Meditazioni Tempo ordinario 2022

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7 agosto 2022 – XIX Domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Sap 18,6-9 — Salmo responsoriale: Sal 32 – 2Lettura: Eb 11,1-2.8-19— Vangelo: Lc 12,32-48.

Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.

Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dellalba, li troverà così, beati loro!

Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nellora che non immaginate, viene il Figlio delluomo».

Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».

Il Signore rispose: «Chi è dunque lamministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.

Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se laspetta e a unora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.

Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.

A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Parola del Signore.

Omelia
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.

Noi cristiani siamo il piccolo gregge di Gesù Cristo, a cui il Padre si è compiaciuto di donare il suo regno. Siamo un piccolo gregge, sia numericamente in confronto agli altri uomini che non seguono Gesù, sia qualitativamente, perché formato da piccoli cioè da poveri di spirito. In un’altra occasione Gesù benedirà il Padre dicendogli: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perchè così hai deciso nella tua benevolenza. Queste cose di cui parla Gesù sono i misteri del regno, che riguardano la sua persona. Il Padre rivela ai piccoli queste cose, attirandoli al Figlio mediante la fede. Il regno di Dio che ci è stato donato e di cui facciamo parte mediante la fede in Gesù Cristo e il battesimo è per noi ancora parziale e a livello iniziale. Aspettiamo pertanto una pienezza e un compimento, che ci saranno donate quando il Signore Gesù verrà a prenderci.

In questo passo del vangelo Gesù ci insegna come dobbiamo vivere nell’attesa della sua venuta. Dobbiamo innanzitutto avere il cuore rivolto a Dio, distaccandoci dai beni terreni che ci distraggono da lui. Perciò ci consiglia di trasferire i beni terreni nel cielo, presso Dio, e per fare quest’operazione ci insegna a condividerli con i poveri e i bisognosi: Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma.

Dobbiamo poi stare svegli e pronti facendo la sua volontà, come ci fa intendere il paragone dei servi che attendono il padrone: Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. I servi hanno ricevuto l’ordine di vegliare per aprire il padrone appena arriva e bussa, noi dobbiamo vegliare eseguendo gli ordini del Signore.

Il compito di vegliare facendo la volontà del Signore riguarda tutto il gregge, ma in particolare coloro che il Signore ha posto come pastori a prendersi cura del suo gregge. I pastori che trascurano di fare la volontà del padrone di cui erano a conoscenza, saranno puniti più severamente di quelli che l’avranno trascurata senza conoscerla bene: A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Il Signore al suo ritorno se ci troverà svegli, pronti, con il cuore rivolto a Dio e intenti a fare la sua volontà, completerà in noi la sua salvezza: In verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. Il Signore già ci ha servito e ci serve donandoci la sua salvezza. Ci serve come un padre e una madre fanno con i figli. Ci servirà ancora quando ci troverà ad attenderlo, accogliendoci definitamente nel suo regno.

Le letture insistono sull’attesa del Signore. La prima lettura ricorda l’attesa del Signore da parte degli israeliti la notte in cui uscirono dall’Egitto: Il tuo popolo infatti era in attesa/della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici. La seconda lettura parla dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe che vissero sulla terra promessa come pellegrini, in quanto aspettavano la patria e la città del cielo: Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste. Aiutiamoci in questa attesa della patria celeste con la preghiera del salmo, che ci esercita nel desiderio di affidarci a Dio e di attendere da lui ogni bene: Lanima nostra attende il Signore:/egli è nostro aiuto e nostro scudo./Su di noi sia il tuo amore, Signore,/come da te noi speriamo.

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31 luglio 2022 – XVIII Domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Qo 1,2; 2,21-23 — Salmo responsoriale: Sal 89 – 2Lettura: Col 3,1-5.9-11 — Vangelo: Lc 12,13-21.

Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, dia mio fratello che divida con me leredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nellabbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Parola del Signore.

Omelia
Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità. Gesù non è venuto sulla terra per dirimere le controversie e le contese che sorgono tra di noi, ma è venuto a svelare il male che si annida nei nostri cuori e che genera tali controversie. Perciò rifiuta di farsi giudice ed arbitro in questa contesa per l’eredità, ma mostra qual è la radice da cui è nata: la cupidigia. La cupidigia è la bramosia del possesso. Gesù mette in guardia da questa malattia: Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia. Il fratello che non si accontenta della parte di eredità che gli è toccata ma cerca di accaparrarsi anche il resto, è animato dalla cupidigia. Ma anche l’altro fratello che chiede al Signore di intervenire per ottenere la parte che gli spetta non è del tutto esente dalla cupidigia. L’avvertimento del Signore infatti sembra rivolto a tutte e due i fratelli. Quello che chiedeva la sua parte non sbagliava in questo, ma sbagliava a desiderarla con cupidigia, cioè con l’idea che il possesso delle cose ci garantisce una vita sicura e serena. Alla base della cupidigia c’è questa idea che Gesù smentisce dicendo: Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede.

Gesù illustra le sue parole con una parabola. C’è quest’uomo ricco che ha incrementato ancora di più le sue ricchezze. La sua campagna ha dato un raccolto abbondante. Allora pensa tra se come potrà conservare questi beni, che gli garantiranno un futuro tranquillo. Una volta che li avrà conservati, potrà riposarsi e goderseli: Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti! Nei suoi ragionamenti non c’è un solo pensiero per Dio e per il prossimo. Pensa solo a se stesso. Nei suoi progetti gli è sfuggita una cosa importante, la morte, che è quella possibilità che annulla tutte le altre possibilità umane. Proprio mentre faceva questi progetti la morte incombeva su di lui. Dio lo chiama: Stolto. Nella Bibbia stolto è l’uomo che confida in se stesso e nei propri beni, è l’uomo che vive praticamente senza Dio.

Abbiamo ascoltato nel Salmo responsoriale una comunità in preghiera che chiedeva a Dio il dono della saggezza: Insegnaci a contare i nostri giorni/e acquisteremo un cuore saggio. Se sappiamo valutare con onestà la nostra vita, piena di fragilità e precarietà, saremo portati spontaneamente a rivolgerci a Dio. La saggezza consiste nel confidare in Dio e nella sua potenza. Gli oranti sono già saggi come dimostra la loro ultima richiesta a Dio: Rendi salda per noi lopera delle nostre mani,/lopera delle nostre mani rendi salda. Detto in altri termini, chiedono a Dio di condurre a buon fine il loro lavoro e i loro progetti. A livello popolare, quando si esprime un desiderio o si parla di un progetto, si aggiunge sempre: Se Dio vuole. Il ricco faceva progetti confidando in se stesso, e non riesce a realizzarli perché la morte glielo impedisce, questi oranti che confidano in Dio non fanno progetti, ma qualora si trovassero a farli, chiedono a Dio di condurli a buon fine.

Gesù conclude la parabola dicendo: Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. La stessa sorte del ricco tocca a chi imita il suo comportamento. E’ vissuto senza Dio e da egoista. Non ha avuto la possibilità di godersi i beni che aveva accumulato, proprio come dice la prima lettura, e cosa più terribile, ha perso la vita eterna. Questo è il fallimento totale per l’uomo. Se non vogliamo fare la stessa fine dobbiamo fare quello che dice Gesù, cioè arricchire presso Dio.

Ma che cosa significa arricchire presso Dio?

In un’altra occasione Gesù dice sempre a proposito della ricchezza: Accumulate per voi tesori in cielo. L’apostolo nella seconda lettura diceva: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Mediante il battesimo siamo stati uniti a Gesù Cristo morto e risorto, quindi viviamo la vita di Gesù Cristo, seduto alla destra di Dio. Su questa terra siamo di passaggio e non dobbiamo vivere come se dovessimo rimanere per sempre quaggiù. Dobbiamo perciò accumulare i nostri beni nella patria del cielo. Quest’operazione economica di trasferire i nostri beni nel cielo possiamo farla da noi stessi senza rivolgerci alla banca. Quando condividiamo i nostri beni con i poveri e i bisognosi, noi accumuliamo un capitale per noi nel cielo.

Per riuscire a fare questo, dobbiamo, come dice l’apostolo, mortificare le opere dell’uomo vecchio, di cui ci siamo spogliati nel battesimo, e assecondare le opere dell’uomo nuovo di cui ci siamo rivestiti sempre nel battesimo. L’uomo vecchio imposta la vita sull’egoismo, che non rende felici e conduce alla rovina. L’uomo nuovo imposta la vita come Gesù sull’amore, che rende felici e conduce alla salvezza eterna. Questa lotta contro l’uomo vecchio e a favore dell’uomo nuovo dobbiamo compierla ininterrottamente, nutrendoci e fidandoci della parola di Dio, desiderando con la preghiera quello che la parola di Dio ci comanda, attingendo alla grazia dei sacramenti del perdono e dell’eucaristia.

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24 luglio 2022 – XVII Domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Gen 18,20-32 — Salmo responsoriale: Sal 137 – 2Lettura: Col 2,12-14— Vangelo: Lc 11,1-13.

Dal Vangelo secondo Luca

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».

Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dallinterno gli risponde: Non mimportunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.

Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Parola di Dio.

Omelia
Una delle caratteristiche del ritratto che l’evangelista Luca fa di Gesù è l’atteggiamento orante. Gesù prega nei momenti decisivi della sua vita. E’ in preghiera quando riceve il battesimo da Giovanni. Passa un’intera notte in preghiera prima di scegliere i dodici apostoli. E’ in preghiera al momento della trasfigurazione. E’ in preghiera mentre è sulla croce. Il modo di pregare di Gesù dovette certamente colpire i suoi discepoli se uno di loro dopo averlo visto pregare sente il bisogno di chiedergli: Signore, insegnaci a pregare.

