.

Come mostra l’episodio narrato nella prima lettura il Signore conferisce il suo Spirito ai settanta anziani che, secondo il suo comando, si erano recati alla tenda del convegno, ma lo conferisce anche a Eldad e Medad, che erano rimasti nell’accampamento. Il Signore è libero di agire e di parlare quando, dove e per mezzo di chi vuole. Ufficialmente e ordinariamente parla e opera mediante la chiesa, ma può farlo anche mediante persone che sono al di fuori della chiesa visibile. Non dobbiamo essere gelosi se Gesù chiama altre persone a condividere la missione che ci ha affidato, sia all’interno e sia all’esterno della chiesa. Non dobbiamo essere gelosi perché non lavoriamo per conto nostro ma per il Signore.

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19 settembre 2021 – XXV domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap 2,12.17-20- Salmo responsoriale: Sal 53 – 2lettura: Gc  3,16-4,3 – Vangelo: Mc 9,30-37.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

Giunsero a Cafàrnào. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Sedutosi, chiamò Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
Parola del Signore

Omelia
Gesù annuncia per la seconda volta ai discepoli la sua morte e risurrezione, ma essi, come annota l’evangelista, non capivano le sue parole. Per essi era inconcepibile che il Cristo dovesse soffrire ed essere ucciso. Secondo il loro modo di vedere, il Cristo, in quanto Figlio di Dio, avrebbe sconfitto con la sua potenza i nemici e inaugurato il regno di Dio. Non capiscono perché il Cristo debba andare incontro volontariamente alla sofferenza e alla morte di croce, in quanto non ragionano secondo Dio ma secondo gli uomini. Infatti la potenza di Dio non ha bisogno di manifestarsi con la violenza e con le armi o con altri mezzi di sopraffazione. La potenza di Dio è l’amore che si manifesta al meglio nella sofferenza e nella morte di Gesù. Difatti soffrendo e morendo sulla croce Gesù ha sconfitto il demonio, ha espiato i nostri peccati, e ha vinto la morte risorgendo ad una vita che non avrà mai fine.

Pur essendo con Gesù da diverso tempo, i discepoli ancora non hanno assimilato il suo modo di pensare e di vivere. Così discutono tra loro chi sia il più grande. Pensano alla grandezza come prestigio, potere, precedenza sugli altri. Questo è il modo di ragionare tra gli uomini. Gesù li raduna intorno a sé e spiega che se vogliono essere davvero grandi devono mettersi al servizio degli altri. Il servizio di cui parla Gesù è quello dell’amore che si spende per gli altri. Gesù in tutta la sua vita non ha fatto altro che spendersi per gli altri, fino a donare la vita per tutti noi. Prima della passione Gesù ha voluto inculcarci il servizio compiendo il gesto della lavanda dei piedi. I discepoli non avevano certamente bisogno che Gesù lavasse loro i piedi. Ma con quel gesto Gesù ha mostrato che era disposto a fare qualsiasi cosa per loro. Dunque la vera grandezza consiste nell’amore al prossimo, perché servendo il prossimo imitiamo Gesù e serviamo Gesù, che si è identificato con ogni uomo, soprattutto con gli ultimi e gli emarginati. Nel vangelo abbiamo ascoltato che Gesù si identifica con i bambini. Nella società precristiana i bambini erano disprezzati, al punto che il termine per denominarli era lo stesso per indicare la stoltezza. I bambini dunque raffiguravano gli ultimi della società. Quindi amando il prossimo, mettendoci al suo servizio, noi diventiamo veramente grandi perché imitiamo Gesù e perché lo serviamo nei fratelli. Il vangelo in conclusione ci insegna che la vera potenza e la vera grandezza secondo Dio consistono nell’amore, che si mette a servizio degli altri e si fa dono di vita. Per comprendere e convincerci di tutto questo abbiamo bisogno di svuotarci della sapienza del mondo e di riempirci della sapienza di Dio.

La sapienza del mondo predomina nei film, nei programmi televisivi, nella moda, negli stili di vita della maggioranza. La sapienza di Dio è contenuta della Sacra Scrittura e nella vita dei santi, noi possiamo assimilarla nutrendoci della parola di Dio e imitando l’esempio dei santi. Dio infatti si rapporta con noi mediante la sua parola e mediante quelli che sono in comunione con lui. La differenza tra le due sapienze si vede poi nei comportamenti. Nella prima lettura gli empi, che hanno rinnegato Dio e l’educazione ricevuta, vivono senza regole e senza scrupoli e perseguitano il giusto, in quanto con la sua presenza gli ricorda quel Dio e quelle regole che hanno rimosso dalla loro coscienza. Nella seconda lettura l’apostolo Giacomo fa prendere atto ai cristiani di una comunità non meglio precisata che con i loro comportamenti di gelosia e spirito di contesa, sono animati non dalla sapienza divina ma dalla sapienza del mondo. Nel vangelo gli stessi apostoli che stavano con Gesù, discutendo chi fosse il più grande tra loro, dimostrano di essere animati dalla sapienza del mondo e non dalla sapienza di Dio. Dunque non è scontato per noi che stiamo con Gesù che pensiamo e agiamo secondo la sapienza di Dio. Abbiamo bisogno di una continua conversione, svuotandoci della sapienza del mondo e riempiendoci della sapienza di Dio. Questo avverrà se ci nutriamo della parola di Dio e se accogliamo in noi lo Spirito Santo che ci viene comunicato nei sacramenti. Lo Spirito Santo ci è stato donato nel battesimo e nella cresima. Ma non ci è stato donato tutto lo Spirito Santo, ma solo nella misura in cui noi eravamo capaci di accoglierlo. Ecco perché abbiamo bisogno di accostarci in continuazione ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, perché la presenza dello Spirito Santo ci pervada corpo e anima, e noi non ci lasciamo guidare più dalla sapienza del mondo ma dalla sapienza di Dio. I frutti della sapienza di Dio sono all’esterno le buone opere e all’interno la pace del cuore.

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12 settembre  2021 – XXIV domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 50,5-9a- Salmo responsoriale: Sal 114 – 2lettura: Gc  2,14-18 – Vangelo: Mc 8,27-35.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 

E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».
Parola del Signore

Omelia
Dopo aver ascoltato quello che la gente pensa di lui, Gesù si rivolge ai discepoli: Ma voi, chi dite che io sia? Quello che pensa la gente di Gesù non è sbagliato ma non è sufficiente. Gesù è certamente un profeta di Dio ma non è solo questo. Pietro, come al suo solito, prende la parola e a nome di tutti dà a Gesù la risposta giusta:  Tu sei il Cristo. Tu sei il Cristo di cui hanno parlato i profeti nelle Scritture, il Cristo atteso dal popolo d’Israele, il Cristo che viene ad inaugurare nella storia il regno di Dio. Nel passo parallelo del vangelo di Matteo Gesù dirà a Pietro: Né carne né sangue te lo hanno rivelato ma il Padre mio che sta nei cieli. Gesù vuole dire che per conoscere la sua identità non basta l’intelligenza ma è necessaria una rivelazione di Dio Padre mediante la fede. La risposta di Pietro a Gesù costituisce la prima confessione di fede cristiana. Su questa confessione si fonda la comunità ecclesiale. Anche noi come cristiani crediamo che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Dobbiamo adoperarci per rendere sempre più sicura la nostra fede e per tirare da quello che crediamo tutte le conseguenze pratiche. L’apostolo Giacomo nella seconda lettura ci ricorda che la fede senza le opere è morta. Dal seguito del vangelo comprendiamo quali sono le conseguenze pratiche da trarre.

Subito dopo la confessione di Pietro Gesù incomincia a parlare apertamente della sua passione, morte e risurrezione: E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. E’ vero che la passione si conclude con la risurrezione, ma Gesù nell’annuncio pone l’accento sulla sofferenza e sulla morte di croce. Per i discepoli questo discorso di Gesù è inaccettabile, perché a livello popolare si immaginava il Cristo come un comandante trionfatore che avrebbe liberato il popolo d’Israele dal dominio dei romani. Eppure i profeti, come abbiamo ascoltato nella prima lettura avevano preannunciato la sofferenza del Cristo: IlSignore Dio mi ha apertol’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Ma evidentemente questi passi dei profeti non erano stati collegati con la figura del Cristo. Pietro, allora, prende in disparte Gesù e incomincia a rimproverarlo. Secondo Pietro Gesù non deve parlare di sofferenza, perché il Cristo non può soffrire e soccombere ai suoi nemici. Gesù, dice l’evangelista, guardando i discepoli, rimprovera Pietro con parole severe: Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Pietro è discepolo di Gesù e come discepolo deve imparare dal maestro e seguirlo. Invece, rimproverando Gesù ha lasciato il suo posto di discepolo per fare da maestro, e senza saperlo è diventato strumento di satana che tenta Gesù perché non vada a Gerusalemme a subire la morte di croce. Gesù dunque richiama Pietro a stare al suo posto di discepolo e a non lasciarsi manovrare da satana.

Gesù chiama la folla insieme ai discepoli e detta le condizioni per essere suo discepolo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Con queste parole Gesù sta dicendo che è necessario seguirlo sulla via della croce perché la croce è l’unica via che conduce alla salvezza. 

Ma perché la via della croce è necessaria alla salvezza?

Gesù va incontro alla croce volontariamente non perché è un masochista che desidera soffrire, ma perché la croce sarà l’occasione per manifestare l’amore di Dio per noi e per realizzare la nostra salvezza. Nella morte di croce si manifesta fino a che punto Dio ci ama, fino a dare la vita per noi. E con la morte di croce Gesù espierà i nostri peccati, procurandoci la salvezza. Quindi Gesù va incontro alla croce per manifestare l’amore al Padre e l’amore per noi. Quando Gesù ci chiama a seguirlo sulla via della croce, ci chiama difatti a seguirlo sulla via dell’amore perfetto, che è tale perché è sofferto. Gesù ci chiama a seguirlo sulla via della croce, tutte le volte che i comandamenti di Dio diventano un peso per noi e siamo tentati di trasgredirli, tutte le volte che le sofferenze si abbattono su di noi e non possiamo scansarle. Quindi ci sono croci che possiamo scansare, come i comandamenti di Dio che diventano un peso, e croci che non possiamo scansare perché ci sono state poste addosso come al Cireneo. Nel caso dei comandamenti che sono diventati un peso la tentazione è di gettare la croce, dicendo a noi stessi che Dio non può chiederci questo. Ma se fa parte dei suoi comandamenti, Dio ci sta chiedendo proprio questo. Porto alcuni esempi. Voi sapete che oggi non nascono più bambini down in Italia e in Europa, non perché abbiano trovato la cura della malattia, ma perché tutte le coppie che aspettano un bambino down, sono esortate ad abortire. Una coppia cristiana che si trova in questa situazione è come Gesù ad un bivio, salire a Gerusalemme dove lo attende la croce oppure prendere un’altra strada, quella del mondo dominato dal maligno che suggerisce l’aborto. Se quella coppia segue Gesù sulla via della croce per obbedire al comandamento di Dio che dice: Non ucciderai, allora rifiuterà l’aborto e accoglierà il bambino down, che ha il diritto di vivere come tutti gli altri bambini. Un sacerdote ad un certo punto del suo cammino sacerdotale incomincia a vivere il celibato come un peso, ed è tentato di lasciare il sacerdozio e di farsi una famiglia. Si trova come Gesù ad un bivio, salire a Gerusalemme dove lo attende la croce oppure prendere la strada che gli suggerisce il mondo, cioè lasciare il sacerdozio e farsi una famiglia. Se quel sacerdote crede in Gesù e tira le conseguenze pratiche della sua fede, proseguirà verso Gerusalemme, seguendo Gesù sulla via della croce. Una coppia di sposi cristiani caduta in crisi, in cui lui è diventato un peso per lei e lei un peso per lui, è come Gesù dinanzi al bivio, salire a Gerusalemme o deviare per la via più facile suggerita dal mondo, quella della separazione e del divorzio. Gesù ha detto a proposito dell’indissolubilità matrimoniale: Non osi separare l’uomo ciò che Dio ha congiunto. Obbedire a questa parola di Gesù è diventata per questi coniugi una croce. Se la eviteranno, avranno l’illusione di salvare la propria vita, ma in realtà la stanno perdendo. La croce come possiamo comprendere è occasione di un amore più grande, per la coppia in attesa di accogliere un bambino che avrà dei limiti, per il sacerdote di donare la sua vita totalmente a Gesù e alla chiesa, per la coppia in crisi di accogliersi l’un l’altro con amore. Chiaramente per accettare e portare la croce bisogna avere fede in Gesù Cristo e tirare tutte le conseguenze pratiche. La fede, come dice l’apostolo Paolo e come ricorda Giacomo nella seconda lettura, opera per mezzo della carità che è sempre a servizio del prossimo. Da soli non possiamo farcela, perché il nostro amore è limitato. Da qui la necessità della preghiera come ci suggerisce il salmista:  Amo il Signore, perché ascolta/il grido della mia preghiera, e di attingere in continuazione alla grazia di Dio nei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Nei sacramenti riceviamo l’amore di Dio, un amore più grande del nostro, quell’amore che Gesù ci ha mostrato morendo sulla croce, e che ci viene comunicato mediante lo Spirito Santo. Solo se ci lasciamo trasformare da questo amore impariamo anche noi ad amare veramente anche quando amare costa, è una croce, e amando così sperimentiamo una grande pace e gioia, che è come l’anticipo della felicità del paradiso.

