Meditazioni tempo di Quaresima 2024

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17 marzo 2024 – V domenica di Quaresima B

Liturgia della Parola: 1Lettura: Ger 31,31-34 — Salmo responsoriale: Sal 50 – 2Lettura: Eb 5,7-9 — Vangelo: Gv 12,20-33. 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 

Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». 

Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». 

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Parola del Signore.

Omelia

Tutta la vita di Gesù sulla terra è orientata verso la sua ora. A Cana di Galilea, la madre fa notare a Gesù: Non hanno più vino. Ed egli le risponde: Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora. Nel seguito del vangelo l’evangelista in due occasioni parla dei nemici che cercano di mettere le mani addosso a Gesù, ma non ci riescono, perché, annota, non era giunta la sua ora. Nel vangelo di oggi abbiamo ascoltato Gesù che dice: È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. L’ora di Gesù è l’ora della sua glorificazione, l’ora in cui si manifesterà in lui la gloria divina.

La gloria divina è la potenza di Dio e la potenza di Dio è l’amore. La gloria di Dio si manifesta innanzitutto nella creazione. Il salmista dice: I cieli narrano la gloria di Dio. E poi ancora: Dell’amore di Dio è piena la terra. Tutto ciò che esiste parla della potenza di Dio che è l’amore. Dio ha creato ogni cosa per amore. Si manifesta poi nella storia di Israele con tutti gli interventi salvifici a favore del suo popolo. La gloria di Dio che si manifesta nella creazione e nella storia d’Israele si manifesta al massimo grado nella morte e risurrezione di Gesù. L’ora verso cui tende tutta la vita terrena di Gesù è quella della morte e risurrezione. Nella morte di Gesù si manifesta l’amore di Dio che vince il demonio, il peccato e la morte. Difatti Gesù risorge e attira tutti a se.  Così quando Gesù sente che alcuni greci desiderato vederlo, comprende che si è avvicinata l’ora della sua glorificazione. Questi greci appartengono al numero di quelli che saranno attirati da lui. I tutti di cui parla Gesù sono quelli che si apriranno alla fede, perché purtroppo molti si chiuderanno a lui, preferendo le tenebre alla luce. Con l’immagine del chicco di grano Gesù vuole dire che la sua morte è necessaria: Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Prova turbamento e ripulsa dinanzi alla morte, ma, sapendo che giova alla nostra salvezza, si conforma alla volontà di Dio: Padre, glorifica il tuo nome.

Gesù invita tutti quanti noi che siamo stati attirati da lui a seguirlo nella sorte del chicco di grano, che poi è la via della croce. Gesù ci spiega che non dobbiamo essere attaccati a questa vita sulla terra, che prima o poi finisce, ma dobbiamo ottenere la vita eterna. Questo non significa che non dobbiamo amare la nostra vita terrena, ma non dobbiamo amarla a scapito dell’amore di Dio e del prossimo, perché se agiamo così perdiamo la vita eterna. La vita eterna si ottiene vivendo questa vita sulla terra come l’ha vissuta Gesù, amando Dio e il prossimo. L’amore che Gesù ci insegna si mette a servizio di Dio e del prossimo, si fa carico della volontà di Dio e dei bisogni del prossimo. Se seguiremo Gesù nella sorte del chicco di grano, spendendo la nostra vita per amore, condivideremo con lui la vita eterna: Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore.

Gesù non si limita a dirci di seguirlo, ma ci mette anche nella condizione di farlo. Con la sua morte e risurrezione, ci libera dai peccati e ci fa dono dello Spirito Santo. Realizza quello che diceva Dio nella prima lettura per bocca del profeta: Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. E poco dopo: poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.

Mediante lo Spirito Santo trasforma il nostro cuore, perché mettiamo in pratica la legge di Dio, che ci insegna ad amare, non più come un comando ma come un’esigenza di vita. Nel nostro cammino di vita cristiana possiamo verificare quest’opera dello Spirito Santo in noi, che ci trasforma un po’ alla volta senza farci violenza e rende soave e leggera la volontà di Dio. Da parte nostra, come abbiamo detto all’inizio della quaresima, dobbiamo impegnarci ad accrescere la presenza dello Spirito Santo in noi, con la preghiera, la lettura della Bibbia, i sacramenti del perdono e dell’eucaristia, la mortificazione delle nostre cattive inclinazioni. La presenza dello Spirito Santo arricchisce la nostra vita di frutti di amore, manifesta nella nostra vita la gloria di Dio, e ci rende pescatori di uomini per Gesù. In effetti Gesù si rende visibile e attira gli uomini a se attraverso quelli che lo imitano. Solo per citare alcuni santi a noi molto cari, pensiamo a quante persone hanno attirato e continuano ad attirare a Gesù santa Rita e san Francesco di Paola. Come discepoli di Gesù siamo chiamati alla santità, cioè ad imitare Gesù, ad amare come lui. La santità che consiste nell’amore di Dio e del prossimo è varia come sono varie e diverse le persone. Ci sono santi che hanno raggiunto le vette della santità, e ci sono santi più ordinari. Chiediamo al Signore Gesù di attirarci sempre più a sé per potere attirare altre persone a lui.