Gesù risponde insegnando ai discepoli la preghiera del Padre nostro. Gli evangelisti ci dicono che Gesù si rivolgeva a Dio chiamandolo: Padre. Gesù infatti si presenta come il Figlio di Dio venuto a rivelare il volto del Padre. Mediante la fede in Gesù Cristo e il battesimo anche noi diventiamo figli di Dio. L’apostolo nella seconda lettura ricordava che noi siamo stati uniti a Gesù Cristo morto e risorto. Quindi viviamo della stessa vita di Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Per questo Gesù ci insegna a rivolgerci a Dio chiamandolo: Padre.

Poiché vivendo sulla terra siamo presi dalle cose necessarie alla vita terrena e potremmo distrarci dall’unica cosa necessaria, Gesù dice in un’altra occasione: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33). Nelle prime domande del Padre nostro ci insegna a chiedere innanzitutto la giustizia, ovvero la salvezza di Dio e il suo regno e poi le altre cose. Con la prima domanda: Sia santificato il tuo nome, chiediamo a Dio di salvarci donandoci un cuore nuovo mediante il suo Spirito Santo, come aveva promesso per bocca di Ezechiele (Ez 36,22-28) e poi realizzerà per mezzo di Gesù morto e risorto. Quindi gli chiediamo di custodirci nella grazia battesimale. Con la seconda domanda: Venga il tuo regno, noi che già mediante la fede in Gesù Cristo facciamo parte del suo regno, chiediamo a Dio di far parte del suo regno quando si realizzerà in pienezza alla fine dei tempi.

Dopo averci insegnato a chiedere e quindi a desiderare innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, Gesù ci insegna a chiedere anche le cose per questa vita terrena, come il pane quotidiano. In questa richiesta è racchiuso tutto ciò che è necessario per condurre una vita dignitosa e decorosa. Nelle due domande finali ci insegna a chiedere il perdono dei peccati con il proposito di perdonare al nostro prossimo, e l’aiuto per resistere alle tentazioni e fuggire il peccato.

Nella preghiera del Padre nostro Gesù ci insegna a chiedere come si conviene e quindi a desiderare quei doni che Dio vuole donarci ma per farlo richiede la nostra accoglienza.

Con la parabola dei tre amici ci insegna a chiedere con invadenza, come tornerà a fare con la parabola della vedova importuna. San Agostino nella lettera a Proba spiega che questa invadenza non riguarda tanto le parole quanto il desiderio del cuore. Infatti la preghiera nella sua essenza è il desiderio della volontà di Dio. Nella preghiera del Padre nostro abbiamo un breve sintesi della volontà di Dio per noi. Se paragoniamo il desiderio della preghiera ad un fuoco, la legna che lo alimenta è la parola di Dio e le nostre parole con cui rispondiamo a Dio. L’invadenza e l’insistenza riguardano innanzitutto il desiderio, poi anche le parole con cui ci aiutiamo per tenere vivo il desiderio.

Con la similitudine del padre terreno che sa dare cose buone al proprio figlio Gesù insegna a chiedere a Dio con la fiducia di ricevere da lui cose buone: Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo. La cosa buona per eccellenza è lo Spirito Santo che Dio vuole dare a tutti quelli che glielo chiedono. In fondo le domande del Padre nostro si possono riassumere nell’unica richiesta del dono dello Spirito Santo. Infatti se lo Spirito Santo è in noi, viene santificato il nome di Dio, faremo certamente parte del regno quando si realizzerà in pienezza, non ci mancherà il pane quotidiano, riceveremo il perdono dei peccati e saremo capaci di perdonare, resisteremo alle tentazioni per vivere in pace con il Signore.

La prima lettura e il salmo ci presentano altre due forme di preghiera, l’intercessione e il ringraziamento. Abramo, il giusto, intercede presso Dio, direttamente per la salvezza dei giusti che si trovano a Sodoma, indirettamente anche per i peccatori. Dal dialogo emerge come Dio tende sempre a far prevalere la sua misericordia. Infatti per bocca di Ezechiele Dio dice: Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? (Ez 18,23). Dio sarebbe disposto ad allontanare il castigo che incombe su Sodoma se in essa trovasse degli uomini giusti. Secondo la Bibbia i giusti sono quelli che cercano Dio e confidano in lui. Purtroppo a Sodoma Dio non trova nemmeno un giusto e i suoi abitanti vengono abbandonati alle conseguenze dei loro peccati.

Nel salmo responsoriale sentiamo la voce entusiasta di un uomo che dopo aver sperimentato la salvezza del Signore vuole ringraziarlo con tutto il cuore: Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:/hai ascoltato le parole della mia bocca. Il Signore ci conceda di sperimentare nella nostra vita la sua salvezza per poterlo ringraziare con lo stesso entusiasmo di questo fedele.

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17 luglio 2022 – XVI Domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Gen 18,1-10a — Salmo responsoriale: Sal 14 – 2Lettura: Col 1,24-28— Vangelo: Lc 10,38-42.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.

Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signore.

Omelia
Il Signore viene in cerca della nostra ospitalità, come se avesse bisogno di noi, ma in realtà per donarci quello di cui abbiamo assolutamente bisogno per realizzarci nella nostra vita, se stesso. Così abbiamo ascoltato nella prima lettura che si fa ospite di Abramo e nel vangelo che si fa ospite di Marta e Maria. Queste due sorelle ci insegnano come dobbiamo accogliere Gesù che bussa alla porta del nostro cuore. Maria lo accoglie prestando attenzione alle sue parole, Marta è tutta intenta a preparargli da mangiare insieme a quelli che lo accompagnavano. Marta e Maria rappresentano i due modi con cui anche oggi possiamo accogliere Gesù, prestandogli attenzione come Maria quando ci parla mediante le Scritture, servendolo come Marta nel prossimo che incontriamo. Gesù infatti ha detto per ogni opera buona fatta al prossimo: L’avete fatta a me.

Questi due modi di accogliere Gesù non si escludono ma si integrano, nel senso che tutti siamo chiamati a fare la parte di Maria, cioè a prestare attenzione a Gesù che ci parla mediante le Scritture, tutti siamo chiamati a fare la parte di Marta, cioè a impegnarci nel servizio della carità.

Nella chiesa ci sono alcuni fratelli e sorelle, che Gesù chiama a svolgere in modo speciale o la parte di Maria o quella di Marta. Per la parte di Maria penso alle suore di clausura e ai monaci, che hanno proprio il carisma di concentrarsi nell’ascolto del Signore. Ciò non toglie che anche loro sono chiamati a svolgere il servizio della carità verso i fratelli della loro comunità. Per la parte di Marta penso a tante congregazioni religiose dedicate alle opere di misericordia. Mi viene in mente Madre Teresa di Calcutta che ha speso la sua vita a servizio dei poveri fondando una congregazione di suore dedita al servizio dei poveri. Anche quelli che sono chiamati a svolgere in modo speciale la parte di Marta, devono poi compiere pure la parte di Maria. Madre Teresa pregava cinque ore al giorno. Questi fratelli e sorelle chiamati a svolgere in modo speciale una di queste due parti, ci ricordano appunto i due modi con cui possiamo accogliere Gesù e ci insegnano come realizzarli. Dalle claustrali e dai monaci impariamo a cercare per noi ogni giorno spazi di solitudine e di silenzio per prestare attenzione a Gesù come Maria. Dagli operatori di misericordia impariamo ad andare incontro ai fratelli bisognosi, senza aspettare che siano loro a muoversi verso di noi per chiederci aiuto.

Tra questi due modi di accoglienza di Gesù, come deduciamo dalle sue stesse parole, il primato spetta alla parte di Maria: Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.

Questi due modi di accogliere Gesù devono stare sempre insieme come i due comandamenti dell’amore a Dio e al prossimo, ma il primato spetta all’ascolto della parola di Gesù.

Infatti se un amico viene a casa nostra, lo accogliamo innanzitutto prestandogli attenzione, lo facciamo accomodare e poi pensiamo a quello che possiamo offrirgli. Ve lo immaginate se senza prestargli attenzione e senza guardarlo in faccia, subito ci dirigessimo ad offrirgli qualcosa. Potrebbe succedere che gli offriamo ciò che non gradisce. Quindi la parte di Maria che sedutasi ai piedi del Signore ascoltava la sua parola ha il primato nell’accoglienza da riservare a Gesù. Dopo viene la parte di Marta. Se uno si dedica esclusivamente alla parte di Marta rischia di perdere di vista il Signore in quello che sta facendo e nel prossimo che serve, o di non servirlo in modo a lui gradito. A Marta stava succedendo proprio questo. Infatti dice l’evangelista che era distolta per i molti servizi. Aveva incominciato il suo servizio per accogliere Gesù, ma poi si era lasciata talmente prendere dalle cose da distrarsi da lui. Gesù la rimprovera dicendole: Tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Quest’unica cosa di cui abbiamo assolutamente bisogno nella vita è Gesù Cristo.

Penso ad una coppia di sposi che lavorano per sostenersi vicendevolmente e per sostenere la loro famiglia. Lui va a lavorare ogni mattina, lei rimane a casa per preparare il pranzo e sbrigare le altre faccende domestiche. Oppure entrambi vanno a lavorare e poi si dividono il lavoro a casa. Ma per compiere questo servizio di amore, non trovano mai il tempo per pregare e per venire la domenica a messa. Agendo così perdono di vista che lo scopo del loro servizio è il Signore. Lo compiono solo per se stessi e per i figli, e non sanno più vedere Gesù nei familiari che servono. Da qui poi le incomprensioni, le crisi, le frustrazioni, perché quando manca Gesù Cristo manca l’amore vero.