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5 settembre  2021 – XXIII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 35,4-7- Salmo responsoriale: Sal 145 – 2lettura: Gc  2,1-5 – Vangelo: Mc 7,31-37.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.

Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.

Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Parola del Signore

Omelia

affinché la gente si renda conto che davvero il regno di Dio è in mezzo a noi. Tra i miracoli compiuti da Gesù i più significativi sono le espulsioni dei demoni e le guarigioni. Con l’avvento del regno di Dio regredisce infatti il regno del demonio, origine e causa di ogni peccato, e anche le conseguenze dei peccati, quali sono le malattie.

Nel vangelo di oggi abbiamo ascoltato che Gesù guarisce un sordomuto, toccando i suoi orecchi e la sua bocca e dicendogli: «Effatà», cioè: «Apriti!». Ma prima Gesù emise un sospiro. In un’altra occasione si dice che Gesù emise un sospiro, quando gli scribi e i farisei vanno da lui, chiedendogli un segno. Costoro non vogliono convertirsi ma cercano solo un pretesto per poterlo accusare. Questo sospiro di Gesù esprime la sua pazienza dinanzi alla resistenza del male che è in noi, che può essere il peccato, come nel caso di scribi e farisei, o la malattia. Ma, come vediamo, la pazienza di Gesù è più forte della nostra resistenza. Infatti il sordomuto viene guarito e incomincia a comunicare correttamente. La gente semplice coglie in questo miracolo di Gesù il senso della sua opera che mira a restaurare la creazione di Dio: Pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Queste parole riecheggiano quelle del racconto della creazione di Gen 1,1-26, in cui dinanzi alle opere create si dice: Dio vide che quanto aveva fatto era cosa buona. Nella creazione è Dio che fa questa constatazione, nella redenzione sono gli uomini che se ne rendono conto. Gesù ha iniziato in noi la sua opera di salvezza nel battesimo. Tra i riti del battesimo ce n’è uno che viene chiamato dell’Effatà, quando il sacerdote compie sul battezzato gli stessi gesti compiuti da Gesù sul sordomuto. Con il battesimo infatti viene ristabilita la comunicazione con Dio interrotta dal peccato. E’ una comunicazione che dobbiamo custodire gelosamente, curando in continuazione il rapporto con Dio, che potrebbe di nuovo interrompersi a causa del peccato. Questa comunicazione per essere autentica richiede l’ascolto fecondo della parola di Dio. Se uno si getta dietro le spalle la parola di Dio, ma continua a fare le sue preghiere, ha l’illusione di essere in comunicazione con Dio, ma in realtà, disobbedendo alla sua parola, ha rotto il rapporto con lui. Prega come uno che, senza ascoltare quello che dice il suo interlocutore, continua a parlare con lui. Noi diremmo che ha perso la ragione e parla a vanvera. Nel battesimo insieme alla comunicazione con Dio ci viene donata la luce per vedere le persone e le cose come le guarda Dio. Tutto questo che stiamo dicendo è la fede. Giacomo nella seconda lettura si appella alla nostra fede, perché valutiamo le persone senza fare discriminazioni e senza guardare alle apparenze. Evidentemente Giacomo aveva saputo che in alcune comunità cristiane si facevano discriminazioni tra ricchi e poveri nell’accoglienza alla celebrazione. Tra i cristiani non deve essere così, perché Dio non fa preferenze di persone, e se proprio bisogna fare qualche particolarità bisogna farla verso i poveri, con cui Gesù ha voluto identificarsi e a cui Dio ha riservato il suo regno.

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29 agosto 2021 – XXII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Dt 4,1-2.6-8- Salmo responsoriale: Sal 14 – 2lettura: Gc  1,17-18.21b-22.27 – Vangelo: Mc 7,1-8.14-15.21-23.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, in­ganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Parola del Signore

Omelia
Nella risposta agli scribi e ai farisei, Gesù chiarisce tre cose fondamentali che bisogna osservare nel rapporto con Dio. Innanzitutto il culto a Dio deve scaturire da un cuore sincero, che desidera compiere la sua volontà. Poi i comandamenti di Dio hanno il primato su tutte le altre tradizioni religiose. Infine la purezza e l’impurità non dipendono dai cibi ma dai pensieri del cuore.

Il culto a Dio deve essere espressione di un cuore convertito. Per bocca del profeta Isaia, citato da Gesù, Dio rimprovera il suo popolo perché non era sincero con lui: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. La gente andava nel tempio, partecipava al culto, pregava, cantava inni a Dio, poi ritornando alla vita quotidiana non si faceva scrupolo di trasgredire i suoi comandamenti. Giacomo nella seconda lettura sottolinea: Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo. Il culto a Dio in chiesa deve essere accompagnato dalle opere di misericordia verso chi è in difficoltà, e dal rifiuto della mentalità peccaminosa del mondo.

Nel Salmo responsoriale, legato alla liturgia di ingresso nel tempio, vengono elencati i requisiti per partecipare al culto:
Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore.

Può partecipare al culto e quindi stare in intimità con il Signore colui che compie la sua volontà e quando parla con Dio è sincero, non dice cioè una cosa che poi smentisce nella vita pratica. All’inizio della messa facciamo un breve esame di coscienza con cui vogliamo rinunciare a tutto ciò che è male agli occhi di Dio e impegnarci a fare quello che gli è gradito.  Gli scribi e i farisei sono rimproverati da Gesù in altre occasioni a motivo della loro ipocrisia, in quanto volevano apparire giusti e religiosi, ma di nascosto non si facevano scrupolo di compiere il male. Il loro culto dunque è solo esteriore e manca della sincerità del cuore, perciò non è gradito a Dio.

Nel culto a Dio presso ogni popolo entrano pratiche e riti dovute alla loro cultura. Così era anche presso gli israeliti. Gesù ci tiene a sottolineare che bisogna osservare i comandamenti di Dio e poi le tradizioni religiose. Gli scribi e i farisei, invece, facevano il contrario, trascuravano i comandamenti di Dio e osservavano meticolosamente le tradizioni religiose. Questo pericolo è sempre in agguato anche per noi. Una volta un signore mi raccontava di essere andato a piedi a Paola con altri amici, e poi quando sono arrivati lì al santuario di San Francesco, hanno salutato il Santo, hanno mangiato e poi se ne sono ritornati. Gli facevo notare che San Francesco, come discepolo di Gesù, avrebbe gradito tantissimo che si fossero confessati e avessero partecipato alla messa accostandosi alla comunione. Questo è un esempio di osservanza della tradizione religiosa, trascurando il comandamento di Dio, tutto il contrario di quello che dice Gesù.

Infine Gesù spiega che la purezza e l’impurità non dipendono da quello che entra nello stomaco ma dai pensieri del cuore. Non ci sono cibi che rendono impuri, come credevano e credono tuttora gli israeliti. Per esempio, gli israeliti credono di commettere un peccato, qualora dovessero mangiare carne di maiale, in quanto dicono che è un animale immondo. La pensano allo stesso modo i musulmani. Gesù invece spiega che l’impurità non dipende dallo stomaco ma dal cuore. L’uomo si rende impuro quando lascia attecchire nel suo cuore pensieri e proposti cattivi, contrari alla volontà di Dio. Viceversa l’uomo si rende puro quando lascia attecchire nel suo cuore pensieri e propositi buoni, conformi alla volontà di Dio. Per evitare l’impurità che guasta la nostra personalità rendendola egoista e seguire la purezza che invece la fa realizzare nell’amore, dobbiamo vigilare sul nostro cuore.

Ogni giorno riceviamo numerosi messaggi ed esempi negativi dalla televisione, dai giornali, dagli altri. I nostri occhi e le nostre orecchie diventano così veicolo di cose contrarie alla volontà di Dio che scendendo nel nostro cuore possono diventare pensieri e propositi cattivi. Come possiamo disintossicarci da tutto ciò, custodendo il nostro cuore dalle passioni ingannevoli?

Nella prima e nella seconda lettura siamo esortati a nutrirci della parola di Dio, mettendola in pratica. Mosè dice agli israeliti: Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica… Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica

Giacomo dice ai cristiani: Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi.

L’antidoto per disintossicarci dalla mentalità del mondo, per nutrire il nostro cuore di pensieri puri cioè graditi a Dio, è la parola di Dio che dobbiamo ascoltare, meditare e pregare, trasformandola per noi in desiderio, come ha fatto la Madonna nella risposta all’angelo. Cioè dobbiamo desiderare tutto quello che dio desidera per noi. Se faremo questo, allora la grazia di Dio opererà speditamente nella nostra vita.

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22 agosto 2021 – XXI domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gs 24,1-2.15-17.18b  – Salmo responsoriale: Sal 34 – 2lettura: Ef  5,21-32  – Vangelo: Gv 6,60-69.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
Parola del Signore

Omelia
Con il vangelo di oggi si conclude il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, che ci ha accompagnato in queste domeniche. Domenica scorsa, poiché è coincisa con la solennità dell’Assunta, è stato letto un vangelo proprio, e quindi è stato omesso una parte del discorso di Gesù. Per avere una visione completa del discorso di Cafarnao è bene leggere anche questa parte che è stata omessa, e che trovate in Gv 6,52-59. Abbiamo ascoltato le domeniche scorse che i Giudei non vogliono credere alle parole di Gesù. Oggi ascoltiamo che anche tra i suoi discepoli ci sono molti che non credono. La fede, come abbiamo detto altre volte, è un dono di Dio. Non è qualcosa che possiamo comprare o ottenere con i mezzi umani. E’ un dono di Dio che vuole fare a tutti, ma non tutti sono disponibili ad accoglierlo. Quelli che ricevono il dono della fede credono alla parola di Gesù. La fede dunque si manifesta con l’accoglienza della parola di Gesù. Vediamo che Gesù prende atto che molti dei suoi discepoli non credono. Ci colpisce che Gesù non utilizza nessuna strategia per spingere questi discepoli a credere. Avrebbe potuto rivedere il suo discorso, magari modificare quello che risultava più difficile da accettare. Se Gesù avesse agito così, li avrebbe ingannati e condotti alla rovina, perché non avrebbe più proposto la parola di Dio nella sua integrità, ma una parola umana modellata sui gusti degli ascoltatori. Una parola così, può gratificare quelli che l’ascoltano, ma non li salva. Da questo comportamento di Gesù deduciamo che quegli evangelizzatori, che smussano, cambiano, adattano, la parola di Dio per farla accettare anche a quelli che non vogliono credere, perché sono chiusi a Dio, stanno ingannando sé stessi e quelli che li seguono. Innanzitutto ingannano sé stessi. All’inizio ottengono consenso e seguito, assemblee di fans che pendono dalle loro labbra, ma a lungo andare questa folla si scioglierà come neve al sole. Ingannano poi quelli che vogliono convertire perché non li portano al Gesù Cristo vero, quello morto e risorto, ma ad un Gesù Cristo plasmato a propria immagine e somiglianza che nei momenti di difficoltà svanisce come un sogno al risveglio.