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10 marzo 2024 – IV domenica di Quaresima B

Liturgia della Parola: 1Lettura: 2Cr 20,1-10.19-20 — Salmo responsoriale: Sal 136 – 2Lettura: Ef 2,4-10 — Vangelo: Gv 3,14-21. 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: 

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 

E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Parola del Signore.

Omelia

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito.

Se volessimo contare i doni di Dio nei nostri riguardi, non ci riusciremmo perché sono innumerevoli. Il salmista dice: dell’amore del Signore è piena la terra. Noi esistiamo perché Dio ci ha creati e ci ha creati per amore. Dice San Ireneo che Dio ci ha creato a sua immagine e somiglianza, non perché avesse bisogno di noi, ma per avere qualcuno in cui riversare il suo amore.

L’amore di Dio raggiunge il massimo nei nostri riguardi nel dono del Figlio unigenito: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito.

Che cosa vuol dire che Dio ci ha donato il Figlio unigenito?

Dio ha mandato il Figlio a farsi uomo come noi, ha voluto che condividesse la nostra condizione umana, accettasse la morte di croce per espiare i nostri peccati, e risorgendo da morte ci rendesse partecipi della natura divina: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

La seconda lettura ci spiega che l’amore di Dio nei nostri riguardi è completamente gratuito. Dio ci ha donato il Figlio non perché lo meritassimo con le nostre opere. Da parte nostra eravamo meritevoli solo di condanna, ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo.

Come tutti i doni per poterli ricevere bisogna accoglierli. Per accogliere Gesù Cristo bisogna credere in lui. La fede è il modo con cui accogliamo Gesù Cristo. La fede in Gesù Cristo significa accettare tutto quello che egli ha rivelato su Dio e su di noi, obbedire ai suoi comandi, aspettare con fiducia le sue promesse. Se crediamo in Gesù Cristo, siamo salvati, cioè siamo liberati dai peccati e diventiamo partecipi della vita divina. Non andiamo incontro alla morte eterna, ma diventiamo partecipi della vita divina e quindi viviamo una vita senza fine con Dio. La felicità che noi cerchiamo consiste in questo, nel vivere senza fine con Dio.

Dio si rapporta con noi come persone e non come oggetti. Quindi non ci impone la salvezza. Rispetta la nostra libertà, anche se la usiamo contro noi stessi. E questo succede quando rifiutiamo di credere in Gesù Cristo: Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. La condanna è un’autocondanna. Gesù Cristo è la mano che Dio porge a noi peccatori perché siamo salvati dalla morte eterna. Se rifiutiamo di credere in Gesù Cristo, rifiutiamo l’unica salvezza possibile. Non ci sono altre salvezze. Dice San Pietro negli Atti degli Apostoli: In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati. Per capire meglio questo portiamo un esempio. Supponiamo che uno stia precipitando da un dirupo, e un altro dall’alto gli porge una mano per aiutarlo e gli gridi: Stringi la mia mano, stringi la mia mano! E quello che precipita gli risponde: No, non lo faccio! Quello che precipita cade definitivamente e muore. La colpa della sua morte di chi è, di chi voleva aiutarlo e gli ha porto la mano, o di chi è precipitano ed ha rifiutato il suo aiuto? È evidente di chi sia la colpa: è di chi ha rifiutato l’aiuto ed è morto. La medesima cosa avverrà per chi rifiuta di credere in Gesù Cristo. L’evangelista ci spiega perché alcuni credono e altri noi. La fede è un dono di Dio che richiede l’accoglienza da parte dell’uomo. Dio vuole fare a tutti il dono della fede, ma non tutti sono disposti ad accoglierlo. Ci sono molti che vogliono vivere nelle tenebre. Sono quelli che adorano gli idoli del mondo, il piacere, il possesso e il successo, e si lasciano manovrare dal maligno. Questi non vogliono credere in Gesù Cristo, perché vogliono stare nelle tenebre. Ci sono molti che vogliono vivere nella luce, desiderano fare il bene. Costoro si aprono a Dio che li attira al Figlio suo Gesù Cristo.