Per noi cristiani Gesù Cristo è la ragione della nostra esistenza e facciamo ogni cosa per lui. Il servizio della carità sganciato dall’ascolto di Gesù scade e diventa ricerca di gratificazione più che dono di amore. Inoltre non riusciamo a vedere bene le necessità e le sofferenze dei fratelli, perché è l’attenzione al Signore che ci apre gli occhi sul prossimo.

Da questo comprendiamo che l’ascolto della parola di Gesù ha il primato e il servizio della carità per essere autentico servizio a lui deve scaturire dall’attenzione che gli prestiamo.

L’attenzione a Gesù Cristo nella seconda lettura di oggi ci fa comprendere che la prima e più grande opera di carità che dobbiamo fare al prossimo è quella di condurlo a lui. L’apostolo Paolo aveva compreso tutto questo e diceva che era pronto farsi tutto a tutti pur di guadagnare a Gesù Cristo qualcuno.

Il Signore oggi bussa alla porta della nostra vita perché lo accogliamo prestando attenzione alla sua parola e servendolo nel prossimo. Se lo accogliamo, prendendo sul serio la sua parola e servendolo nel prossimo, cresceremo sempre più nell’amore fino alla perfezione, e così un giorno sarà lui ad accoglierci nella sua casa.

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10 luglio 2022 – XV Domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Dt 30,10-14 — Salmo responsoriale: Sal 18 – 2Lettura: Col 1,15-20— Vangelo: Lc 10,25-37.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; faquesto e vivrai».

Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Parola del Signore.

Omelia
Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna? Gesù come fa con il giovane ricco che gli aveva posto la stessa domanda lo rimanda alla legge di Dio contenuta nell’Antico Testamento: Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi? Gesù infatti non è venuto ad abolire la legge o i profeti ma a dare compimento. Il dottore della legge risponde riassumendo tutta le legge in due comandamenti, quello dell’amore a Dio e quello dell’amore al prossimo: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso. In un’altra occasione è Gesù stesso a riassumere la legge nel duplice comandamento dell’amore. Questi due comandamenti sono indissolubili, nel senso che l’amore di Dio quando è autentico porta ad amare il prossimo e l’amore del prossimo per essere autentico deve scaturire dall’amore di Dio. Gesù approva la risposta del dottore della legge dicendogli: Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai. Dunque per ereditare la vita eterna, cioè per essere partecipi della stessa vita di Dio che è eterna, dobbiamo osservare il duplice comandamento dell’amore. A questo punto il dottore della legge pone a Gesù una questione dibattuta nelle scuole rabbiniche del tempo: E chi è mio prossimo? Il prossimo veniva identificato dai rabbini con il connazionale. Quindi venivano esclusi gli stranieri. Gesù risponde con la parabola del buon samaritano da cui emerge chiaramente che il prossimo è ogni uomo che incontriamo e ha bisogno del nostro aiuto. Nel racconto il sacerdote e il levita fanno una pessima figura, perché, pur conoscendo la legge di Dio in quanto la insegnavano agli altri, non si fermano a prestare soccorso al povero malcapitato. Il samaritano invece che aveva più di un motivo per non fermarsi a prestare soccorso a quell’uomo che era un giudeo, in quanto tra samaritani e giudei non correva buon sangue, vedendolo prova compassione per lui e gli presta soccorso. Il samaritano con il suo comportamento caritatevole diventa il modello da seguire: Va’ e anche tu fa’ così.

La legge di Dio come dice la prima lettura è iscritta nel cuore dell’uomo: Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore. Ma poiché a causa del peccato l’uomo potremmo non avere una percezione chiara di essa, Dio ha dato anche la legge scritta contenuta nella Bibbia. Nel salmo responsoriale abbiamo ascoltato l’elogio della legge di Dio che è perfetta, stabile, retta, luminosa, pura, fedele, e dona a chi la osserva vita, saggezza, gioia, luce. La legge di Dio dunque è buona, ma a causa del peccato noi siamo incapaci di metterla in pratica tutta e in ogni momento. Perché il sacerdote e il levita non mettono in pratica la legge di Dio che conoscono e insegnano agli altri? A causa del peccato.

Per questo Dio ha mandato Gesù Cristo sulla terra. Nella seconda lettura Gesù viene definito immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione e primogenito di coloro che risuscitano dai morti. In altri termini Dio si rivela e compie ogni cosa per mezzo di Gesù Cristo. Gesù Cristo è venuto a liberarci dal peccato, a mostrarci con la sua vita come bisogna amare Dio e il prossimo e a donarci la grazia dello Spirito Santo, perché la legge di Dio cessi di esser un peso per diventare un’esigenza di vita. Attingendo la grazia dello Spirito Santo nei sacramenti del perdono e dell’eucaristia, il nostro cuore ferito e chiuso a Dio viene guarito e trasformato fino al punto di desiderare quello che Dio comanda. E’ un cammino lungo e faticoso, fatto di passi indietro e di cadute, ma se noi perseveriamo, vedremo la potenza di Dio che opera in noi e sperimenteremo la gioia di amare come Gesù. Per i Padri della chiesa il buon samaritano in realtà è Gesù Cristo stesso che si è chinato su di noi vittima del demonio, per salvarci.

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3 luglio 2022 – XIV Domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1Lettura: Is 66,10-14c — Salmo responsoriale: Sal 65 – 2Lettura: Gal 6,14-18— Vangelo: Lc 10,1-12.17-20.

Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.

In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa allaltra.

Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».

I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
Parola del Signore.

Omelia
Domenica scorsa Gesù ci invitava a seguirlo con una decisione ferma e senza tentennamenti, oggi ci manda a preparare gli uomini all’incontro con lui: Il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Questi settantadue rappresentano tutta la chiesa e ciascuno di noi, mandati da Gesù per essere pescatori di uomini, cioè per portare gli uomini a lui. Tutti noi cristiani siamo prima discepoli e poi apostoli. Come discepoli siamo chiamati a stare con Gesù per imparare da lui, come apostoli siamo mandati da Gesù per preparare gli uomini all’incontro con lui. Questa missione dei settantadue è come un tirocinio alla grande missione che sarebbe iniziata dopo la morte e risurrezione di Gesù.

Nel momento di inviare i discepoli Gesù fa una constatazione: La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Gli uomini disposti a credere in lui sono come un immenso campo di grano pronto per la mietitura, quindi una moltitudine immensa di persone. Quando Gesù faceva questa constatazione il gruppo attorno a lui era costituito da un centinaio di persone, ma con la missione dopo la risurrezione sarebbe incominciato il grande raduno degli uomini attorno a lui nella chiesa sparsa su tutta la terra. Con la sua prescienza divina Gesù vedeva quello che stava per accadere. Anche i profeti dell’Antico Testamento, ispirati da Dio, avevano preannunciato questo raduno dei popoli intorno al Dio d’Israele. Nella prima lettura, il profeta, o meglio Dio per bocca del profeta, diceva che avrebbe fatto scorrere come un torrente in piena verso Gerusalemme i popoli della terra. Gerusalemme cessa di essere un luogo geografico per diventare immagine della chiesa, in cui si radunano quelli che credono in Gesù e credendo in lui diventano figli di Dio. Per questa messe abbondante, una moltitudine immensa di uomini disposti a credere in Gesù, gli operai sono pochi, sono pochi i cristiani disponibili a condurli a Gesù Cristo.

Il rimedio per questa penuria di operai è la preghiera a Dio, signore della messe: Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Dio vuole che tutti i discepoli del Figlio suo siano anche apostoli nel mondo, ma, come è nel suo stile, non impone la sua volontà. Con la preghiera ci accordiamo con la sua volontà e gli chiediamo di renderci apostoli del Figlio suo, magari con le parole di Isaia: Eccomi, Signore, manda me. Gli chiediamo di rendere tutti i nostri fratelli nella fede apostoli del Figlio suo. Con la cresima ci siamo assunti questo impegno di rendere testimonianza a Gesù nel mondo, per portare a lui quelli che non l’hanno mai conosciuto e per riportare a lui quelli che dopo averlo conosciuto, forse solo per sentito dire, se ne sono poi allontanati.

In che modo dobbiamo rendere testimonianza a Gesù Cristo? Come dobbiamo comportarci nella missione? Che cosa dobbiamo annunciare? Gesù nel vangelo ci dà delle indicazioni sul comportamento da tenere. Le parole di Gesù non vanno prese alla lettera ma a senso. Gesù ci manda in un mondo in cui incontreremo molti che ci accolgono e molti che ci sono ostili. Costoro sono i lupi, quelli che essendo chiusi a Dio perseguitato i discepoli di Gesù. Noi siamo chiamati a somigliare a Gesù, l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo: Vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Gesù non ha imposto a nessuno di seguirlo. Al giovane ricco dice: Se vuoi…Non ha reso a nessuno male per male, ma ha vinto il male con l’amore. Così dobbiamo comportarci anche noi. Poi non dobbiamo essere attaccati alle cose del mondo e dobbiamo condurre una vita ridotta all’essenziale, per essere credibili quando diciamo che bisogna mettere al primo posto Dio e poi tutto il resto.