Gesù dunque non trattiene i discepoli che non vogliono credere, e non cambia di una virgola il suo discorso, perché è parola di Dio che salva. Invece sollecita i Dodici, che sono il gruppo dei discepoli più intimi, a prendere una decisione. Anche nella prima lettura abbiamo ascoltato Giosuè che sollecita gli israeliti a prendere una decisione. Devono scegliere se vogliono servire gli idoli, oppure il Signore. Gli israeliti rispondono: Noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio. L’uomo che parla nel salmo ha già preso la decisione di servire il Signore, poiché si impegna a fare della sua vita una lode e una benedizione al Signore, cioè a raccontare le sue opere di salvezza:
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.

Alla domanda di Gesù ai Dodici: Volete andarvene anche voi?, Pietro a nome di tutti risponde con una professione di fede in Gesù: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio. Con la professione di fede Pietro accoglie e crede tutto quello che Gesù ha detto nel suo discorso sul pane di vita. La fede, come dicevamo, è dono di Dio e si manifesta nell’accoglienza della sua parola. E’ molto importante fare questa specificazione, perché alcuni pensano di avere fede solo perché si commuovono al pensiero di Gesù, della Madonna e dei santi, o anche perché dicono le preghiere tutte le sere, poi magari nelle decisioni da prendere seguono la mentalità corrente. Il sentimento e le preghiere fanno parte dell’espressione della fede ma non sono la parte principale, che consiste nella conoscenza e nell’accoglienza della parola di Dio.

Ci sono diversi momenti della vita della chiesa in cui siamo sollecitati a prendere una decisione per Gesù. Penso a tutte le volte che rinnoviamo le promesse battesimali, quando rinunciamo a satana e alle sue opere e facciamo la nostra professione di fede. Oltre a ciò ogni giorno dobbiamo prendere una decisione se vogliamo stare con il Signore Gesù oppure vogliamo fare di testa nostra. Il salmo presentava due vie, quella dei giusti, e quella dei malvagi. I giusti secondo la Bibbia sono quelli che si fidano di Dio e obbediscono alla sua parola, i malvagi sono quelli che vogliono vivere facendo a meno di Dio. Dobbiamo sapere che la via dei giusti che seguono il Signore è impegnativa, ma conduce alla vita, la via dei malvagi è molto facile perché fanno quello che vogliono, ma conduce alla morte. Per noi cristiani la via di Dio come ce l’ha insegnata Gesù Cristo è la via dell’amore, la via contraria è quella dell’egoismo. Quindi ogni giorno, nei pensieri, nelle parole, nelle azioni da fare, dobbiamo scegliere quale via vogliamo seguire. A questa scelta sono sollecitati soprattutto gli sposi cristiani, in quanto sacramento dell’unione di Gesù con la chiesa.

L’apostolo ha davanti un modello sociale di famiglia in cui la moglie è sottomessa al marito, per questo nel suo discorso esorta le mogli a stare sottomesse ai mariti, ma dopo aver premesso l’esortazione a stare sottomessi gli uni gli altri nel Signore. Poi esorta i mariti ad amare le proprie mogli come Gesù ha amato la chiesa. Se riflettiamo con attenzione, è richiesto di più ai mariti che alle mogli. Sì, le mogli devono stare sottomesse, ma i mariti devono amare le mogli come Gesù ha amato la chiesa, quindi mettendosi al loro servizio. Infatti Gesù Cristo ha amato e ama la chiesa donando la sua vita per essa.

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8 agosto 2021 – XIX domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Re 19,4-8 – Salmo responsoriale: Sal 34 – 2lettura: Ef  4,30-5,2  – Vangelo: Gv 6,41-51.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Parola del Signore

Omelia
Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato… Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. I Giudei non credono che Gesù sia il pane disceso dal cielo perché non hanno la fede. La fede è un dono di Dio il quale, come ci sta rivelando Gesù, opera in modo impercettibile e indicibile nel cuore degli uomini per istruirli e attirarli al Figlio suo Gesù. Questa opera interiore e invisibile di Dio giunge alla luce mediante la predicazione della parola di Dio da parte di Gesù prima e della chiesa dopo. Chi si lascia interiormente ammaestrare da Dio, quando sente la sua parola la accoglie con fede e crede in Gesù suo Figlio. Chi invece interiormente è chiuso a Dio, non accoglie nemmeno la sua parola. La fede è un dono di Dio che richiede l’accoglienza da parte dell’uomo. Se i Giudei non credono ciò dipende dal fatto che sono chiusi all’opera di Dio.

Coloro che si lasciano ammaestrare da Dio mediante la fede credono a quello che Gesù dice di sé stesso: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Gesù è il pane vivo disceso dal cielo in quanto viene a rivelare in pienezza Dio Padre e quindi bisogna nutrirsi di lui accogliendo con fede la sua parola. Chi crede in Gesù, in tutto quello che ha rivelato di Dio, quello che ha insegnato e comandato, quello che ha promesso, diventa partecipe della vita eterna: In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Nel vangelo di oggi, Gesù, dopo essersi presentato come pane vivo disceso dal cielo, in quanto rivelatore di Dio, promette di donare come pane la sua carne offerta per la salvezza del mondo:  Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Con queste parole allude alla santa eucaristia, in cui sotto le specie del pane e del vino, Gesù si rende presente con la sua carne umana immolata per noi sulla croce.

Nell’Antico Testamento ci sono diversi episodi che contengono immagini dell’eucaristia che Gesù avrebbe donato alla sua chiesa. Uno di questi è quello raccontato nella prima lettura di oggi. Come la focaccia e l’acqua nutrono il profeta nel suo cammino verso il monte di Dio, così la santa eucaristia nutre noi cristiani sulla terra dove siamo in cammino verso la patria del cielo.

Il Vangelo e la prima lettura ci parlano di quello che Dio fa per noi, il salmo e la seconda lettura ci dicono quello che dobbiamo fare per corrispondere a Dio. L’atteggiamento fondamentale per accogliere il dono della fede da parte di Dio è la povertà di spirito, di cui si parla nel salmo di oggi:
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino…
Questo povero grida e il Signore lo ascolta…

La povertà di spirito include diversi atteggiamenti, che si possono riassumere nella disponibilità a Dio. Gesù proclama: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Nella seconda lettura l’apostolo ci mostra come dobbiamo mettere a frutto la parola di Dio e la santa eucaristia di cui ci nutriamo: Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità. Visto che Dio si è manifestato in Gesù Cristo, dobbiamo amare nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. La carità riguarda tantissimi atteggiamenti, ma in questo caso l’apostolo si sofferma sulla benevolenza e la misericordia: Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Nutrendoci della parola di Gesù che ci converte e ci dà le motivazioni di fondo, e della santa eucaristia che ci dà la forza, noi siamo assimilati a Gesù e impariamo a vivere come lui.

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Domenica 1 agosto 2021 – XVIII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Es 16,2-4.12-15 – Salmo responsoriale: Sal 77 – 2lettura: Ef 4,17.20-24 – Vangelo: Gv 6,24-35.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbi, quando sei venuto qua?».

Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».

Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mose che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
Parola del Signore

Omelia
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna. Con queste parole Gesù incomincia un discorso che la liturgia, suddividendolo in brani, ci presenterà per intero nelle domeniche seguenti. E’ conosciuto come il discorso nella sinagoga di Cafarnao, dove Gesù lo tenne, o anche come discorso del pane della vita.

Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna. Gesù risponde così alla folla che lo cerca dopo la moltiplicazione dei pani, perché non ha compreso il significato di quello che ha fatto. La folla ha compreso che Gesù è un profeta, ma lo cerca non per mettersi in ascolto della parola di Dio e per credere in lui, quale inviato di Dio, ma per poter usufruire ancora di un’altra moltiplicazione dei pani. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che il Signore per sfamare gli israeliti nel deserto fa piovere pane dal cielo. Durante il cammino dell’esodo il Signore ha compiuto diversi prodigi per fornire cibo e bevanda agli israeliti, affinché comprendessero che l’uomo non vive solo di ciò che sazia lo stomaco, ma l’uomo vive soprattutto della parola di Dio. E comprendendo ciò si legassero a lui e si mettessero in ascolto obbediente della sua parola.

Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna. Il cibo che non dura è il cibo che nutre lo stomaco. Non dura perché, se non viene consumato, col tempo si corrompe. E alla fine si corromperà anche il nostro corpo che si è nutrito di questo cibo. Il cibo che rimane per la vita eterna è il pane di Dio, che non è una cosa ma una persona: Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. Il pane di Dio è Gesù Cristo che si dona a noi in cibo come parola e come eucaristia. Nella prima parte del suo discorso Gesù si presenta come pane della vita in quanto parola di Dio, nella seconda parte come pane della vita in quanto eucaristia. Noi abbiamo bisogno di Gesù Cristo, perché in noi c’è una fame e una sete che non è di cibo o di bevanda, ma di dare un senso alla nostra vita, di essere amati e perdonati, accettati così come siamo, di vivere felici e senza fine. Questa sete e questa fame sono state poste in noi da Dio stesso, perché seguendole ci mettessimo sulle sue tracce. Il demonio che si propone di guastare le opere di Dio, facendo leva su questa sete e questa fame ci spinge verso il piacere, il possesso e il potere e il successo. Ma queste cose non possono mai soddisfare la fame e la sete di verità, di amore e di vita, che sono in noi, perché solo Dio può appagarle. Per questo Dio ha mandato Gesù Cristo, il quale dice: chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna. Con queste parole Gesù non ci vuole certamente dire che non dobbiamo darci da fare con il lavoro per procurarci il pane quotidiano, e tutto quello che ci occorre per condurre una vita dignitosa e decorosa. Ma ci vuole dire che la nostra vita non deve essere impostata principalmente e totalmente in questo impegno. Se impostiamo la vita così, Gesù dice in un passo del vangelo di Matteo che non c’è alcuna differenza tra noi e i pagani che non conoscono Dio. Perciò ci consiglia: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Queste parole esprimono lo stesso concetto di quelle del vangelo di oggi: Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna. Quindi noi che ci chiamiamo cristiani e  diciamo di credere in lui, dobbiamo impostare la nostra vita cercando principalmente e totalmente Gesù Cristo, che si dona a noi in cibo come parola e come eucaristia. Ogni volta che partecipiamo alla messa Gesù ci nutre di sé stesso con la parola e l’eucaristia. Affinché la nostra partecipazione alla messa sia più fruttuosa, abbiamo bisogno quotidianamente di leggere e meditare la Scrittura, e di fare una visita al SS. Sacramento dell’Eucaristia. L’adorazione eucaristica mensile e la lectio divina settimanale nella nostra comunità hanno lo scopo di esercitarci in questo rapporto personale con Gesù, parola ed eucaristia. Solo se ci nutriamo di Gesù, potremo vivere autenticamente il battesimo. Nel battesimo siamo stati spogliati dell’uomo vecchio, che si lascia dominare dalle passioni ingannevoli, che cioè promettono una felicità che non possono dare, e siamo stati rivestiti dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. L’uomo nuovo a cui dobbiamo somigliare è Gesù Cristo. Solo vivendo in lui e come lui, troveremo quella pace e serenità che cerchiamo, perché ci realizziamo secondo il progetto di Dio.

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25 luglio 2021 – XVII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: 2Re 4,42-44 – Salmo responsoriale: Sal 144 – 2lettura: Ef  4,1-6  – Vangelo: Gv 6,1-15.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 

Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 

Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. 
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. 

E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
Parola del Signore

Omelia
Abbiamo ascoltato domenica scorsa che Gesù, dopo essersi commosso per la folla che lo cercava, si mise ad insegnare loro molte cose. Oggi ascoltiamo che Gesù per sfamare questa folla moltiplica i pani e i pesci. Prima di fare il miracolo Gesù fa constatare a due dei suoi discepoli che era impossibile in quel momento procurarsi i pani per quella folla. L’evangelista dice che erano circa cinquemila uomini. Un altro evangelista dice che era cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini. Filippo risponde a Gesù: Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo. Andrea gli fa sapere: C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente? Non hanno i soldi e i pochi pani a loro disposizione sono una goccia in un oceano. A questo punto interviene Gesù a compiere il miracolo moltiplicando i cinque pani e i due pesci.