Diceva l’evangelista: chi non crede è già stato condannato. Fino a quando siamo su questa terra la condanna non è definitiva, perché uno può sempre rivedere la sua posizione e convertirsi.

Dio non abbandona quelli che rifiutano il Figlio suo, ma li incalza innanzitutto nella coscienza, cercando di persuaderli a credere. Poi facendoli incontrare con persone che parlano e testimoniano Gesù Cristo. Dio li incalza dall’interno, nella coscienza, e dall’esterno, mediante i suoi fedeli. Quando gli uomini si ostinano a chiudersi a Dio, egli che è buono e non sopporta che si perdano in eterno, li corregge prendendo le distanze da loro.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato che Dio mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. L’ira di Dio significa che egli prende le distanze da quelli che si ostinano al male e li priva del suo aiuto. Senza l’aiuto di Dio si abbattono su di loro i castighi. Sugli israeliti si abbatte il castigo. I Babilonesi conquistano Gerusalemme, fanno prigionieri gli israeliti e li conducono in esilio come schiavi.

Il Signore permette il castigo sulla terra in vista di un bene più grande che è la conversione e la salvezza eterna.

Gli uomini che parlano nel Salmo somigliano al figliol prodigo della parabola, che nel momento della difficoltà rientrò in se stesso e si ricordò della casa del padre. Sono gli israeliti esuli a Babilonia che hanno compreso il castigo di Dio e piangono al ricordo di Gerusalemme. Ecco perché la Scrittura dice: Beato l’uomo che tu castighi, Signore. E la lettera agli Ebrei gli fa eco dicendo che Dio ci corregge come fa un padre con i propri figli. Noi abbiamo rispettato i nostri genitori che ci correggevano, a maggior ragione dobbiamo rispettare Dio: Costoro ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità.

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25 febbraio 2024II domenica di quaresima B

Liturgia della Parola: 1Lettura: Gen 22,1-2.9a.10-13.15-18 — Salmo responsoriale: Sal 115 – 2Lettura: Rm 8,31b-34  — Vangelo: Mc 9,2-10. 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. 

Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 

Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Parola del Signore.

Omelia

La parola trasfigurazione alla lettera significa cambiamento di aspetto. Nella trasfigurazione Gesù manifesta ai suoi discepoli la sua gloria divina di Figlio di Dio. Gesù è il Figlio di Dio che per noi uomini e per la nostra salvezza si è fatto uomo. Quelli che incontravano Gesù, vedevano un uomo come gli altri. Certo, la gloria divina si lasciava intravvedere dalle parole di Gesù che colpivano la gente, in quanto parlava come uno che ha autorità e non come gli scribi. Si lasciava intravvedere nei miracoli e negli esorcismi. Ma finiti i discorsi e cessati i miracoli, Gesù appariva un uomo come gli altri. Nella trasfigurazione Gesù manifesta la sua gloria divina e la manifesta nel suo corpo divinizzato. È qualcosa di indescrivibile. L’evangelista dice che le sue vesti divennero splendenti, bianchissime e poi aggiunge: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. Nella trasfigurazione Gesù manifesta la gloria della sua risurrezione, la gloria con cui apparirà alla fine del mondo. Nel suo corpo glorificato e divinizzato manifesta la condizione definitiva in cui saremo anche noi che crediamo in lui.

Ecco perché Pietro e gli altri discepoli sperimentano benessere e vorrebbero fermarsi lì per sempre. Pietro confida a Gesù: Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia. L’evangelista annota: Non sapeva infatti che cosa dire. Gesù per entrare nella sua gloria deve passare attraverso la croce, come aveva predetto ai discepoli. E anche noi per condividere la sua gloria dobbiamo seguirlo sulla via della croce. Con la trasfigurazione Gesù fa fare ai discepoli un’esperienza della condizione definitiva per prepararli ad accettare la sua croce.

Alcuni giorni prima della trasfigurazione, Gesù aveva incominciato a parlare della croce ai discepoli. Ma i discepoli non comprendevano le sue parole. Per loro era inconcepibile che il Cristo dovesse soffrire. Nella trasfigurazione i discepoli vedono Elia e Mosè, cioè l’Antico Testamento, che dialogano con Gesù, il Nuovo Testamento. E la voce del Padre ordina: Ascoltatelo! Bisogna ascoltare Gesù che è venuto a dare compimento all’Antico Testamento. Gesù è la parola definitiva di Dio agli uomini. In Gesù Cristo noi abbiamo la piena rivelazione di Dio. Il comando del Padre si riferisce a questo. Dobbiamo ascoltare tutto quello che Gesù ci dice su Dio e su di noi, ma, soprattutto, dobbiamo ascoltarlo quando ci dice che solo passando attraverso la croce arriveremo alla gloria della risurrezione.