Dal salmista apprendiamo che nella predicazione del vangelo dobbiamo rendere testimonianza alle opere salvifiche di Dio per tutti gli uomini e poi a quello che Dio ha fatto specificamente per noi: Venite e vedete le opere di Dio/…Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,/ e narrerò quanto per me ha fatto. Il salmista, da israelita, annunciava l’avvenimento dell’esodo, in cui Dio aprì al suo popolo una via in mezzo al mar Rosso. Le opere salvifiche di Dio nella storia culmina nell’incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Dobbiamo annunciare questo agli uomini. Dobbiamo annunciare che Dio si è fatto uomo, ci ha fatto conoscere se stesso in Gesù Cristo, che è morto per noi sulla croce per liberarci dal demonio, dal peccato e dalla morte, ed è risorto per donarci una vita nuova. Mediante Gesù Cristo il regno di Dio si diffonde in mezzo a noi. A questa testimonianza sulle opere salvifiche di Dio dobbiamo aggiungere la nostra testimonianza personale, quello che Dio ha fatto per noi. Ognuno di Dio, può testimoniare l’esperienza della salvezza di Dio nella propria vita.

Se obbediamo al Signore, se ci comportiamo come suoi inviati e facciamo solo quello che vuole lui, non ciò che vogliamo noi, allora il nostro apostolato avrà successo, nel senso che riusciremo a trovare e condurre a lui gli uomini di quella messe abbondante, che incontreremo. Non riusciremo invece a convincere i lupi, anche se costoro potranno sempre convertirsi.

I discepoli ritornano pieni di gioia per il successo ottenuto: Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome. Gesù spiega che non deve essere questo il motivo principale della gioia: Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli. Dobbiamo rallegrarci perché Dio ci ha chiamati a conoscerlo per mezzo di Gesù Cristo nella sua chiesa. Nella preghiera del mattino diciamo: Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ecco il motivo della gioia: Dio ci ha chiamati a conoscerlo, ad essere suoi figli, a vivere in comunione con lui. E perché noi si e molti altri no? Perché con il nostro apostolato lo facciamo conoscere a quelli che lo ignorano. Da qui la necessità e l’urgenza dell’apostolato cristiano.

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27 febbraio  2022 – VIII domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Sir  27,4-7 – Salmo responsoriale: Sal 91 – 2lettura: 1Cor 15,54-58 – Vangelo: Lc 6,39-45.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: ‹Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio›, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.

Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.
Parola del Signore

Omelia
Nel vangelo di oggi Gesù, con l’immagine del cieco che guida un altro cieco, e dell’albero che si riconosce dal frutto, ci mette in guardia dai cattivi maestri che sarebbero sorti nella sua chiesa.

Nella chiesa il compito di insegnare spetta principalmente ai pastori, papa, vescovi, sacerdoti, poi anche ai diaconi. A tutti costoro si affiancano i catechisti che insegnano ai fanciulli e ai ragazzi che compiono il cammino della formazione cristiana.

I maestri nella chiesa devono parlare e agire come l’unico maestro, Gesù Cristo, il quale ha detto: Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.

In che modo dunque tutti quelli che Gesù pone come maestri per gli altri fratelli possono diventare ciechi che guidano altri ciechi?

Questo può avvenire principalmente in due modi: o chi insegna la parola di Gesù poi non la vive, e quindi la smentisce con la sua vita, o chi insegna la parola di Gesù, la adultera mescolandola con le proprie opinioni. Un maestro che si comporta così è un cieco che guida un altro cieco.

Infatti se parla bene ma poi razzola male, è accecato dai suoi peccati, e chi lo segue imitandolo, va incontro come lui ad un giudizio di condanna. Facciamo un esempio. Un sacerdote insegna la parola di Gesù che parla di perdonare i nemici. Poi però si mostra vendicativo con i suoi parrocchiani con cui ha avuto dei contrasti. E’ un cieco che guida altri ciechi. Gli altri ciechi sono quelli che lo imitano nel comportamento vendicativo.

Se poi sembra che si comporti bene, ma adultera la parola di Gesù, non insegnandola in modo genuino, è accecato dalla superbia e dalla presunzione, e chi lo segue, obbedendo ai suoi insegnamenti sbagliati, va incontro con lui ad un giudizio di condanna. Per esempio, una coppia di fidanzati vanno a convivere e domandano ad un sacerdote se nella loro situazione possono fare la comunione. Il sacerdote, mettendo da parte la parola di Gesù e adeguandosi alla mentalità corrente secondo cui in questo non c’è nulla di male, dice loro che la possono fare.  E’ un cieco che guida altri ciechi. In questo caso gli altri ciechi sono i due conviventi che seguono il suo suggerimento.

Se un cieco guidasse altri ciechi, succederebbe che cadrebbero in fossa. Nell’ambito della chiesa succede che vanno incontro tutti e due ad un giudizio di condanna.

Gesù dice che i cattivi maestri come gli alberi si riconoscono dai loro frutti. Il cattivo maestro che insegna bene e razzola male dalle sue azioni che contraddicono la parola di Gesù, il cattivo maestro che adultera l’insegnamento di Gesù dalle sue parole che non sono conformi alle parole di Gesù.

Oggi i cattivi maestri si sono moltiplicati a dismisura all’interno della chiesa, perché moltissimi fedeli, avendo rinunciato ad approfondire la fede, non conoscono più la parola di Gesù su diversi punti.

Prendiamo spunto dal vangelo di domenica scorsa e dalla seconda lettura di oggi per sottolineare i due punti fondamentali dell’insegnamento di Gesù, che scaturiscono direttamente dalla sua morte e risurrezione. Nel vangelo di domenica scorsa Gesù ci insegnava l’amore perfetto che non rende male per male, che vince il male con il bene, che pur di non fare il male lo subisce. Quest’amore Gesù lo ha vissuto andando incontro alla morte di croce. E ci invita a seguirlo sulla via della croce, cioè dell’amore perfetto, che è tale perché costa sacrificio. In accordo con quest’amore Gesù ci insegnava ad amare i nemici. Ma possiamo portare mille altri esempi che scaturiscono da quest’amore. Il perdono reciproco tra gli sposi, l’accettazione di un figlio con un handicap, ecc.

Se un maestro nella chiesa cerca di attenuare quest’amore, di nascondere le sue esigenze, è un falso maestro. Per esempio, durante le persecuzioni dei primi secoli contro i cristiani, c’erano alcuni maestri nella chiesa che dicevano che non c’era nulla di male se un cristiano arrestato, per avere salva la vita, avesse rinnegato Gesù Cristo con la bocca ma non con il cuore. Altri invece ricordavano le parole di Gesù che al riguardo sono chiare: Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Se i cristiani avessero seguito i primi maestri, non ci sarebbero stati i martiri. In questo caso i falsi maestri erano tali perché insegnavo a sfuggire la croce, a non seguire Gesù sulla via della croce.

Nell seconda lettura di oggi si parla della nostra partecipazione alla risurrezione di Gesù. Non partecipiamo solo alla sua croce, amando come lui, visto che il suo amore è così impegnativo, e costa sacrificio, ma partecipiamo anche alla sua risurrezione. Sin da subito con la nostra anima che riceve la vita eterna. Nell’ultimo giorno anche con i nostri corpi che risorgeranno per la vita eterna. Se un maestro nella chiesa, sottacesse il discorso sull’altra vita, e si soffermasse solo dei benefici che riceviamo da Gesù Cristo su questa terra, sarebbe un cattivo maestro.

Dunque i veri maestri si distinguono dai falsi perché presentano il comandamento dell’amore  senza attenuarlo, e parlano della vita eterna dove le nostre croci accettate con amore saranno abbondantemente ricompensate.

I cattivi maestri in quanto tali non hanno autorevolezza presso i cristiani autentici. Quindi se volessero correggere qualcuno che  sbaglia, farebbero come uno che vuole togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello e non s’avvede di avere nel proprio occhio una trave:  Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?

Gesù dunque consiglia ai cattivi maestri di convertirsi e allora ci vedranno bene per poter correggere e aiutare chi sbaglia: Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Prima convertiti, cambia vita, poni le tue radici nel Signore, come il giusto di cui parla il salmo, che crescerà come cedro del Libano, piantato nella casa del Signore, e poi ci vedrai bene per correggere il fratello.

Pregate per noi fratelli e sorelle, per noi a cui il Signore ha affidato questo compito così difficile di insegnare agli altri. Preghiamo gli uni per gli altri, perché rimaniamo saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore.

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20 febbraio  2022 – VII domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: 1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23 – Salmo responsoriale: Sal 102 – 2lettura: 1Cor 15,45-49 – Vangelo: Lc 6,27-38.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non richiederle indietro.
E come volete gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.

Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso .

Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.
Parola del Signore

Omelia
Domenica scorsa Gesù ci ha insegnato la via della felicità. Per essere felici dobbiamo confidare in Dio. E siccome Dio si è rivelato in Gesù, dobbiamo confidare in lui. La fiducia in Gesù è soltanto l’inizio di questa via che conduce alla felicità. Nel vangelo di oggi Gesù ci insegna come avanziamo nella via della felicità. Per essere felici dobbiamo amare come Dio: Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

Nel Salmo responsoriale abbiamo ascoltato:

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati,
non ci ripaga secondo le nostre colpe.

Come è tenero un padre verso i figli,
così il Signore è tenero
verso quelli che lo temono.

Dio ci ama come un padre ama i suoi figli. In un altro passo Dio dice di amarci come una mamma. In realtà ci ama infinitamente di più dei nostri genitori. Questo Dio, che nessuno ha mai visto, si è rivelato in Gesù Cristo. Nel vangelo di oggi Gesù ci insegna ad amare come ama lui. Ci insegna ad amare i nemici: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. Sulla croce Gesù ha perdonato i suoi nemici e ha pregato per loro, scusandoli: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.