Abbiamo ascoltato nella prima lettura che anche il profeta Eliseo aveva compiuto un miracolo simile durante una carestia in Israele. Ma tra il miracolo di Eliseo e quello di Gesù c’è una grande sproporzione. Quello moltiplicò venti pani d’orzo per cento persone, Gesù cinque pani d’orzo per cinquemila persone, quello agì richiamandosi alla parola di Dio, Gesù senza far questo in quanto è egli stesso la parola di Dio.

I miracoli alimentari di Gesù sono caratterizzati dall’abbondanza. A Cana di Galilea Gesù cambiò in vino l’acqua di sei giare contenenti ciascuna due o tre barili, quindi una quantità enorme di vino. Ora moltiplica i pani e i pesci per una folla numerosa e dei pezzi avanzati vengono riempite dodici canestri. I profeti avevano preannunciato che uno dei segni dell’epoca del Messia sarebbe stata l’abbondanza. La gente coglie il segno compiuto da Gesù, perché dicevano: Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo! Ma invecedi mettersi in ascolto di Gesù, e quindi di Dio, per conoscere la sua salvezza, scelgono da sé stessi come dovrà salvarli, cioè facendosi loro re. Gesù che è venuto a realizzare la salvezza degli uomini secondo la volontà di Dio e non secondo quello che vogliono gli uomini, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Con il miracolo della moltiplicazione dei pani Gesù manifesta la provvidenza di Dio che, come dice il Salmo, si prende cura di tutte le creature: Tu apri la tua mano/e sazi il desiderio di ogni vivente. Purtroppo non abbiamo la percezione di questa continua provvidenza di Dio nei nostri riguardi, se non nei momenti di difficoltà, quando dopo aver gridato a lui sperimentiamo il suo aiuto. Siccome Dio si relaziona con noi mediante la sua parola, con questo miracolo Gesù vuole farci comprendere che noi non viviamo solo di pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Infatti se la parola di Dio ci dona il cibo quando non possiamo ottenerlo con i nostri mezzi, questo significa che anche quando sembra che ci procuriamo il cibo con le nostre forze è Dio in realtà che ce lo elargisce, donandoci la salute e la forza per procurarcelo. Con questo miracolo Gesù ci insegna che la provvidenza di Dio agisce servendosi degli uomini di buona volontà che condividono i loro beni con gli altri, in questo caso il ragazzo che mise a disposizione della gente i cinque pani e due pesci. Davanti alle necessità dei fratelli dobbiamo comportarci allo stesso modo. Anche se ci sembra poco quello che abbiamo, non dobbiamo aver paura di condividerlo. A moltiplicarlo ci penserà il Signore. Tra il popolo cristiano si raccontano tanti episodi di moltiplicazione dei pani, in cui alla fine il poco che si possedeva, una volta condiviso, è bastato ed è avanzato. Come, nessuno lo sa spiegare. Nella seconda lettura l’apostolo esorta noi cristiani, che formiamo in Cristo un solo corpo mediante lo Spirito Santo, a conservare quest’unità invisibile generata dallo Spirito Santo mediante il vincolo della pace. Per edificare la pace bisogna relazionarsi con i fratelli con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore. In una parola dobbiamo far nostri gli atteggiamenti di Gesù Cristo, o meglio è Gesù che ci deve assimilare a sé. Questo egli lo fa quando, con cuore sinceramente convertito, ci accostiamo alla santa eucaristia. Il pane moltiplicato per la folla è segno del pane eucaristico, che Gesù continua a moltiplicare per noi in ogni messa sino alla fine del mondo.

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18 luglio 2021 – XVI domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 23,1-6 – Salmo responsoriale: Sal 23 – 2lettura: Ef  2,13-18  – Vangelo: Mc 6,30-34.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. 

Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Parola del Signore

Omelia
Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore. I pastori c’erano ma, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, non si prendevano cura delle pecore. Dio allora prometteva di prendersi cura personalmente delle sue pecore: Radunerò io stesso il resto delle mie pecore. E spiegava come intendeva prendersi cura delle sue pecore, cioè mediante un discendente di Davide, il futuro Messia:

Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore –
nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto,
che regnerà da vero re e sarà saggio
ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.

Dio realizza questa promessa in Gesù Cristo, Figlio suo e Figlio di Davide secondo la carne, che è venuto a radunare le pecore di Dio da tutti i popoli della terra. Gesù raduna le pecore di Dio con il suo insegnamento. La prima cosa che Gesù si preoccupa di fare per la folla non è di moltiplicare i pani, cosa che farà dopo, né di fare miracoli, ma di insegnare loro molte cose. L’insegnamento di Gesù è parola di Dio, che svela il mistero di Dio e il mistero della vita umana. La folla è formata da quelle persone che simpatizzano per Gesù ma ancora non hanno preso la decisione di seguirlo come discepoli. Con l’insegnamento innanzitutto Gesù cerca di attirare a sé la folla perché diventino suoi discepoli e si pongano sotto la sua guida. Dall’insegnamento di Gesù accolto con disponibilità scaturisce la fede in lui, Figlio di Dio. Solo quando uno crede all’insegnamento di Gesù, diventa pecora del suo gregge. Infatti Gesù dice nel vangelo di Giovanni: Le mie pecore ascoltano la mia voce. Si tratta sempre dell’ascolto fecondo che porta a mettere in pratica quello che si è ascoltato. Alle pecore di Dio che credono in lui Gesù dona il perdono dei peccati e lo Spirito Santo, che sono i frutti della sua pasqua. Nella seconda lettura l’apostolo, riferendosi alla pasqua di Gesù diceva che egli è venuto ad eliminare l’inimicizia tra gli uomini e Dio e per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Gesù dunque raduna le pecore di Dio con l’insegnamento, il perdono dei peccati e  il dono dello Spirito Santo nella chiesa. Ma il primato spetta all’insegnamento, infatti se non si accoglie l’insegnamento, non si può ricevere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo. Gesù è l’unico pastore delle pecore di Dio. Quelli che nella chiesa vengono chiamati pastori, sono solo rappresentanti dell’unico pastore, chiamati da lui a pascere le sue pecore con il suo insegnamento.

Purtroppo come c’erano nell’Antico Testamento cattivi pastori, che invece di pascere il popolo di Dio, pascevano sé stessi, e invece di condurlo a lui, lo allontanavano, così anche nel Nuovo Testamento ci sono cattivi pastori che disperdono le pecore di Dio. I cattivi pastori sono tali, o perché non vivono la parola di Dio che insegnano, e quindi danno una cattiva testimonianza, o perché adulterano la parola di Dio con opinioni umane, o la tacciono del tutto. Quando si è davanti a pastori che annunciano la parola di Dio ma non la vivono, è sempre possibile seguire il suggerimento di Gesù: Fate quello che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere. Ma quando si è davanti a pastori che adulterano la parola di Dio o omettono di annunciarla, che cosa possono fare le persone dal cuore semplice? Guardare alla loro vita? Ma se un pastore non si fa scrupolo di adulterare la parola di Dio o di tacerla, come si può pensare che abbia una vita esemplare? Per ovviare a questi pericoli, bisogna far riferimento direttamente a Gesù, cioè al suo insegnamento. Per questo non mi stancherò di esortarvi a leggere le Scritture e il Catechismo della chiesa cattolica. Per noi cattolici la parola di Dio è parte scritta e parte orale. Quella scritta è contenuta nelle Scritture, quella orale nella Tradizione della Chiesa. Il Catechismo della chiesa cattolica contiene una sintesi delle verità di fede contenute nella Scrittura e nella Tradizione. Se faremo riferimento direttamente a Gesù, allora non ci guida don Luigi, don Marco, ecc. ecc., ma Gesù. E quando don Luigi e don Marco parlano, sapremo discernere se insegnano a nome di Gesù o a nome proprio, se fanno il loro dovere di pastori oppure lo tradiscono. Se faremo riferimento a Gesù, in alcune situazioni difficili non saremo sballottati qua e là alla ricerca della volontà del Signore, in balia dell’opinione di questo o di quell’altro sacerdote. Se faremo riferimento a Gesù, nessuno scandalo nella chiesa potrà scuoterci. Anche se sentissimo dire che il papa si è trovato una fidanzata, non saremo turbati, perché la nostra fede è fondata sulla roccia che è Gesù Cristo. Come il Salmista vivremo su questa terra con serenità e sicurezza, perché sperimentiamo che il Signore ci guida, si prende cura di noi e ci difende, e ci conduce ai pascoli della vita eterna.

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11 luglio 2021 – XV domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Am 7,12-15 – Salmo responsoriale: Sal 85 – 2lettura: Ef 1,3-14  – Vangelo: Mc 6,7-13.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 

Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
Parola del Signore

Omelia
Gesù manda in missione i Dodici una prima volta, mentre egli è ancora vivente su questa terra, e una seconda volta dopo la sua risurrezione. Nella prima missione, come sappiamo dal vangelo di Matteo, i Dodici sono mandati solo agli israeliti, nella seconda missione a tutti i popoli della terra. I Dodici sono la chiesa nascente attorno a Gesù. Ma sono anche coloro che Gesù porrà come guide della sua chiesa, destinata ad accogliere tutti i popoli della terra. Quindi la missione dei Dodici oggi riguarda tutti i cristiani che formano la chiesa, e in modo particolare, coloro che guidano la chiesa come successori dei Dodici, il papa, i vescovi, e i sacerdoti loro collaboratori. Gesù ci chiama per essere suoi discepoli, per imparare da lui, e ci manda come apostoli ad annunciare quello che abbiamo imparato. I primi cristiani erano consapevoli di questa responsabilità e non perdevano occasione per annunciare il vangelo del regno di Dio.

Nell’atto di inviare i Dodici, Gesù dà loro tre regole comportamentali, che valgono anche per noi. Innanzitutto: non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura;   poi: Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì; infine: Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro. Se prendiamo alla lettera queste regole, ci rendiamo ridicoli. Questo è il segno che non vanno prese alla lettera ma a senso.

Con la prima regola Gesù comanda a noi discepoli di non preoccuparci eccessivamente di cosa mangeremo e di cosa indosseremo ma di confidare nella provvidenza di Dio. Nella maggior parte dei casi gli uomini impostano la vita preoccupandosi nelle loro attività quotidiane del cibo e del vestito. Non si tratta di preoccupazioni cattive, ma sarebbe sbagliato se impostassimo la nostra vita solo su queste preoccupazioni. Gesù in un altro luogo dice: Cercate innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Se la nostra preoccupazione primaria sarà la ricerca del regno di Dio e della sua volontà, il Signore non ci farà mancare tutto quello che è necessario per condurre una vita dignitosa e decorosa. Quindi noi cristiani annunciando che bisogna cercare innanzitutto il regno di Dio, per essere credibili dobbiamo testimoniare con la vita che veramente cerchiamo il regno di Dio e per il resto confidiamo nella provvidenza di Dio.

Con la seconda regola, che Gesù nel vangelo di Matteo formula in un altro modo: Non passate di casa in casa, ci mette in guardia dalla tentazione di approfittare dell’accoglienza derivante dall’annuncio del vangelo. Noi annunciamo il vangelo non per i benefici che ne possiamo ricavare ma gratuitamente e solo per obbedire al comando del Signore.

Infine con la terza regola Gesù ci comanda di prendere le distanze da quelli che rifiutano l’annuncio del vangelo. Scuotere la polvere dai piedi era un gesto con cui si prendevano le distanze dalle persone abitanti in quel luogo, perché era reso impuro dal loro comportamento. Gli israeliti quando rientravano da un territorio abitato da pagani, scuotevano la polvere dai loro piedi. I pagani infatti in quanto adoravano gli idoli e conducevano una vita contraria alla legge di Dio, erano impuri e rendevano impuro il luogo dove abitavano. Prendendo a senso le parole di Gesù, dobbiamo far sapere a quelli che ci rifiutano come annunciatori del vangelo che con il loro comportamento stanno rifiutando la salvezza di Dio, l’unica possibile.

Con queste regole comportamentali Gesù ci insegna ad annunciare il vangelo del regno in modo da essere credibili. Gesù, conoscendo la storia biblica, sapeva bene che per i suoi discepoli sarebbe sorta la tentazione di svolgere questo compito non come una vocazione ma come una professione.