Anche a noi che lo seguiamo Gesù fa fare esperienze di trasfigurazione, e come Pietro e gli altri proviamo benessere a stare con lui. Penso ad alcuni momenti intensi dinanzi alla santa Eucaristia o nella meditazione della Scrittura, quando ci sentiamo ardere il cuore come i discepoli di Emmaus.  Vorremmo restare lì per sempre, ma poi gli impegni ci costringono a scendere dal monte. Un altro momento di trasfigurazione può essere il sacramento della confessione dove ci sentiamo perdonati e abbracciati dal Signore. Oppure quando gli abbiamo chiesto qualcosa e siamo stati esauditi. In questo momento è come se il Signore ci dicesse: Vedi che sono con te? Vedi che ti voglio bene. E noi stiamo bene con lui. Con questi momenti di trasfigurazione Gesù ci prepara ad accettare la croce.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto della prova di Abramo, nel salmo ascoltiamo la prova di un uomo che non sa di chi fidarsi al punto che dice: Ogni uomo è bugiardo. La croce può dipendere dai comandamenti di Dio, come nel caso di Abramo, e può dipendere dal prossimo, da quelli che camminano insieme a noi. Abramo poteva gettare la croce ribellandosi a Dio, negandogli il figlio. Ma Abramo si ricorda che quel figlio era dono di Dio, perché lo aveva avuto su promessa di Dio in tarda età e contro ogni attesa umana, perché la moglie era sterile, e quindi è pronto ad offrirglielo. L’uomo che parla nel salmo soffre a causa degli uomini, ma continua a mantenere la fede in Dio: Ho creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice». Nel momento della croce dobbiamo ricordarci delle esperienze di trasfigurazioni che il Signore ci ha fatto fare e non perderci d’animo, ma continuare a fidarci di lui e obbedire alla sua parola. L’ultima parola non è della croce, perché presto o tardi finirà, oppure il Signore ci darà la grazia di conviverci con serenità. E anche se dovesse durare tutta la vita, l’ultima parola è della gloria divina a cui siamo chiamati.

Nella seconda lettura l’apostolo Paolo dopo aver parlato di quello che Dio ha fatto per noi e di quello che ci ha promesso, ci invita ad attendere la gloria del paradiso con fiducia. Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Se Dio ci ha dato il Figlio Gesù che è morto per noi, ci darà sicuramente ogni altra cosa. Il Figlio è certamente di più di ogni altro bene che ci ha promesso. Quindi possiamo attendere con fiducia la gloria del paradiso. Ci sarà il giudizio, ma non dobbiamo avere paura, perché Dio che ci deve giudicare ci giustifica, e Gesù intercede per noi.

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18 febbraio 2024 – I domenica di quaresima B

Liturgia della Parola: 1Lettura: Gen 9,8-15 — Salmo responsoriale: Sal 24 – 2Lettura: 1Pt 3,18-22 — Vangelo: Mc 1,12-15. 

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Parola del Signore.

Omelia

Gesù si ritira nel deserto e vi rimane quaranta giorni. Nella quaresima noi ricordiamo questi quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto. È lo Spirito Santo che sospinge Gesù nel deserto, quello Spirito che è disceso su di lui nel battesimo. Gesù nella sua umanità in tutto simile alla nostra si lascia guidare dallo Spirito di Dio. E lo Spirito di Dio lo sospinge nel deserto. Il deserto è un luogo di solitudine dove Gesù potrà dedicarsi alla preghiera per prepararsi alla missione pubblica. Gli evangelisti ci dicono diverse volte che Gesù si ritirava in luoghi deserti e là pregava. Nel deserto Gesù può dedicarsi alla preghiera per stare in intimità con Dio Padre. Ma proprio mentre è più unito a Dio, sperimenta la tentazione. In tutti i quaranta giorni è stato tentato da satana. Alcune persone mi confidano che quando si mettono a pregare gli vengono distrazioni, pensieri cattivi. Il demonio non tenta quelli che sono immersi nei vizi, perché sono già dalla sua parte. Tenta o disturba quelli che stanno con Dio, per distaccarli da lui, per portarli lontano da lui.