Ci insegna a non reagire alla violenza con altrettanta violenza: A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non richiederle indietro. Quando i suoi nemici durante la passione lo percuotevano e  lo sfidavano dicendogli di scendere dalla croce, Gesù è rimasto in silenzio a subire la violenza pur di non vendicarsi. Se infatti fosse sceso dalla croce, avrebbe dovuto punirli. Ci insegna ad amare senza secondo fini, ma gratuitamente: Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. Gesù infatti ama tutti gli uomini, a prescindere se ricambieranno o meno il suo amore.

Gesù ci insegna un amore perfetto, che non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene, che pur di non cedere al male è disposto a subirlo, un amore donato gratuitamente. Quest’amore va al di là delle nostre forze. Nella prima lettura abbiamo ascoltato che Davide avendo la possibilità di uccidere il suo nemico, lo perdona e non lo uccide. Ma Gesù ci chiede più del semplice perdono, ci chiede di amare, di fare del bene, di pregare per i nemici. L’amore che Gesù ci insegna è quello di Dio. Solo se sperimentiamo quest’amore nella nostra vita, impariamo e abbiamo la forza di donarlo al prossimo, anche ai nemici.

La seconda lettura ci ricorda che noi abbiamo ricevuto l’immagine di Gesù nel battesimo, e siamo diventati figli di Dio. Quando siamo nati eravamo simili ad Adamo, con il battesimo siamo stati assimilati a Gesù: E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. In noi vive lo Spirito Santo, che diffonde nei nostri cuori l’amore di Dio. Nei sacramenti del perdono e dell’eucaristia riceviamo in continuazione lo Spirito Santo.

Dobbiamo prepararci a ricevere lo Spirito Santo convincendoci che le parole di Gesù ci indicano la via della felicità, che è giusto quello che dice Gesù e non quello che insegna la mentalità del mondo. Secondo la mentalità del mondo, se tu potendoti vendicare non lo fai, sei uno stupido. Se noi siamo convinti che è giusto quello che ci insegna Gesù, dobbiamo poi chiedergli con insistenza, come la vedova importuna, che ci aiuti ad amare come ama lui. Così quando poi riceviamo nei sacramenti lo Spirito Santo ci trova disponibili e crea in noi un cuore nuovo.

Quando noi amiamo come ama Dio, come ama Gesù, sperimentiamo in noi la felicità. La felicità è proporzionale all’amore che doniamo. Più il nostro amore è perfetto, come l’amore di Dio, più siamo felici.

Infine Gesù dice che se noi siamo misericordiosi con il prossimo, amandolo come lui ci ha insegnato, Dio sarà misericordioso con noi quando ci giudicherà: Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio. Questa misura buona, pigiata, colma e traboccante che ci sarà data da Dio, perché il soggetto sottinteso di queste frasi è Dio, riguarda la ricompensa eterna, la felicità perfetta e senza fine del paradiso.

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13 febbraio  2022 – VI domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger 17,5-8 Salmo responsoriale: Sal 1 – 2lettura: 1Cor 15,12.16-20 – Vangelo: Lc 6,17.20-26.

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. 
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:

«Beati voi, poveri,

perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi, che ora avete fame,

perché sarete saziati.

Beati voi, che ora piangete,

perché riderete.

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi,

perché avete già ricevuto la vostra consolazione.

Guai a voi, che ora siete sazi,

perché avrete fame.

Guai a voi, che ora ridete,

perché sarete nel dolore e piangerete.

Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Parola del Signore

Omelia
Tutti gli uomini desiderano essere felici. Magari tra gli uomini ci saranno divergenze su cosa possa rendere felici, per cui uno pensa di essere felice dandosi ai piaceri della vita, un altro accumulando beni, un altro ancora cercando la notorietà e il successo. Su una cosa tutti gli uomini sono concordi e cioè di voler essere felici. Nella liturgia di oggi le letture della parola di Dio ci vogliono insegnare la via per ottenere la felicità. Prendiamo in considerazione la prima lettura, il salmo e il vangelo. Mettiamo da parte per un momento la seconda lettura. Nella prima lettura, nel salmo e nel vangelo si parla della felicità. Nella prima lettura ascoltiamo: Benedetto l’uomo che confida nel Signore; nel salmo: Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi; nel vangelo abbiamo ascoltato le beatitudini pronunciate da Gesù che ripete: Beati voibeati voi…beati voi… Se vogliamo la parola di Dio ci presenta due vie, quella della felicità, che dobbiamo seguire se vogliamo essere felici, e la via dell’infelicità che al contrario dobbiamo evitare per non fallire lo scopo della nostra vita.

Nella prima lettura il profeta Geremia presenta da una parte l’uomo che confida nell’uomo, allontanando il suo cuore dal Signore, e dall’altra l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. L’uomo che confida nell’uomo, pere realizzarsi nella vita conta sulle proprie forze o su quelle degli altri uomini, oppure sui mezzi a sua disposizione. Nello stesso tempo allontana il cuore dal Signore, non spera alcuna cosa dal Signore. Quindi vive come se Dio non esistesse, sia che arrivi a negare l’esistenza di Dio, sia che l’ammetta. L’uomo che confida nel Signore per realizzarsi spera nell’aiuto del Signore, anche se fa tutto quello che è in suo potere e non disdegna l’aiuto degli altri. Confida nel Signore perché crede che per riuscire c’è bisogno dell’aiuto. Sono due modi diversi di impostare la vita, che hanno anche esiti diversi. L’uomo che confida nell’uomo è maledetto, cioè è destinato al fallimento e alla morte, come un tamarisco nella steppa, in una zona desertica è destinato a seccare. L’uomo che confida nel Signore è benedetto, cioè destinato alla riuscita e alla vita, come un albero piantato lungo un corso d’acqua.

Il Salmo ci fa capire meglio come si sviluppano questi due modi diversi di impostare la vita. Il salmo è il salmo I che apre il libro dei salmi e incomincia con la frase: Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi. Dice San Gregorio di Nissa che con il libro dei salmi Dio ci vuole insegnare la via della felicità, ecco perché il primo salmo che incomincia con la frase: Beato l’uomo. L’uomo che confida nell’uomo e allontana il suo cuore dal Signore, non si fa scrupolo di trasgredire i suoi comandamenti, arrivando persino a farsi beffe di Dio e di quelli che credono. Tali sono gli arroganti di cui parla il salmo. Invece l’uomo che confida nel Signore trova la sua gioia nella legge del Signore, di cui si nutre meditandola giorno e notte. Si configurano due vie, quella dei giusti, che confidano nel Signore e quella dei malvagi, che confidano in se stessi. La via dei malvagi va in rovina, perché somigliano alla pula che il vento disperde, invece la via dei giusti va verso la vita, perché sono come alberi piantati lungo corsi d’acqua.

Nel vangelo Gesù si rivolge a tutti, ma in particolare ai suoi discepoli. Infatti leggiamo: Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva. I discepoli, a differenza delle folle, hanno preso la decisione di seguirlo, sono interessati al suo insegnamento, e in privato gli chiedono ulteriori spiegazioni. E’ quello che dobbiamo fare anche noi. Quando ascoltiamo la parola di Gesù in chiesa, pii a casa dobbiamo ritornarci, per cercare di comprenderla meglio.

Gesù pronuncia quattro beatitudini e quattro guai. Beati voi, poveri… voi, che ora avete fame…voi, che ora piangete…voi, quando gli uomini vi odieranno… a causa del Figlio dell’uomo.

Pronuncia poi dei guai, cioè degli avvertimenti:  Ma guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi…Guai a voi, che ora ridete…Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Perché Gesù proclama beati quelli che sono in difficoltà e avverte ammonendo quelli che sono nella prosperità? Quelli che sono in difficoltà sono portati ad aprirsi a Dio, a confidare in lui, al contrario quelli che sono nel benessere sono portati a chiudersi a Dio e a confidare in se stessi. Non è dunque la povertà che è un bene, ma l’atteggiamento della fiducia in Dio che la povertà fa nascere. Non è la ricchezza un male, ma l’allontanamento dal Signore che la ricchezza può favorire. Da tutto quello che stiamo leggendo e spiegando comprendiamo che la felicità dipende da Dio. Perché chi confida in lui è benedetto, e chi confida nell’uomo è maledetto? Perché chi confida nel Signore, confida nella sorgente della vita, chi confida nell’uomo confida nella carne destinata alla corruzione. Perché la via dei malvagi va in rovina e quella dei giusti è nella serenità? Perché il Signore veglia sul cammino dei giusti, invece la via dei malvagi è senza Dio, da cui si sono allontanati. Perché i poveri sono beati e i ricchi sono ammoniti? Perché i primi cercano Dio e ottengono la sua amicizia, i secondi si dimenticano di Dio e si privano della sua amicizia.

Dunque la nostra felicità dipende dalla comunione con il Signore. Stando con lui noi siamo felici per quanto è possibile esserlo su questa terra, dove la felicità non è mai allo stato puro ma è sempre mescolata con la tristezza e il pianto.

A questo punto prendiamo la seconda lettura che avevamo messo da parte. L’apostolo Paolo rimprovera quei cristiani di Corinto che negavano la risurrezione dei morti. Credevano in Gesù ma pensavano che con la morte finisce tutto. Quindi confidavano nel Signore solo per questa vita. Per cui l’apostolo dice: Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Il cristiano per seguire Gesù fa tante rinunce, e la ricompensa a queste rinunce spesso non è ben visibile in questa vita. Se con la morte finisce tutto, non vale la pena seguire Gesù. Ora noi sappiamo che Gesù è risorto e noi risorgiamo con lui, per questo la nostra fiducia in lui non riguarda solo questa vita che finisce ma riguarda soprattutto l’altra vita che non avrà mai fine e in cui parteciperemo in pienezza della sua felicità.