Nella prima lettura dalla disputa tra il sacerdote Amasia e il profeta Amos emerge questo contrasto. Amasia, da come parla, mostra di intendere e quindi di esercitare il sacerdozio come una professione. La sua preoccupazione principale è di compiacere il re e non di obbedire a Dio annunciando integralmente la sua parola. Perciò scaccia Amos dal santuario del regno, in quanto il profeta preannunciava il castigo del re e di quelli che lo seguivano. Amos risponde ad Amasia che egli svolge la missione di profeta solo per vocazione: Non ero profeta né figlio di profeta;/ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro./Il Signore mi prese,/mi chiamò mentre seguivo il gregge./Il Signore mi disse:/Va’, profetizza al mio popolo Israele. Quindi l’unica preoccupazione di Amos è di annunciare la parola di Dio.

Dopo aver ascoltato con quale atteggiamento dobbiamo annunciare il vangelo del regno, ci viene detto nella seconda lettura qual è lo scopo dell’annuncio: Far prendere coscienza agli uomini del progetto salvifico di Dio, portarli a corrispondere a Dio con la fede e la ricezione del battesimo. La seconda lettura è un ringraziamento a Dio per il dono del battesimo, con cui egli incomincia a realizzare in noi il suo progetto di salvezza. Lo scopo dell’annuncio è infine portare gli uomini a benedire Dio. Dal salmo comprendiamo che Dio vuole creare un’umanità in cui gli uomini si comportino come lui. Amore e verità, giustizia e pace, sono tratti del carattere di Dio e frutti dei suoi interventi. Amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno sulla terra, quando gli uomini diventeranno simili a Dio. Tutto questo Dio lo realizza mediante Gesù Cristo e mediante lo Spirito Santo, che ci è stato dato in dono nel battesimo.

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4 luglio 2021 – XIV domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Ez 2,2-5 – Salmo responsoriale: Sal 123 – 2lettura: 2Cor 12,7-10  – Vangelo: Mc 6,1-6.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Parola del Signore

Omelia
Il Signore per parlare agli uomini e per operare nella storia si è servito di altri uomini e spesso di uomini meno dotati degli altri, e lo ha fatto volutamente perché risaltasse meglio la sua potenza. Ha scelto Mosè che era timido e balbuziente, Gedeone che apparteneva ad una famiglia povera, Davide che era un pastore di pecore. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che chiama Ezechiele e lo rende profeta, cioè suo portavoce presso gli israeliti. Gli stessi israeliti con cui il Signore ha fatto alleanza erano il più piccolo e il più insignificante dei popoli del tempo. Nel salmo ascoltiamo gli israeliti che chiedono al Signore di porre fine allo scherno e al disprezzo dei superbi di cui sono oggetto. Secondo la mentalità del mondo questo popolo a confronto con le superpotenze del tempo, l’Egitto e l’Assiria, non contava nulla. Dio invece lo sceglie e lo rende strumento per realizzare il suo progetto di salvezza nella storia. Dagli israeliti nascerà Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Gesù, come sappiamo dai vangeli, era nato a Betlemme ma era cresciuto a Nazareth. Tutti lo conoscevano come nazareno.

Il vangelo di oggi racconta la visita di Gesù alla sua città. L’evangelista sottolinea da una parte l’atteggiamento dei compaesani nei riguardi di Gesù, e dall’altra l’atteggiamento di Gesù nei riguardi dei compaesani. I compaesani in un primo momento rimangono stupiti del suo insegnamento, e si domandano quale ne sia l’origine, poi, si soffermano sui suoi connotati umani, il lavoro di falegname, la madre, i fratelli e le sorelle, e trovano in lui motivo di scandalo: Ed era per loro motivo di scandalo. Nel linguaggio biblico lo scandalo è un ostacolo per credere. L’umanità di Gesù semplice e umile è un ostacolo per credere che egli sia il Cristo di Dio. Eppure i profeti avevano preannunciato che il Cristo si sarebbe comportato come i poveri del Signore, di cui si parla tanto nei Salmi. Gesù si meraviglia dell’incredulità dei compaesani: E si meravigliava della loro incredulità. Proprio il fatto che lo conoscevano bene umanamente doveva portarli a credere nell’origine divina della sua sapienza e dei suoi miracoli. Ma i compaesani non ragionano con onestà, perché hanno il cuore indurito e sono chiusi a Dio. Sappiamo che anche i discepoli, quando Gesù comincerà a parlare della passione, e poi quando lo arresteranno, troveranno in lui motivo di scandalo, e scapperanno via. Dagli scritti di Paolo sappiamo che la morte di croce di Gesù costituiva un ostacolo per molti giudei a credere che fosse il Cristo di Dio. Tutti quelli che trovano motivo di scandalo nell’umanità di Gesù semplice, umile e debole, sottoposta alla morte ignominiosa della croce, ragionano secondo gli uomini e non secondo Dio, appartengono alla categoria dei sapienti e intelligenti secondo la carne, a cui Dio ha nascosto i misteri del regno. Dio invece si è compiaciuto di rivelare i misteri del regno ai piccoli, i poveri di spirito, gli umili di cuore, che riconoscono in Gesù il Figlio di Dio.

La vicenda umana di Gesù dall’inizio alla fine è segnata dalla piccolezza, in quanto nasce in una stalla e muore sulla croce. Ma se consideriamo con onestà la sapienza e la potenza che si sono manifestati e continuano a manifestarsi da Gesù uomo, dobbiamo riconoscere che sono sovrumane. Da Gesù è venuto fuori un popolo sparso su tutta la terra. Mai nessun uomo ha influito e continua ad influire sulla vita di milioni di uomini come Gesù Cristo. Tutto questo si spiega soltanto accettando con la fede quello che egli ha proclamato di sé stesso, di essere cioè il Figlio di Dio.

Come discepoli di Gesù Cristo dobbiamo comprendere che la debolezza umana, non quella del peccato, ma quella dei disagi, della povertà, dei limiti, delle prove, della malattia, può essere occasione per la manifestazione della sua potenza. Paolo aveva chiesto al Signore di liberarlo da una esperienza umiliante non meglio precisata, che egli chiama spina nella carne. Il Signore gli risponde che quel disagio sarà l’occasione per manifestare in lui la sua potenza. Istruito da questa risposta del Signore, Paolo in seguito dirà che in certe situazioni nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare.

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27 giugno 2021 – XIII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Sap1,13-15; 2,23-24 – Salmo responsoriale: Sal29 – 2lettura: 2Cor 8,7.9.13-15  – Vangelo: Mc5,21-43.

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.

E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

Stava ancora parlando, quando [dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 

Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talitàkum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.
Parola del Signore

Omelia
Tutte le volte che Gesù compie miracoli vuole che la cosa resti riservata, perché teme che la gente possa fraintendere la sua missione. Gesù è venuto sulla terra per portare il regno di Dio. Ma siccome Dio non si vede, e noi per credere abbiamo bisogno di segni, compie i miracoli per avvalorare quello che annuncia. I miracoli mostrano che il regno di Dio è davvero in mezzo a noi. Tra Dio e i miracoli, dovrebbe essere chiaro che Dio è più importante. La comunione con Dio è più importante dei benefici che Dio ci dona. Tuttavia non sempre si riesce a fare questa valutazione. Così quando Gesù vede che la gente lo cerca solo per i miracoli, si nasconde e si reca altrove.

In questo passo del vangelo vediamo che Gesù tiene un comportamento diverso, poiché fa di tutto affinché venga reso pubblico quello che è avvenuto nel nascondimento. Perché Gesù si comporta così? Egli vuole far conoscere la fede della donna che diceva tra sé: Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata. Questa donnacrede che toccando anche solo le vesti di Gesù sarà guarita. E così accade. Gesù anche altre volte mette in evidenza la fede di quelli che sono andati da lui. Del centurione dice: In verità vi dico che non ho trovato in Israele una fede così grande. Alla donna cananea dice: Donna, davvero grande è la tua fede!  Dunque Gesù vuole che la fede di questa donna sia conosciuta da tutti. La fede ha un aspetto interiore, in quanto parte dal nostro cuore, e un aspetto pubblico, quando manifestiamo agli altri quello che crediamo. L’aspetto pubblico della fede non è un optional ma ci viene richiesto da Gesù, come comprendiamo da questo episodio evangelico. La fede quando è autentica è contagiosa, nel senso che aiuta gli altri a credere. Più è autentica e più è contagiosa, meno è autentica, meno è contagiosa.

L’altro episodio ci insegna che Gesù non solo ha potere sulle malattie ma anche sulla stessa morte. Il capo della sinagoga, Giairo, è andato da Gesù per chiedergli di venir a guarire la sua figlioletta gravemente ammalata. Mentre Gesù sta andando con lui, vengono a dire a Giairo: Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro? Quelli che parlano così pensano che Gesù non possa fare nulla dinanzi alla morte. Gesù invece incoraggia Giairo dicendogli: Non temere, soltanto abbi fede! Giairo si fida di Gesù che risuscita la sua figlioletta.Gesùdimostra di avere potere sulla morte. Abbiamo ascoltato nella prima lettura che la morte non è un prodotto di Dio, il quale ha creato tutte le cose per l’esistenza e chiama l’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, all’incorruttibilità. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Il libro della Sapienza intende per morte quella del peccato che ci separa da Dio. Questa è la vera morte, di cui quella fisica è solo una conseguenza. Dice san Agostino in un suo sermone che noi abbiamo terrore della morte fisica e siamo noncuranti davanti a quella del peccato. Invece, se fossimo davvero credenti, dovremmo temere soprattutto la morte del peccato. Gesù è venuto a liberarci principalmente dalla morte del peccato. Tuttavia durante la sua missione compie tre miracoli di risurrezione: risuscita la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e l’amico Lazzaro. Sono miracoli dimostrativi con cui Gesù è come se dicesse: vedete io ho potere sulla morte, e potrei risuscitare tutti i morti e farli ritornare a questa vita. Ma non è questa vita che io voglio donarvi. Questa vita terrena è destinata a finire. Io voglio donarvi la vita vera, la vita di Dio, che è eterna. Difatti la figlia di Giario, risuscitata, poi è morta di nuovo, e così il figlio della vedova di Nain e l’amico Lazzaro, perché questa vita è destinata a finire. Con i miracoli di risurrezione Gesù vuole dirci: io ho potere sulla morte, quindi fidatevi di me quando vi prometto la vita eterna. L’episodio della figlia di Giairo ci deve far riflettere anche su un’altra cosa. Giairo si è rivolto a Gesù, che sta andando con lui a casa. Sua figlia è grave, e dopo che si è rivolto a Gesù, la figlia muore. A volte alcuni si rivolgono al Signore nelle difficoltà, e succede che le difficoltà peggiorano. Come è possibile che avvenga ciò? Signore, ti ho chiesto aiuto, e tu invece di aiutarmi, lasci che la situazione peggiori? In queste situazioni la nostra fede è messa a dura prova. Il demonio ci parla con la voce di quelle persone che dicono a Giairo: Non disturbare il maestro. Gesù invece ci dice: Soltanto abbi fede! Non dobbiamo smettere di pregare e credere, perché niente è impossibile a Dio. Anche la morte, sappiamo che non è la fine di tutto per quelli che muoiono nel Signore. Per tutte le altre situazioni difficili e apparentemente senza soluzione, il Signore è capace di aprire prospettive inimmaginabili per quelli che confidano in lui.

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20 giugno 2021 – XII domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gb 38,1.8-11 – Salmo responsoriale: Sal 107 – 2lettura: 2Cor 5,14-17  – Vangelo: Mc 4,35-41.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 

Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore

Omelia
Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono? I discepoli avevano visto Gesù scacciare demoni e guarire malati ma non gli avevano ancora visto comandare al vento e al mare in tempesta. Quando sentono Gesù comandare al vento e al mare: Taci, calmati! E così accade,sono presi da timore, quel timore che assale gli uomini spettatori di una manifestazione di Dio. I discepoli, da israeliti, sanno bene che solo il Dio d’Israele può comandare al vento e al mare.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato Dio che parla del mare come un bambino a cui ha dato delle regole e ha posto dei limiti.  E nel salmo i naviganti in angoscia a causa di una tempesta si rivolgono al Signore il quale interviene a liberarli calmando il mare: Nell’angustia gridarono al Signore,/ed egli li fece uscire dalle loro angosce./La tempesta fu ridotta al silenzio,/tacquero le onde del mare. 

Quando vedono Gesù che calma il vento e il mare con la sua parola, sono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono? Vedono che Gesù, il loro maestro, con cui fanno vita comunitaria, ha lo stesso potere del Dio d’Israele. In seguito gli vedranno risuscitare i morti, la figlia del capo della sinagoga, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro. Sarà Gesù stesso a sollecitarli a prendere coscienza della sua identità, domandando loro: Voi chi dite che io sia? E Pietro darà la risposta della fede: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Nonostante ciò, la loro fede è maturata solo dopo la risurrezione e ascensione di Gesù al cielo. La familiarità con Gesù di Nazareth era per loro un ostacolo a credere che fosse il Dio d’Israele. Quando Gesù con l’ascensione si sottrae definitivamente alla vista dei discepoli, questa apparente lontananza permetterà loro di valutare meglio tutte le esperienze che avevano fatto con lui e di rafforzarsi nelle fede che egli è davvero il Figlio di Dio. Paolo si riferisce nella seconda lettura proprio a questo: Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Noi abbiamocreduto in Gesù grazie alla testimonianza dei primi discepoli, che sono stati con lui. Questa testimonianza è custodita e trasmessa nella chiesa. Tuttavia anche noi come loro abbiamo bisogno di crescere e di maturare nella fede. Questo episodio evangelico è pertanto un’immagine della chiesa e della nostra vita di cristiani pellegrini nel mondo. Il vento e il mare agitato evocano le prove che si abbattono sulla chiesa e su ciascuno di noi. La tranquillità di Gesù che dorme a poppa sul cuscino è segno che egli tiene in pugno la situazione. Se noi crediamo in lui non dobbiamo aver paura, perché non ci potrà capitare nulla che gli sia sfuggito di mano e per cui sia impotente. Sappiamo che niente è impossibile a Dio. Se confidiamo in lui, sappiamo che tutto quello che ci capita o è voluto o è permesso per la nostra salvezza eterna. Egli può liberarci quando vuole e come vuole. Se non ci libera, ci sta chiedendo di partecipare alla sua croce. Se vuole che ritorniamo a lui con la morte, anche allora non dobbiamo aver paura, perché egli ha il potere di donarci una vita nuova. La nostra fede in Gesù cresce e matura proprio attraverso le prove e le difficoltà della vita. Queste possono metter in  luce che stiamo facendo progresso, oppure come è capitato ai discepoli che abbiamo ancora bisogno di crescere. La paura dei discepoli è segno che ancora non credono nella potenza di Gesù e non si fidano abbastanza del suo amore. Difatti lo rimproverano: Maestro, non t’importa che siamo perduti? Tutte le volte che nelle difficoltà ci lamentiamo con il Signore e lo rimproveriamo è segno che ancora dobbiamo crescere nella fede in lui.

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13 giugno 2021 – XI domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Ez 17,22-24  – Salmo responsoriale: Sal 92 – 2lettura: 2Cor 5,6-10  – Vangelo: Mc 4,26-34.

Dal vangelo secondo Marco.

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme ger­moglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene semi­nato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Parola del Signore

Omelia
Gesù parla del regno di Dio servendosi di parabole che possiedono un linguaggio chiaroscuro. Quando ascoltiamo una parabola comprendiamo subito il racconto ma non sappiamo a cosa si riferisca. Le parabole hanno bisogno di una spiegazione da parte di Gesù, il quale in privato spiega ogni cosa ai suoi discepoli. Gesù parla alle folle in parabole, perché come dice altrove, ad esse non è dato conoscere i misteri del regno. La gente che compone le folle non è interessata all’insegnamento di Gesù. Se fosse interessata, gli farebbe domande come fanno i discepoli e Gesù sarebbe felicissimo di dare la spiegazione. Tuttavia con le parabole, sebbene in modo oscuro, Gesù comunica anche alle folle qualcosa del regno di Dio, forse per stimolarle alla ricerca.

L’evangelista non ha riportato la spiegazione di queste due brevi parabole, perché la prima si comprende a partire dalla parabola del seminatore, già spiegata da Gesù, la seconda a partire dal brano di Ezechiele riportato nella prima lettura.

Gesù Cristo è il regno di Dio che ci raggiunge mediante il seme della parola di Dio. Durante la sua vita terrena è Gesù stesso a seminare la parola di Dio, dopo la sua ascensione sarà seminata dai discepoli, e quindi dalla chiesa. Con la prima parabola Gesù dice che il seme una volta seminato ha una forza intrinseca di crescita e di produrre frutto: Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme ger­moglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Pensiamo alla semina fatta da Gesù che ha attirato attorno a lui quegli uomini che hanno accolto la parola di Dio, e così sono diventati suoi discepoli. Pensiamo alla semina che i discepoli, su comando di Gesù, hanno fatto nel loro tempo, andando in tutto il mondo allora conosciuto, quanti nuovi discepoli ha attirato a Gesù. La parola di Dio quando viene seminata trova sempre qualcuno disponibile ad accoglierla. Per questo Dio dice, per bocca di Isaia, che non ritorna mai a lui senza aver prodotto ciò per cui l’ha mandata. E anche se molti non sono interessati alla parola di Dio, perché sono o come la strada o come il terreno sassoso o come il terreno con le spine, c’è sempre una percentuale di uomini di buona volontà pronti ad accogliere la parola di Dio con cuore sincero. I frutti più autentici della parola di Dio sono i santi di ogni generazione. Come dice il veggente dell’Apocalisse, i santi sono una moltitudine immensa che nessuno può contare. Dunque con la prima parabola Gesù ci incoraggia a seminare la parola di Dio, consapevoli che l’efficacia non dipende da noi ma è insita in essa.

Con la seconda parabola Gesù si richiama alla profezia di Ezechiele, letta nella prima lettura di oggi. Il piccolo ramoscello trapiantato diventa un cedro grandioso: Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. La piccolezza dell’inizio non lasciava presagire affatto la grandezza della fine. Il piccolo granellino di senape produce la pianta più grande dell’orto. Il regno di Dio all’inizio appare piccolo e insignificante. Pensiamo a Gesù e al piccolo gregge che lo seguiva, e guardiamo che cosa è venuto fuori: l’albero della chiesa che accoglie tra i suoi rami credenti di tutti i popoli della terra. Pensiamo al regno di Dio dentro di noi, con quanta fatica, progressi e regressi, Gesù Cristo viene formato in noi. A volte abbiamo la sensazione che non cambieremo mai, saremo sempre immersi nei peccati. Questo è un pensiero di sfiducia che viene dal maligno. Il salmo invece dice che ciascuno di noi se pone le radici in Dio, nutrendosi della sua parola, diventerà come un albero rigoglioso e ricco di frutti nella casa del Signore.

L’apostolo nella seconda lettura ricorda alcuni desideri che devono animare la nostra vita di cristiani: il desiderio di stare con il Signore nella visione del paradiso: preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore, e il desiderio di essere a lui graditi: sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Questi due desideri sono strettamente legati, infatti solo piacendo al Signore potremo anche stare presso di lui per sempre.

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14 febbraio 2021 – VI Domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Lv 13,1-2.45-46 – Salmo responsoriale: Sal 31 – 2lettura: 1Cor 10,31-11,1 – Vangelo: Mc 1,40-45.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Parola del Signore

Omelia
Se vuoi, puoi purificarmi! Questo lebbroso è sicuro che Gesù può purificarlo dai peccati e conseguentemente guarirlo dalla lebbra. C’era infatti la convinzione radicata nella cultura israelita che ogni malattia fosse la conseguenza diretta di un peccato o di più peccati. Quindi ogni malattia, come si può vedere anche leggendo alcuni salmi, è vista come la manifestazione del peccato. Questo valeva ancora di più per la lebbra, una malattia terribile e incurabile, che conduceva progressivamente alla morte. Nella prima lettura abbiamo ascoltato: Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Doveva comportarsi come uno cha faceva penitenza e doveva avvertire chi lo incontrava, affinchè non si avvicinasse e non venisse contagiato dal peccato e dalla malattia. Il lebbroso era un uomo morto civilmente, perché radiato dalla comunità, e che si avvicinava lentamene alla morte fisica. Questo lebbroso dunque si avvicina a Gesù e gli chiede innanzitutto di purificarlo dai peccati: Se vuoi, puoi purificarmi! Gli antichi si sbagliavano a pensare che ogni malattia fosse la conseguenza diretta di un peccato, perché spesso le malattie, come vediamo nella vita di molti Santi, sono prove che il Signore permette per evidenziare ancora di più la loro fede e far risaltare la loro santità, che altrimenti rimarrebbe nascosta. Invece pensavano bene a considerare il peccato come il male più grande e la radice di tutti i mali del mondo. Infatti le malattie e tutti gli altri mali sono entrati nella creazione di Dio che all’inizio era sana e buona a motivo del peccato originale e dei peccati degli uomini.

Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». Nella compassione di Gesù noi vediamo la compassione di Dio predicata tante volte nell’Antico Testamento e soprattutto nei salmi. La compassione di Dio è paragonata a quella di una madre per il proprio bambino. Ma Dio per bocca di Isaia fa capire che la sua compassione è più grande e soprattutto è per sempre. Infatti, può succedere, che ci siano mamme che non si commuovono per il proprio bambino, come succede tutte le volte che abortiscono. Invece la compassione di Dio nei nostri riguardi non cambia mai. Nel volto umano di Gesù si rivela la compassione di Dio per noi. Anzi, Dio ha mandato il Figlio Gesù a farsi come noi, proprio per la sua compassione nei nostri riguardi. Senza Gesù Cristo noi siamo immersi in un gorgo profondo di peccati e di tenebre. Gesù stende la mano, tocca il lebbroso e risponde alla sua richiesta: Lo voglio, sii purificato! A contatto con Gesù scompare il peccato e la lebbra. Gesù impone al guarito il silenzio su quanto accaduto, come farà tante altre volte. E’ il cosiddetto segreto messianico. Gesù si rivela ma non completamente, perché non vuole che la gente fraintenda la sua missione e lo ostacoli a realizzare il progetto di Dio. Ora che Gesù ha realizzato il progetto di Dio morendo sulla croce e risorgendo dai morti, non c’è più motivo di tacere. Il Signore, riferendosi a questo tempo, ha detto ai discepoli di gridare dai tetti quello che hanno appreso da lui, perché non c’è nulla di segreto che non debba essere manifestato. Bisogna soprattutto annunciare che Gesù continua ad agire nei sacramenti della chiesa. Dice san Leone Magno che, dopo l’ascensione al cielo, tutto quello che era visibile di Gesù, è passato nei sacramenti. Nei sacramenti fatti di gesti e parole, Gesù continua ad agire per comunicarci la salvezza.

Poiché siamo peccatori perdonati che ricadono in continuazione nel peccato, dobbiamo accostarci con frequenza al sacramento della Penitenza, dove il Signore Gesù ci purifica dai peccati, creando in noi un cuore puro. Molti pensano di liberarsi dai peccati, dimenticandoli, rimuovendoli dalla memoria, mettendo a tacere la coscienza. Dice la psicanalisi che la rimozione è un meccanismo di difesa, che aiuta sul momento, ma in futuro ciò che è stato rimosso ritorna con più virulenza. La via migliore è quella che insegna il penitente del Salmo responsoriale che dice a Dio: Ti ho fatto conoscere il mio peccato,/non ho coperto la mia colpa./Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»/e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato. Nel sacramento della Penitenza il Signore ci dà questa possibilità di aprire il nostro cuore e di ricevere immediatamente il suo perdono, il cui effetto è la pace e la gioia della coscienza.

Nella seconda lettura l’apostolo ci ricorda quale deve essere lo scopo della vita cristiana: fate tutto per la gloria di Dio.Facciamo tutto per la gloria di Dio se ogni nostra azione è suggerita dall’amore. L’amore ha molte sfaccettature come ci fa comprendere lo stesso Paolo nell’inno alla carità. Tra queste c’è quella di edificare il prossimo nel bene, per avvicinarlo a Gesù Cristo e non scandalizzarlo. Lo scandalo secondo la Scrittura è un comportamento cattivo e pubblico che spinge al peccato. Ma può essere provocato anche da un comportamento moralmente lecito che non è compreso o viene frainteso da chi ci sta osservando. Se cerchiamo la gloria di Dio in quello che facciamo, non dobbiamo pensare a quello che possiamo fare ma a quello che giova al nostro prossimo, per attirarlo a Gesù Cristo. Per acquistare questa attenzione e sensibilità verso il prossimo abbiamo bisogno di guardare ai santi.