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6 febbraio  2022 – V domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Is 6,1-2a.3-8 Salmo responsoriale: Sal 137 – 2lettura: 1Cor 15,1-11 – Vangelo: Lc 5,1-11.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.

Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».

E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Parola del Signore

Omelia
Quando leggiamo con attenzione e pazienza un singolo passo della parola di Dio, ne ricaviamo tanti insegnamenti, poiché la parola di Dio è come una sorgente inesauribile. Quando, però, mettiamo a confronto i brani della parola di Dio che ci propone la liturgia, ci accorgiamo che è più difficile ricavarne un insegnamento unitario. La maggior parte di questi abbinamenti si sono formati nel corso del tempo nella liturgia della chiesa. Trovare il messaggio che questi brani unitamente ci vogliono comunicare non è sempre facile. Richiede pazienza e attenzione, senza fretta, perché la parola di Dio, come diceva Origene, si nasconde al lettore frettoloso.

Per il momento mettiamo da parte il salmo e concentriamoci sulle tre letture. Confrontandole vediamo che tutte e tre presentano un identico argomento: la manifestazione di Dio.

Nella prima lettura Dio si manifesta in visione al profeta Isaia, nella seconda lettura il Figlio di Dio Gesù Cristo appare dopo la sua risurrezione a Paolo, nel vangelo Gesù manifesta a Pietro la sua gloria divina con il miracolo della pesca. Guardiamo queste tre letture in ordine cronologico, iniziando con la manifestazione divina ad Isaia, poi quella a Pietro nel vangelo e infine quella a Paolo.

Nella prima lettura Dio appare in visione al profeta Isaia. Il profeta vede Dio seduto su un trono altissimo. Ma, attenzione, il profeta non dice mai di vedere il volto di Dio. L’unico particolare della visione riguarda i lembi del manto di Dio che riempivano il tempio. Da questo particolare possiamo farci un’idea della figura maestosa, che gli appare. Dinanzi a questa visione il profeta scopre di essere peccatore: 

Ohimè! Io sono perduto,
perché un uomo dalle labbra impure io sono
e in mezzo a un popolo
dalle labbra impure io abito.

Il profeta vede localizzato tutto il suo peccato e il peccato del popolo sulle labbra. Nella cultura degli israeliti del tempo si dava grande peso ai peccati legati alla parola. Con la parola si dicono menzogne, calunnie, false testimonianze, ingiurie. Ma anche il peccato per eccellenza, l’idolatria, era legato alla parola e alle labbra, poiché si invocavano gli idoli e si mandavano baci agli idoli con le labbra. E’ chiaro che i peccati non sono solo quelli legati alla parola, ma il profeta vede il peccato attaccato alle sue labbra e a quelle del popolo.

Nel vangelo Pietro sperimenta la potenza della parola di Gesù. Insieme ai compagni ha pescato tutta la notte con le reti e non ha preso nulla. La notte è il momento giusto per pescare con le reti. Ora Gesù in pieno giorno gli ordina di prendere il largo e di calare le reti per la pesca. E’ un’assurdità. Pietro da pescatore provetto lo sa bene e lo fa notare con delicatezza a Gesù: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla. Nonostante ciò Pietro, come hanno fatto i servi a Cana, mette da parte la sua esperienza e le sue cognizioni, e obbedisce a Gesù: ma sulla tua parola getterò le reti. Lo faccio perché me lo dici tu. In questo modo mostra di fidarsi più di Gesù che di se stesso. E’ l’atteggiamento della fede, che troviamo in tutti gli uomini graditi a Dio presenti nella Bibbia. Poiché si è fidato della parola di Gesù, Pietro sperimenta la potenza di questa parola: Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Pietro da Israelita ha imparato dalla Bibbia una cosa fondamentale, che cioè la parola di Dio è sempre efficace. Dio dice e crea tutte le cose, pronunzia una parola e si realizza. Quindi vedendo l’efficacia della parola di Gesù, comprende che è parola di Dio, che Dio è presente in Gesù. Dinanzi a questa manifestazione di Dio in Gesù Cristo, Pietro scopre di essere peccatore e si sente indegno di stare con lui: Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Da notare che prima l’ha chiamato maestro, ora lo chiama Signore, il titolo che la Bibbia riserva al Dio d’Israele.

Nella seconda lettura l’apostolo Paolo richiama ai cristiani di Corinto il contenuto essenziale del vangelo che si riassume nella morte e risurrezione di Gesù:

Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture.

Paolo elenca le apparizioni di Gesù risorto: A Pietro e quindi ai Dodici, a più di cinquecento fratelli in una sola volta, a Giacomo e gli altri apostoli, infine anche a lui. Allude sicuramente all’apparizione di Gesù sulla via di Damasco. Paolo si stava recando a Damasco per perseguitare i cristiani del posto. Mentre si stava avvicinando alla città, verso mezzogiorno una luce sfolgorante lo abbagliò e cadde da cavallo, mentre una voce gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Frastornato dalla caduta trovò la forza di domandare: Chi sei? E la voce: Sono Gesù di Nazareth che tu perseguiti. L’apparizione di Gesù risorto fa scoprire a Paolo il suo peccato: apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 

Dunque in tutte e tre le manifestazioni di Dio gli uomini coinvolti scoprono il proprio peccato. Il peccato è alla radice il distacco da Dio e di pensare la vita secondo la propria volontà.

Tutti gli altri peccati sono una conseguenza di ciò, come i frutti dell’albero. Se tagli la radice, i frutti non nascono più. Ma da soli siamo incapaci di ristabilire la comunione con Dio e di impostare la nostra vita secondo la sua volontà. Dio perciò nella prima lettura, dopo aver fatto prendere coscienza al profeta Isaia del suo peccato, manda un angelo a purificarlo con un carbone ardente preso dal fuoco dell’altare. I Padri della chiesa, Basilio di Cesarea e Cirillo di Alessandria, leggono questo carbone ardente come un’immagine di Gesù Cristo. Il carbone ardente è Gesù che ha unito il fuoco della divinità al legno dell’umanità facendosi uomo.

Nel vangelo e nella seconda lettura non si dice che Gesù ha purificato Pietro e Paolo, ma è sottinteso. Gesù infatti, dice Paolo, è morto per i nostri peccati. Pietro e Paolo sono tra i primi che hanno usufruito della salvezza portata da Gesù Cristo. 

Adesso dobbiamo richiamare il salmo che avevamo messo in stand by:

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.

Come i re della terra ascolteranno la parola del Signore?

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il Signore che si domandava: Chi manderò e chi andrà per noi? E il profeta risponde: Eccomi, Signore , manda me. Il profeta viene mandato da Dio al suo popolo, gli israeliti.  Nel vangelo Gesù dice a Pietro: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Pietro dovrà pescare gli uomini con la parola di Dio, incominciando dagli israeliti. La stessa cosa fa Paolo, apostolo delle genti. Il Signore manda quelli che hanno sperimentato la sua presenza, hanno scoperto il proprio peccato e sono stati purificati ad annunciare la sua parola agli altri uomini perché possano fare l’esperienza di Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo.

Grazie alla predicazione del vangelo, i re della terra, che rappresentano qui non solo se stessi, ma anche i loro popoli, dopo che avranno ascoltato la parola di Dio e avranno creduto, sperimenteranno nella propria vita la potenza della parola di Gesù che libera dal peccato e assimila a lui, e così ringrazieranno il Signore per la sua salvezza. Da tutto ciò derivano alcune conseguenze pratiche per noi. Abbiamo bisogno di sperimentare la presenza del Signore nella nostra vita, ma in che modo? La possiamo sperimentare mediante la sua parola, fidandoci della sua parola, coma ha fatto Pietro, soprattutto quando la sua parola sembra comandarci qualcosa che va contro l’esperienza che stiamo facendo, e per seguirla dobbiamo mettere da parte la nostra intelligenza. Proprio allora come Pietro, dobbiamo obbedire fidandoci più della parola di Dio che di noi stessi, e allora sperimenteremo la sua potenza. L’esperienza del Signore nella nostra vita ci fa prendere coscienza del peccato che è in noi e di cui solo il Signore può purificarci. Dobbiamo poi annunciare il vangelo ai pagani del nostro tempo e ai cristiani che hanno abbandonato il cammino della fede da anni. Il Signore ci manda come mandò il profeta Isaia, e come mandò Pietro e Paolo. Il Signore vuole la salvezza di tutti e perciò vuole che tutti lo conoscano, scoprano il proprio peccato, credano in Gesù e siano salvati.

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30 gennaio  2022 – IV domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Ger  1,4-5.17-19- Salmo responsoriale: Sal 70 – 2lettura: 1Cor  12,31-13,13 – Vangelo: Lc 4,21-30.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore. 

Omelia
I compaesani di Gesù in un primo momento sembrano accoglierlo e ammirarlo, ma in realtà non credono in lui. Vorrebbero piuttosto vedergli fare qualche miracolo, che dia conferma a quello che ha detto poco prima: Lo Spirito del Signore è sopra di me… Gesù che scruta i cuori svela la loro incredulità: In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. E lascia intendere che si comporterà con loro come Elia ed Eliseo che hanno fatto i loro miracoli non agli israeliti ma ai pagani. I compaesani allora vengono allo scoperto e non rivelano solo la loro incredulità ma anche la loro ostilità nei suoi riguardi: Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.