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7 febbraio 2021 – V Domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gb 7,1-4.6-7 – Salmo responsoriale: Sal 146 – 2lettura: 1Cor 9,16-19.22-23 – Vangelo: Mc 1,29-39.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Parola del Signore

Omelia
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Domenica scorsa abbiamo ascoltato che Gesù ha liberato un indemoniato, oggi sentiamo che Gesù guarisce la suocera di Pietro. E poi dopo il tramonto del sole, gli portano malati e indemoniati e Gesù li guarisce e li libera. Le espulsioni dei demoni e le guarigioni sono segni che confermano quello che dice che cioè il regno di Dio è vicino. A contatto con Gesù i demoni fuggono e le malattie si dileguano. Infatti Gesù è il Figlio di Dio, è Dio che si è fatto come noi. La cosa più importante dunque non sono i segni, le espulsioni dei demoni e le guarigioni, ma Gesù stesso. I segni devono aiutare gli uomini a credere in lui, che è il Figlio di Dio.

Vediamo invece che la gente cerca Gesù per avere ancora altre guarigioni: Tutti ti cercano! E Gesù risponde: Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto! Gesù è venuto per predicare il vangelo del regno di Dio e per rendere gli uomini suoi discepoli. Infatti seguendo Gesù e vivendo in relazione con lui, si vive con Dio e sotto la sua guida, si sta nel regno di Dio. Anche dopo la moltiplicazione dei pani la gente cerca Gesù per vedergli fare un’altra moltiplicazione dei pani. E quando lo trova nella sinagoga di Cafarnao si sente dire da lui: Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Questo cibo che rimane per la vita eterna è Gesù stesso.

Bisogna cercare Gesù per sé stesso e non per i benefici che si possono ricevere da lui, perché cercandolo per sé stesso avremo benefici maggiori di quelli che ci aspettiamo, la salvezza vera.

Il vangelo si conclude con l’annotazione dell’evangelista che Gesù andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. Le espulsioni dei demoni sono un segno che accompagna costantemente la predicazione di Gesù e poi dei suoi discepoli. All’approssimarsi del regno di Dio regredisce il regno del maligno. Il segno delle espulsioni dei demoni è continuo nella vita di Gesù e poi nella vita della chiesa, ma non sempre ci sono le guarigioni dalle malattie. Gesù stesso che ha guarito molti malati, si è voluto sottoporre alla sofferenza fino alla morte di croce. Con le guarigioni ci dice che lui ha il potere di guarire dalle malattie, sottoponendosi alla sofferenza volontariamente, ci insegna a saper accettare le sofferenze e le malattie di ogni sorta da cui non ci guarisce, come partecipazione alla sua passione e alla sua croce.

Gesù dunque viene a guarire dalle malattie e a dare un senso al dolore del mondo. Giobbe nella prima lettura guarda la vita umana con forte pessimismo, perché non sa dare un senso alle sue sofferenze. La vita gli appare un duro servizio militare, una schiavitù, un lavoro da mercenario. All’epoca il servizio militare era davvero pesante ed esponeva in continuazione alla morte perché le guerre erano all’ordine del giorno. Lo schiavo era uno che dipendeva da un altro che lo utilizzava come un oggetto. Il mercenario lavora per un altro e solo in vista della paga, senza gratificazioni. Giobbe si lamenta perché non vede alcun senso per le sofferenze umane che sta patendo.

Gesù viene a dare un senso al dolore, perché prendendolo su di sé lo ha reso strumento di salvezza. Così qualsiasi sofferenza vissuta come partecipazione alla sua croce, diventa occasione di crescere nell’amore a Dio e al prossimo e quindi via di salvezza.

Il salmo esprime la fede degli israeliti che vedono Dio all’opera nel cosmo e nella storia di Israele, soprattutto nella vita di quelli che soffrono e dei poveri. Dobbiamo dunque saper riconoscere la presenza di Gesù non solo nelle guarigioni ma ancor più nella sofferenza, come una grazia speciale. Privilegiati non sono innanzitutto quelli che nella sofferenza chiedono di essere liberati e sono esauditi, ma soprattutto quelli che non sono esauditi come l’apostolo Paolo, il quale si sente dire che nella sua debolezza si manifesterà la potenza di Dio. Il malato che accetta la sua croce è un sacramento di Gesù Cristo, e quindi un privilegiato come dirà l’apostolo nella lettera ai Filippesi: A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo ma anche di soffrire per lui (Fil 1,29).

Nella seconda lettura l’apostolo ci ricorda che la vita cristiana si riassume nella carità, che porta a mettersi a servizio degli altri: Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti. Gesù ci ha insegnato che l’amore è uscire da sé stessi, e mettere la vita a servizio degli altri. Gesù l’ha fatto beneficando tutti quelli che ha incontrato, e poi accettando la sofferenza volontariamente. Nella sofferenza di Gesù si manifesta l’amore per noi al livello estremo. Paolo, seguendo Gesù, ha speso la sua vita per la chiesa, viaggiando in un lungo e in largo per predicare il vangelo. L’amore di Paolo raggiunge il massimo e lui ne è consapevole, quando accetta le sofferenze come partecipazione alla croce di Cristo. Dirà: Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa (Col 1,24). Il più grande servizio di amore che possiamo fare alla chiesa, ai fratelli, al prossimo, è quello di accettare ogni prova, contrarietà, tribolazione, disagio, sofferenza, come partecipazione alla croce di Gesù, e offrirla a Dio Padre per la salvezza del mondo.

Domenica scorsa abbiamo ascoltato che Gesù ha liberato un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, oggi ascoltiamo che Gesù guarisce la suocera di Pietro. E poi dopo il tramonto del sole gli portano malati ed indemoniati e Gesù li guarisce e li libera. Le espulsioni dei demoni e le guarigioni sono segni del regno di Dio che Gesù annuncia e che è presente nella sua persona. Infatti Gesù è il Figlio di Dio, è Dio che si è fatto come noi. A contatto con Gesù i demoni fuggono e le malattie svaniscono. Se le espulsioni dei demoni e le malattie sono segni del regno di Dio venuto in mezzo a noi, il regno di Dio è certamente più importante dei segni, l’amicizia con Gesù è più importante di quello che fa per noi. Ma la gente non comprende questo e cerca Gesù per vedere ancora guarigioni, come dopo la moltiplicazione dei pani lo cerca ancora per vedergli fare un’altra moltiplicazione dei pani. Quando Gesù si accorge di questo, se ne va altrove. Ecco perché alle parole

Nel caso delle malattie, Gesù ha guarito quelli che sono venuti in contatto con lui durante la sua vita terrena, ma non ha guarito tutti i malati che c’erano nel mondo. E così ha continuato a fare nella chiesa. Pensiamo a quanti miracoli di guarigione Gesù ha compiuto e compie nella chiesa per intercessione dei suoi santi, ma non guarisce tutti i malati che ci sono nel mondo. Questo non vuol dire che Gesù Cristo si prende cura di alcuni e trascura altri, perché egli si è caricato di tutte le nostre sofferenze e malattie. Gesù ha trasformato la sofferenza da conseguenza del peccato in strumento di salvezza, quando ha voluto prenderla su di sé nella sua passione. Quindi alla luce della fede, non sono dei privilegiati quelli che ottengono la guarigione di una malattia, ma quelli a cui il Signore fa capire che devono accettare la loro malattia. Questi sì che sono dei privilegiati, perché Gesù li sta facendo partecipare alla sua croce, gli sta chiedendo di portare la croce con lui. Dice l’apostolo: La sofferenza vissuta come partecipazione alla croce di Cristo diventa occasione per crescere nell’amore di Dio e del prossimo. Diventa manifestazione della carità di Dio, che genera carità nel malato e intorno al malato e quindi salvezza.

Gesù dunque viene a rispondere al grido di Giobbe, che risuona nella prima lettura, perché non conosce il motivo della sua sofferenza. Gesù prendendo su di sé la sofferenza l’ha trasformata in strumento di conversione e di salvezza. Non è dunque inutile ma giova alla salvezza del mondo.

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31 gennaio 2021 – IV Domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Dt 3,1-5.10 – Salmo responsoriale: Sal 94 – 2lettura: 1Cor 7,32-35 – Vangelo: Mc 1,21-28.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo?

Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.
Parola del Signore

Omelia
Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Come sappiamo anche da altri passi dei vangeli Gesù da buon israelita ogni sabato si reca nella sinagoga per partecipare al culto. Nella sinagoga si facevano preghiere, si ascoltava la parola di Dio, e poi ognuno dei presenti poteva intervenire per fare l’omelia. Gesù così interviene e insegna ai presenti. Non sappiamo quale brano dell’Antico Testamento sia stato letto, ma sappiamo quali sono le impressioni della gente riguardo a Gesù: Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità…Poi l’altra cosa che colpisce la gente è il contenuto del suo insegnamento: Un insegnamento nuovo…Gesù infatti annuncia cheil regno di Dio è vicino e poi con il suo insegnamento viene a completare la Legge e i Profeti. Gesù quando parla trasmette un senso di autorità. All’inizio è solo un’impressione, poi diventa una constatazione quando Gesù libera l’indemoniato: Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono! La parola di Gesùha autorità, perché fa quello che dice come dimostra l’espulsione del demonio: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Se la parola di Gesù è piena di autorità e fa quello che dice, allora davvero il regno di Dio è venuto in mezzo a noi. All’appressarsi del regno di Dio regredisce il regno del demonio.

Il demonio cerca di esercitare l’influenza e il potere su di noi in tanti modi, innanzitutto spingendoci a disobbedire alla parola di Dio, poi distaccandoci un po’ alla volta dalla comunità cristiana, facendoci disertare la messa domenicale, poi via via narcotizzando la nostra coscienza, perché non sentiamo il rimorso e ci convertiamo. La possessione diabolica è solo lo stadio più elevato di questo dominio, iniziato con il peccato.

Se vogliamo far parte del regno di Dio ed essere liberati dal potere delle tenebre, dobbiamo farci discepoli di Gesù, metterci in ascolto della sua parola, che risuona nella predicazione della chiesa. Quando veniamo la domenica a messa noi ci facciamo discepoli di Gesù, ascoltando la parola delle Scritture che viene proclamata e la spiegazione fatta dal sacerdote.

La prima e la seconda lettura con il salmo ci danno alcune indicazioni per metterci in ascolto di Gesù con le giuste disposizioni. Nella prima lettura sentiamo Dio che dice: Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Dio per farsi capire dagli uomini ha parlato con parole umane, per bocca dei profeti nell’Antico Testamento, e per mezzo del Figlio fattosi uomo nel Nuovo Testamento. Questa parola si trova ora nelle Scritture. Quando poi viene predicata ci raggiunge ancora per mezzo di uomini, che parlano a nome di Dio. Quando ci accostiamo alle Scritture da noi stessi e quando ascoltiamo la predicazione in chiesa, dobbiamo ricordarci di accogliere la parola non come parola di uomini ma come è veramente parola di Dio.

Il salmo poi ci esortava: Se ascoltaste oggi la sua voce!«Non indurite il cuore…». La durezza del cuore è l’insensibilità alla parola di Dio. Chi ha il cuore indurito non riesce a comprendere e neppure vuole comprendere la logica che sta dentro la parola di Dio. Perciò o la ignora, o se la prende in considerazione, pensa che sia difficile metterla in pratica, e che la realtà sia diversa da come la vuole la parola di Dio. Chi ha il cuore indurito, non si fida di Dio. E’ prossimo a perdere la fede del tutto. La durezza del cuore non è qualcosa che spunta dall’oggi al domani, ma è frutto di un processo di allontanamento da Dio, incominciato quando, dopo aver commesso un peccato, invece di pentirsene, lo si è rimosso. Gesù paragona la parola annunciata a chi ha il cuore indurito al seme caduto sulla strada, che vanno gli uccelli e lo divorano. Il contrario del cuore indurito è un cuore docile, pieno di fiducia e di disponibilità nei riguardi del Signore.

Nella seconda lettura l’apostolo diceva: Io vorrei che foste senza preoccupazioni. Gesù spiegando la parabola del seminatore, a proposito dei semi caduti tra le spine, dice: Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto (Mc 4,18-19). Tra le spine che soffocano la parola ci sono le preoccupazioni del mondo. Non si tratta di preoccupazioni cattive, ma legittime, come dice Gesù altrove, quando parla della preoccupazione per il cibo e il vestito. A queste preoccupazioni Paolo aggiunge anche quelle che sorgono nel rapporto coniugale, il marito che si preoccupa di piacere alla moglie e la moglie al marito. Sono tutte cose legittime, ma, quando sono eccessive, diventano spine che soffocano la parola.

Da questi tre brani della parola di Dio ricaviamo tre atteggiamenti da tenere dinanzi a Gesù maestro che semina la sua parola nei nostri cuori: innanzitutto fede nella sua parola, cuore docile e fiducioso come quello del bambino che si fida dei suoi genitori, cuore sgombro dalle spine delle preoccupazioni terrene.

C’è ancora un’ultima cosa da considerare. Dio nella prima lettura diceva: Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire. Come sentiamo il Signore si mostra particolarmente severo nei riguardi del falso profeta. Gli deve essere comminata la pena di morte. Era la pena riservata ai delitti gravissimi. Con la pena di morte da riservare al falso profeta Dio voleva far capire agli uomini di quel tempo la gravità di quel comportamento. Oggi con noi si sarebbe espresso in un altro modo. Sorge per noi la domanda: come facciamo a distinguere se un sacerdote nella predicazione annuncia la parola di Dio oppure parla a titolo personale? Tante volte vi esorto a leggere da voi stessi le Scritture, servendovi come chiave di lettura del Catechismo della Chiesa Cattolica. Tuttavia, chiunque viene in chiesa con la sincerità di voler stare con Gesù e non di voler servire due padroni, riceve da lui come un fiuto spirituale che gli permette di capire subito chi parla a nome di Dio e chi espone opinioni personali. I falsi profeti e i falsi maestri ci sono stati sempre e ci saranno sempre, perché per mezzo di loro vengono fuori quelli che sono falsi cristiani. Infatti chi è che segue i falsi profeti? Chi ha una certa empatia con loro. Le pecore di Cristo invece fuggiranno via da lui, perché non ascoltano la voce degli estranei.

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24 gennaio 2021 – III Domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: Gn 3,1-5.10 – Salmo responsoriale: Sal 24 – 2lettura: 1Cor 7,29-31 – Vangelo: Mc 1,14-20.

Dal Vangelo secondo Marco

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Parola del Signore

Omelia
Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Con queste parole Gesù vuole dire che è finito il tempo dell’attesa ed è giunto il tempo della realizzazione delle promesse di Dio: Il regno di Dio è vicino. Dio regna da sempre sull’universo e sulla storia e regna mediante Gesù Cristo che è la sua Parola vivente e il suo Figlio Unigenito. Quando Gesù Cristo si fa uomo e annuncia: Il regno di Dio è vicino, vuol dire che gli uomini per mezzo di lui sono chiamati ad entrare nel regno di Dio, a diventare partecipi della sua regalità. Da qui l’invito: Convertitevi e credete nel Vangelo. La conversione, come abbiamo detto altre volte, è il cambiamento della nostra mentalità e dei nostri comportamenti sbagliati per assimilare i pensieri e i comportamenti di Dio. La fede è legata sempre alla parola di Dio, in questo caso alla buona notizia che siamo chiamati a far parte del suo regno. Visto che Dio ci chiama ad entrare nel suo regno mediante Gesù Cristo, la conversione e la fede devono essere rivolte a Gesù. E’ lui infatti il regno di Dio in mezzo a noi. Per mezzo di lui entriamo in relazione con Dio e ci poniamo sotto la sua guida. Il regno di Dio è questo, vivere in relazione intima con Dio e lasciarsi guidare da lui. Gesù stesso, dopo l’annuncio, prende l’iniziativa di chiamare alcuni a seguirlo: Venite dietro a me. I primi chiamati conoscevano da tempo Gesù, come possiamo comprendere dal vangelo letto domenica scorsa. Ma ancora non avevano preso la decisione di seguirlo. E’ Gesù che li sollecita a prendere una decisione per lui. Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, rispondono con prontezza, mettendo da parte tutto: E subito lasciarono le reti e lo seguirono Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui. Hanno compreso che l’amicizia con Gesù vale più di ogni altro bene.

Mentre li chiama Gesù promette loro: Vi farò diventare pescatori di uomini. Gesù ha pescato i discepoli dal mare del mondo per farli entrare nel regno di Dio. I discepoli a loro volta dovranno pescare gli uomini dal mondo per farli entrare nel regno di Dio. La pesca di cui parla Gesù è completamente diversa della pesca dei pesci. Quando i pesci sono pescati dal mare muoiono, quando invece gli uomini sono pescati dal mondo ed entrano nel regno passano dalla morte alla vita.

Da questo passo del vangelo e dagli altri brani della parola di Dio che sono stati proclamati dobbiamo tirare le conseguenze per la nostra vita di credenti. Se siamo qui è perché il Signore ci ha chiamato, servendosi dei suoi discepoli, chiamati prima di noi, e noi abbiamo risposto prendendolo a seguire. Dobbiamo rendere sempre più ferma questa decisione di seguire Gesù, impegnandoci in quello che lui ci dice: Convertitevi…credete…venite dietro a me.

La conversione deve essere continua, ogni giorno. Siamo in continuazione distratti da Gesù, e in continuazione dobbiamo sanare queste distrazioni con la conversione, prendendo le distanze da pensieri, parole, atteggiamenti sbagliati. La fede trova il suo alimento nelle parole di Gesù contenute nelle Scritture. La sequela, cioè imitare Gesù, viene stimolata dall’esempio e dalla testimonianza dei santi. Dobbiamo vivere la conversione, la fede, la sequela con la povertà di spirito, che l’atteggiamento dell’uomo che parla nel Salmo: Fammi conoscere, Signore, le tue vie,/insegnami i tuoi sentieri./Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi. La povertà di spirito ci rende disponibili al Signore, perché ci libera da obiezioni, ragionamenti tortuosi, dubbi, sfiducia. La povertà di spirito ci fa abbandonare tra le braccia del Signore come il bambino si abbandona tra le braccia dei genitori.

Più la nostra decisione per Gesù diventa ferma, più viviamo tutte le esperienze di questa vita con distacco. Si realizza per noi quello che suggeriva l’apostolo nella seconda lettura, perché ci convinciamo che l’unico bene che davvero conta è Gesù Cristo, passa infatti la figura di questo mondo!

L’altra conseguenza pratica è il nostro impegno a pescare gli uomini dal mondo per farli entrare nel regno di Dio. Nella prima lettura abbiamo un esempio di umanità mondana. Ninive era come una metropoli di oggi, ci volevano tre giornate di cammino per percorrerla. Gli abitanti di Ninive erano intenti tutti intenti alle cose della terra, ai piaceri, al possesso, al potere, al successo. La vita mondana ruota sempre attorno a queste cose. Il profeta deve predicare a nome di Dio: Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta. Dio minaccia il castigo come un padre che avverte i suoi figli delle conseguenze cattive a cui vanno incontro con le loro scelte sbagliate. Li avverte non perché vuole farli soffrire ma al contrario vuole dissuaderli dalla strada cattiva per non vederli soffrire in seguito forse irrimediabilmente. Ogni rimprovero o anche solo un avvertimento, all’inizio provoca dispiacere e disagio per essere stati contrariati, ma quando è fatto con amore, come è quello della parola di Dio, vuole salvare da sofferenze più grandi e a volte senza rimedio. Gli abitanti di Ninive accolgono la parola del profeta non come parola di uomini ma come parola di Dio e si convertono. Noi dobbiamo annunciare agli uomini del nostro tempo, e forse anche a molti che si dicono credenti, ma si sono assuefatti a stili di vita mondana, che chi segue il mondo perirà con il mondo, invece chi si converte, crede e segue Gesù Cristo entra nel regno di Dio e non morirà in eterno.

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17 gennaio 2021 – II Domenica del tempo ordinario B

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Sam 3,3-10.19 – Salmo responsoriale: Sal 39 – 2lettura: 1Cor 6,13-15.17-20 – Vangelo: Gv 1,35-42.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
Parola del Signore

Omelia
“Maestro dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Gesù chiama questi due discepoli di Giovanni a stare con lui per conoscerlo di persona. Fino ad allora conoscevano Gesù per sentito dire, perché Giovanni aveva parlato loro di lui. E si mettono a seguire Gesù perché hanno sentito le parole di Giovanni: Ecco l’agnello di Dio! Giovanni con la sua testimonianza ha messo questi due discepoli sulle orme di Gesù. Ora però conoscono Gesù per esperienza diretta, perché sono rimasti con lui.

Anche nella prima lettura abbiamo ascoltato che in realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Samuele, stando nel tempio, conosceva il Signore per sentito dire. Ne sentiva parlare ai sacerdoti, quando annunciavano la parola di Dio al popolo. Ne sentiva parlare alla gente che veniva nel tempio a pregare. Ma non aveva ancora fatto l’esperienza del Signore, né si era sentito interpellato dalla sua parola.

Quando il Signore lo chiama, Samuele non sa riconoscere che è la voce del Signore e corre dal sacerdote Eli per tre volte. La terza volta Eli comprende che il Signore sta chiamando Samuele e così gli insegna come deve rispondere: Se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Senza l’aiuto del sacerdote Eli Samuele non avrebbe imparato a riconoscere la voce del Signore e a sapergli rispondere. Quando incomincia ad ascoltare con consapevolezza la voce del Signore e a rispondergli, allora passa dalla fede per tradizione alla fede per esperienza.

Anche l’uomo che parla nel Salmo ha fatto l’esperienza del Signore in un momento di difficoltà, quando gli ha chiesto aiuto ed è stato esaudito. Non ha visto il Signore, ha visto però la realizzazione di quello che gli chiedeva. Si è rivolto al Signore perché ammaestrato dalla fede d’Israele, che aveva ricevuto nella famiglia, continuava a ricevere nella comunità e alimentava con le Scritture. Così quando chiede aiuto e viene liberato, scopre che il Signore si è chinato su di lui e ha dato ascolto al suo grido. L’esperienza del Signore di cui stiamo parlando è dunque un’esperienza di fede vissuta con consapevolezza.

Per fare l’esperienza del Signore abbiamo dunque bisogno di persone che come Giovanni il Battista e come Eli ci aiutino a saperci relazionare con lui. L’altra sera, prima di addormentarmi, stavo passando in rassegna tutti i testimoni di fede che il Signore ha posto sul mio cammino: i genitori, i nonni, i sacerdoti, le suore. Ho ringraziato il Signore per questo dono. Abbiamo poi bisogno di intrattenerci con il Signore nelle Scritture. Dice sant’Ambrogio che mediante le Scritture Dio vuole ripristinare con gli uomini il dialogo che teneva con Adamo ed Eva nel paradiso prima del peccato originale. Le Scritture ci aprono gli occhi per saper riconoscere il Signore nella comunità cristiana radunata ogni domenica per la celebrazione della messa e poi nella nostra vita. La familiarità con le Scritture ci insegna a conoscere quello che Dio vuole da noi, come testimonia l’orante del salmo, e a rispondergli con l’obbedienza della vita: Nel rotolo del libro su di me è scritto/di fare la tua volontà:/mio Dio, questo io desidero;/la tua legge è nel mio intimo. Abbiamo bisogno di partecipare assiduamente alla messa domenicale. Il Santo di oggi Antonio Abate ha fatto l’esperienza del Signore e di sentirsi interpellato da lui proprio mentre partecipava alla messa domenicale. Udendo le parole che Gesù dice al giovane ricco, le sentì rivolte a sé stesso e uscito dalla chiesa andò a metterle in pratica. L’esperienza del Signore ci porta a rapportarci con lui come veramente è, una persona viva, che è vicino a noi, anzi di più, unito a noi mediante il suo santo Spirito.    

Per questo nella seconda lettura l’apostolo ci esorta a glorificare Dio nel nostro corpo. Glorifichiamo Dio quando impostiamo la nostra vita sull’amore, amando come Gesù ci ha insegnato. Da qui il monito: State lontani dall’impurità! L’impurità infatti fa vivere la sessualità con egoismo. E siccome la sessualità è la dimensione fondamentale della persona, tutta la persona verrebbe spinta verso l’egoismo.