La fede nasce dall’ascolto della parola di Gesù, che è parola di Dio, in coloro che già sono disponibili a Dio nella loro coscienza. Quelli che sono aperti a Dio nella loro coscienza, quando sentono la parola di Gesù l’accolgono e credono. I miracoli non riescono a suscitare la fede se la coscienza è chiusa a Dio e non presta ascolto alla sua parola. I miracoli possono far sbocciare la fede quando già sta per nascere, o confermarla dopo che è nata, ma non generarla. I discepoli di Gesù a Cana di Galilea credettero in lui dopo il miracolo, perché già la fede era germogliata in loro, e il miracolo la fece sbocciare. Diversi israeliti hanno assistito ai miracoli compiuti da Gesù, penso alla moltiplicazione dei pani, ma non hanno creduto in lui.

La missione di Gesù inizia con questo episodio di incredulità e ostilità da parte dei compaesani, di quelli che lo conoscono sin dall’infanzia e lo hanno visto crescere, e si conclude con l’incredulità e l’ostilità dei capi religiosi del tempo che lo faranno condannare alla morte di croce.

L’incredulità e l’ostilità degli israeliti verso gli inviati di Dio non è nuova come ascoltiamo nella prima lettura. La prima lettura riporta un brano del racconto della vocazione del profeta Geremia. Dio non gli nasconde l’ostilità che dovrà sperimentare da parte dei capi e del popolo, e tuttavia non dovrà temerli. Se il profeta si lascerà prendere dalla paura di quelli a cui deve parlare, sarà tentato di non annunciare bene la parola di Dio per non urtare quelli che lo ascoltano. Sarà tentato magari di fare una selezione nella parola di Dio, annunciando alcune cose e tacendone altre, oppure di annacquare la parola, dicendo e non dicendo, oppure di nascondere del tutto la parola di Dio. Facendo così eviterà l’indignazione e le ire dei capi e del popolo, ma si metterà contro Dio. Con questo comportamento peccherà contro Dio e contro lo stesso popolo. Contro Dio perché mostra di temere più gli uomini che lui. Contro il popolo perché avrebbe potuto aiutarlo con l’annuncio della parola di Dio e invece non lo ha fatto. La parola di Dio è sempre un bene anche quando rimprovera, perché spinge alla conversione. Quindi commetterà un gravissimo peccato di omissione, perché ammonire i peccatori è una delle sette opere di misericordia spirituale. Perciò Dio gli dice che se avrà paura dei capi e del popolo, sarà lui poi a fargli paura, suscitando nella coscienza il rimorso per il peccato commesso. Il profeta non deve avere paura perché tutti quelli che lo ostacoleranno e lo perseguiteranno, non potranno prevalere: Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,/perché io sono con te per salvarti.

L’incredulità e l’ostilità verso i profeti di Dio rivela l’incredulità e l’ostilità nei riguardi di Dio, il quale ha detto per bocca di Gesù: Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Rivelano il peccato e l’opera del demonio nel cuore degli uomini. Infatti l’artefice dell’incredulità e dell’ostilità verso Dio e verso chi annuncia la sua parola è il demonio.

Con la venuta di Gesù tutti quelli che credono in lui diventano profeti. Prima di Gesù Dio affidava la missione di profeta solo ad alcuni, uomini e donne, scelti di mezzo al suo popolo. Ora nella chiesa c’è una partecipazione di base all’ufficio profetico di Gesù comune a tutti i battezzati. Tra costoro ci sono alcuni chiamati a svolgere un particolare compito di profezia, come catechisti, teologi, maestri. Partecipano in grado eminente all’ufficio profetico di Gesù i pastori della Chiesa, papa, vescovi, sacerdoti, diaconi, chiamati ad ammaestrare e formare tutti gli altri fedeli.

Nella seconda lettura l’apostolo spiega che non giova possedere dei carismi, non giova compiere opere buone, se si è privi della carità. La carità di cui parla l’apostolo non è innanzitutto l’elemosina o qualche altra opera di misericordia, come potremmo pensare a prima vista. Infatti Paolo dice: E se anche dessi in cibo tutti i miei beni…, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità di cui parla l’apostolo è l’amore di Dio che si è rivelato in Gesù Cristo. Infatti parla della carità come una persona: La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. Quest’amore di Dio rivelatosi in Gesù Cristo viene riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo. Noi attingiamo lo Spirito Santo nei sacramenti, se lo facciamo con fede e con un cuore convertito. La carità è la stessa vita di Dio, di cui siamo divenuti partecipi. Vivere nella carità significa vivere in comunione con Dio, in grazia di Dio. Senza la carità tutto quello che facciamo di bene non ci giova per la salvezza, perché è guastato dal nostro peccato. Quando noi compiamo il bene animati dalla carità di Dio, rendiamo gloria a Dio e le nostre opere buone sono feconde per il prossimo perché lo spingono verso Dio, per noi perché cresciamo nella comunione con Dio.

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23 gennaio  2022 – III domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Ne 8,2-4.5-6.8-10- Salmo responsoriale: Sal 18 – 2lettura: 1Cor 12,12-30 – Vangelo: Lc 1,1-4; 4,14-21.

Dal Vangelo secondo Luca

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.

Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,

a proclamare l’anno di grazia del Signore».

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Parola del Signore.

Omelia
La nostra attenzione in questa celebrazione viene attirata sul libro della parola di Dio. Nel vangelo abbiamo ascoltato che Gesù nella sinagoga di Nazareth ha letto un brano del profeta Isaia, nella prima lettura il sacerdote Esdra legge i libri della legge, cioè i primi cinque libri della Bibbia. La Bibbia è composta di 72 libri, 46 formano l’Antico Testamento, 27 il Nuovo. Esdra incomincia la lettura dei primi cinque libri della Bibbia, Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, al sorgere del sole e la conclude verso mezzogiorno. La gente ascoltava con attenzione. I leviti spiegavano al popolo il significato dei passi che venivano letti. E’ fondamentale la comprensione della parola di Dio, per sapere cosa dobbiamo fare. Quando incontriamo una persona che ci parla, cerchiamo di capire cosa voglia comunicarci, per poterle rispondere e instaurare un dialogo. Se non comprendiamo le sue parole, non possiamo dialogare. La stessa cosa vale quando ascoltiamo la parola di Dio, abbiamo bisogno di capirla per poter dialogare con lui. Quando la lettura della legge stava per concludersi il popolo piangeva. Se andiamo a leggere gli ultimi capitoli del Deuteronomio, comprendiamo il motivo di questo pianto. Il popolo si rendeva conto che la parola di Dio si era compiuta nei padri con l’esilio, e in loro con la liberazione e il ritorno in patria.

Negli ultimi capitoli del Deuteronomio Dio per bocca di Mosè mette in guardia il popolo dalla tentazione di trasgredire i suoi comandamenti. Se il popolo si getterà dietro le spalle la parola di Dio e i suoi moniti, sperimenterà tanti guai. Privato dell’aiuto di Dio, i nemici lo attaccheranno, lo sottometteranno e lo condurranno in esilio. Se in questa condizione si pentirà e si convertirà al Signore con tutto il cuore, il Signore lo perdonerà e lo ricondurrà nella terra promessa. Gli israeliti che ascoltano la lettura della legge da parte del sacerdote Esdra sono gli esuli ritornati in patria. Costoro si rendevano dunque conto che la parola di Dio si era realizzata, e piangevano per i peccati dei padri e per i loro peccati. Ma i capi li esortano a smettere, perché era un giorno di festa per il Signore e non bisognava fare lutto. E poi il Signore riconducendoli in patria, aveva chiaramente mostrato di averli perdonati.

Nel vangelo Gesù è nella sinagoga di Nazareth di sabato. L’evangelista annota secondo il suo solito. Gesù è un giudeo osservante che ogni sabato si reca nella sinagoga per ascoltare la parola di Dio. Quel giorno si alzò a leggere e gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Gesù lo apre e cerca il passo di Is 61,1-2. Finita la lettura tutti i suoi compaesani si attendono una parola da lui. E Gesù cominciò a dire: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. Le parole del profeta si realizzano in Gesù. Il profeta parlava di Gesù e della sua missione. Nel discorso della montagna, Gesù dice: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. Anche in altre occasioni, parlando con i discepoli Gesù fa presente che devono compiersi in lui le Scritture dell’AT. Per esempio, preannunciando il tradimento di Giuda e l’abbandono di tutti al momento dell’arresto, Gesù spiega che queste cose si sarebbero realizzate secondo le Scritture. Ma è dopo la risurrezione che Gesù spiega ai discepoli che la sua morte e risurrezione erano avvenute come preannunziavano le antiche Scritture. Lo fa una volta con i discepoli di Emmaus, e poi una seconda volta apparendo a tutti i discepoli nel cenacolo. Gesù dunque è venuto a compiere la Legge e i Profeti completando la rivelazione e l’insegnamento dell’AT e realizzando le profezie che lo riguardavano.

Il vangelo e la prima lettura ci dicono che la parola di Dio si realizza sempre, si è realizzata nel Figlio Gesù Cristo, che è l’incarnazione della parola di Dio, si è realizzata nel popolo d’Israele, si realizza per tutti noi. Quindi dobbiamo accoglierla con docilità e umiltà, senza fare obiezioni. Dobbiamo guardarci dal pericolo di trascurarla e di snobbarla, perché è una parola efficace, che non cade mai a vuoto. Se l’accogliamo si realizza in noi la salvezza che promette, se la rifiutiamo rimaniamo senza salvezza. Quindi si realizza sempre, sia se l’accogliamo, e sia se non l’accogliamo. Nel primo caso si realizza per la nostra salvezza, nel secondo caso si realizza a nostro danno.

L’uomo che parla nel salmo è un credente che ha sperimentano l’efficacia della parola di Dio nella propria vita e ne fa l’elogio. La parola di Dio è perfetta, è stabile, è retta, è limpida, è fedele. E’ perfetta, in quanto insegna a vivere come Dio che vive amando in modo perfetto. E’ stabile perché realizza sempre tutto quello che promette. E’ retta, non è tortuosa, non contiene nessun male, ma insegna solo ciò che è bene e meglio per noi. E’ limpida, cioè luminosa, perché ci apre gli occhi della mente, svelandoci il senso della realtà che ci circonda e della vita che viviamo sulla terra. E’ fedele, perché è dettata sempre dall’amore fedele di Dio che vuole la nostra salvezza, anche quando ci ammonisce e ci corregge. Se l’accogliamo e la viviamo, sperimentiamo quello che ha sperimentato il fedele del salmo: rinfranca l’anima, dona saggezza, dona gioia, illumina gli occhi.

Nella seconda lettura San Paolo parla della chiesa corpo mistico formato da Gesù e da noi credenti uniti a lui. L’incorporazione a Gesù avviene nel battesimo mediante il dono dello Spirito Santo. Come nel corpo ci sono diverse membra che svolgono funzioni diverse per il bene del corpo, così nella chiesa ci sono diversi ministeri volti ad edificarla e a farla crescere. Al primo posto Paolo pone i ministeri legati alla parola di Dio: Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri. Questo non significa che coloro che esercitano questi servizi siano superiori agli altri, perché nella chiesa abbiamo tutti la stessa dignità di figli di Dio. Vuol dire soltanto che i servizi che svolgono sono più necessari all’edificazione della chiesa. La chiesa nasce e cresce grazie alla parola di Dio, e i ministeri legati alla parola, sono quelli fondamentali. La parola di Dio ha dunque il primato su tutto, come lascia intendere Gesù nella risposta a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore. Con questo Gesù non svaluta il servizio di Marta, ma vuole solo dire che il servizio deve scaturire dall’ascolto della parola. E quindi non dobbiamo mancare all’appuntamento con la parola di Dio nella messa domenicale, e ogni giorno dovremmo avere uno spazio di silenzio da dedicare all’ascolto e alla meditazione della parola di Dio. Quando accogliamo la parola di Dio con disponibilità veniamo trasformati e assimilati a Gesù Cristo, la Parola di Dio che si è fatta uomo, e impariamo ad amare come lui, sempre, e tutti, nessuno escluso.

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16 gennaio  2022 – II domenica del tempo ordinario C

Liturgia della Parola: 1lettura: Is  62,1-5- Salmo responsoriale: Sal 95 – 2lettura: 1Cor 12,4-11 – Vangelo: Gv 2,1-11.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.

Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».

Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Parola del Signore.

Omelia
Gesù compie il primo miracolo a Cana di Galilea durante una festa di nozze. L’evangelista Giovanni chiama i miracoli di Gesù segni: Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù. I miracoli di Gesù sono segni che manifestano la sua gloria di Figlio di Dio. Facendosi uomo, il Figlio di Dio ha nascosto la sua gloria divina nella natura umana in tutto simile alla nostra. I miracoli sono segni che lasciano intravvedere la sua gloria divina. Durante il banchetto nuziale è venuto a mancare il vino, la Vergine Maria che era tra gli invitati lo fa presente al Figlio: Non hanno vino.

Gesù con la sua potenza divina avrebbe potuto usare mille modi diversi per compiere il miracolo. Avrebbe potuto far sì che le brocche sulle mense si riempissero di vino, oppure che le anfore che poi ordina di riempire di acqua si riempissero direttamente di vino. Invece ha voluto seguire una via più faticosa per i servi che devono obbedirgli, sicuramente perché dai passaggi compiuti si rendessero meglio conto del miracolo. C’erano sei grandi giare che contenevano l’acqua per la purificazione dei Giudei. Come ci informa l’evangelista Marco, i Giudei stavano bene attenti a lavarsi le mani fino al gomito prima di mangiare. Le giare erano vuote perché il banchetto era già iniziato e l’acqua era stata usata. Gesù ordina ai servi delle cose apparentemente senza senso. Prima ordina di riempiere di acqua queste sei giare, contenenti da 80 a 120 litri. I servi avrebbero potuto obiettargli: il banchetto è iniziato a che serve tutta quest’acqua? Manca il vino, non l’acqua. Ma i servi non fanno alcuna obiezione, perché sono stati istruiti dalla mamma di Gesù: Qualsiasi cosa vi dica, fatela. Gesù ordina poi di attingere e di portarne al maestro di tavola. Quest’ordine sembra più assurdo del precedente. Ma i servi eseguono e avviene il miracolo. Il maestro di tavola, dopo aver assaggiato il vino, chiama lo sposo e gli fa un appunto, perché si è comportato contrariamente a come fanno tutti. Prima viene servito il vino buono, e poi in seguito quello meno buono, invece lo sposo ha fatto il contrario: Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora. Conoscendo lo sposo comprenderemo perché si è comportato così.

Compiendo il primo miracolo durante una festa di nozze Gesù vuole dare un messaggio molto importante: Lui è lo sposo che è venuto ad unirsi in modo intimo alla sua sposa la chiesa, formata da tutti coloro che credono in lui. Abbiamo ascoltato nella prima lettura cosa dice il profeta al popolo d’Israele: Come gioisce lo sposo per la sposa, così per te gioirà il tuo Dio. Nell’Antico Testamento i profeti si servono in particolare di due immagini per esprimere il rapporto di amore e di comunione di Dio con il suo popolo. Il primo è quello del padre con i figli, il secondo è quello dello sposo con la sposa.

Gesù Cristo, il Figlio di Dio, viene ad unirsi alla sua chiesa e le porta in dono la rivelazione e la comunione con Dio. Nell’Antico Testamento la rivelazione e la comunione con Dio erano imperfette, incomplete, parziali. Il vino buono del banchetto nuziale è la rivelazione che Gesù è venuto a portare. Come il vino è superiore all’acqua, così la rivelazione e la comunione con Dio che Gesù è venuto a portare è superiore e migliore di quella che c’era nell’Antico Testamento.

E’ superiore perché è fatta dal Figlio Unigenito che è nel seno del Padre, e dona lo Spirito Santo senza misura a quelli che credono in lui, affinché vivano in comunione intima con Dio Padre. Il maestro di tavola lo ha compreso bene quando dice allo sposo: Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora. E’ Dio che ha riservato la pienezza della sua rivelazione e comunione alla venuta del Figlio.

A Cana di Galilea Gesù incomincia a manifestare la sua gloria di Figlio di Dio che culminerà nella morte di croce. L’ora di cui parla Gesù con la madre è quella della morte di croce. Compiendo il miracolo Gesù si avvia verso l’ora in cui manifesterà pienamente la sua gloria di Figlio di Dio. I discepoli incominciano a credere in Gesù, colpiti dal segno e dall’abbondanza. Una delle caratteristiche del tempo messianico predetto dai profeti è l’abbondanza. La notiamo nell’enorme quantità di vino, più di 600 litri, visto che le sei giare contenevano da 80 a 120 litri. La noteremo nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, che sfamano 5000 uomini e avanzano 12 sporte piene. Il miracolo viene compiuto da Gesù ma con il concorso dei servi che obbediscono alla sua parola senza fare obiezioni di sorta. Così se vogliamo usufruire della rivelazione e della comunione con Dio che Gesù viene a portare dobbiamo obbedire a lui come i servi di Cana.

In questo episodio cogliamo il ruolo discreto ma fondamentale della Madonna, che spinge il Figlio a compiere il miracolo, e insegna ai servi come devono comportarsi: Qualsiasi cosa vi dica, fatela.

Noi facciamo parte della chiesa, sposa di Gesù Cristo, e usufruiamo del vino della rivelazione e della comunione con Dio perché obbediamo a Gesù Cristo. Quando disobbediamo, questo rapporto con Gesù si incrina e potrebbe interrompersi del tutto. Da qui la cura costante di nutrirci della sua parola, leggendola e meditandola, per assimilarla, e  poi di seguire il consiglio della Madonna: Qualsiasi cosa vi dica, fatela.

Per edificare la chiesa, sposa di Cristo, Dio la adorna con i carismi. Sono dei doni che ciascuno di noi ha ricevuto e che deve mettere a servizio degli altri. L’apostolo nella seconda lettura elenca a titolo di esempio nove carismi. In realtà i carismi non si possono contare, perché la fantasia creatrice dello Spirito Santo è senza limiti. Dobbiamo stare attenti a non comportarci come il servo fannullone della parabola che nascose il suo carisma e non lo fece fruttificare mettendolo a servizio della chiesa. Si sentì rispondere dal padrone: Servo malvagio e fannullone. Ha avuto paura di esporsi per timore di sbagliare, e ha pensato di starsene da parte non per umiltà ma per egoismo. Il padrone lo chiama malvagio perché con il carisma ricevuto poteva fare tanto bene e non l’ha fatto.

Il salmo ci invita in modo martellante a lodare e ringraziare il Signore raccontando la sua gloria:  Cantate al Signore un canto nuovo,/cantate al Signore…Cantate al Signore…/Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza./In mezzo alle genti narrate la sua gloria,/a tutti i popoli dite le sue meraviglie. Un annuncio che deve abbracciare tutto il tempo a nostra disposizione, di giorno in giorno, e deve estendersi su tutta la terra, a tutti i popoli.La ripetizione martellante ci fa comprendere l’urgenza di annunciare la gloria di Dio che si è rivelata nel Figlio suo Gesù Cristo, morto e risorto, perché quelli che non l’hanno mai conosciuto e quelli che lo conoscono solo per sentito dire, lo conoscano per esperienza e siano salvati e gli rendano grazia come noi.