L’evangelista Marco non racconta nel dettaglio le tentazioni di Gesù come fanno Matteo e Luca. Ci dice soltanto che fu tentato da satana. Apparentemente non ci dice nemmeno l’esito delle tentazioni. In realtà ce lo dice in un altro modo quando annota che Gesù stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Le bestie selvatiche fuggono la presenza dell’uomo oppure gli sono ostili, aggredendolo. In principio però non era così, perché Dio ha creato gli animali a servizio dell’uomo. Quando l’uomo si è ribellato a Dio, ha perso il pieno controllo sugli animali, e alcuni gli sono diventati ostili. Gesù invece sta tranquillamente con le bestie selvatiche e gli angeli lo servono. È in armonia con tutte le creature perché è in armonia con Dio. Mentre Adamo si lascia ingannare dal serpente e disobbedisce a Dio, Gesù invece respinge gli inganni del demonio e rimane obbediente a Dio. Per questo è in armonia con tutte le creature. Gesù viene a riportare l’uomo nella condizione prima del peccato. Gesù è l’uomo che si realizza secondo la volontà di Dio.

Dopo l’esperienza del deserto Gesù incomincia la missione pubblica, con la predicazione del vangelo di Dio. Il vangelo di Dio è la buona notizia da parte di Dio: Dio chiama gli uomini a far parte del suo regno. Lo scopo della missione di Gesù è quello di rendere gli uomini simili a sé stesso, in armonia con Dio e con tutte le creature. Ma per fare questo deve espiare i nostri peccati. Noi siamo tutti peccatori, sin dalla nascita. Infatti nasciamo con il marchio di Adamo, il peccato originale. Nella seconda lettura l’apostolo Pietro diceva: Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio. Con la sua morte ha espiato i nostri peccati e con la sua risurrezione ci ha guadagnato il dono dello Spirito Santo. Quando Gesù appare ai discepoli la sera di Pasqua comunica loro la pace e il dono dello Spirito Santo. Nel battesimo siamo stati uniti a Gesù Cristo morto e risorto. Siamo morti con lui al peccato per risorgere alla vita nuova dei figli di Dio. In noi dimora lo Spirito Santo. Nella chiesa, la famiglia dei figli di Dio, prende forma la nuova umanità che si realizza secondo la volontà di Dio. I membri autentici della chiesa sono i santi. Si racconta che quando stavano costruendo il convento di Paola, alcuni muratori trovarono un covo di vipere e volevano ucciderle. Intervenne san Francesco, le prese nelle mani e le portò da un’altra parte. Le vipere non gli fecero alcun male. San Serafino di Sarov aveva un orso che gli faceva compagnia e obbediva ai suoi comandi. È lunga la letteratura sui santi che hanno instaurato rapporti di amicizia con bestie selvatiche. I santi che sono pienamente configurati a Gesù vivono come lui in armonia con tutte le creature.

In questo tempo di quaresima siamo chiamati ad allenarci come Gesù perché possiamo vincere nel combattimento contro lo spirito del male. Il demonio come ha tentato Gesù così tenta anche noi. Che cosa dobbiamo fare? Gesù passa quaranta giorni nel deserto per dedicarsi alla preghiera. Ogni giorno anche noi dobbiamo avere momenti in cui ci appartiamo per dedicarci alla preghiera. Anche brevi momenti, purché siamo costanti. Infatti nella vita cristiana il più grosso danno viene dall’estemporaneità. Invece dobbiamo essere costanti, ripetitivi, come il battito cardiaco, come il sorgere e il tramontare del sole. Pensate quanto è letale che il cuore si fermi di battere, o il sole cessi di sorgere. La ripetitività è vitale nella vita cristiana.

La seconda cosa da fare è impegnarci nella penitenza. Gli evangelisti Matteo e Luca ci dicono che Gesù nel deserto digiunò. Il digiuno è la pratica penitenziale più forte. Con il digiuno mortifichiamo il corpo e la mente, come un cavallo che viene domato. Ma possiamo praticare altre forme di penitenza. Per esempio facendo azioni contrarie alle nostre cattive inclinazioni. Innanzitutto dobbiamo focalizzare le nostre cattive inclinazioni. E poi impegnarci a combatterle. Per esempio se io sono attaccato alle cose e al denaro, sono avaro, mi impegnerò a fare azioni contrarie, quindi a condividere i miei beni con i poveri. Questo discorso si può estendere anche alle altre cattive inclinazioni. Fare penitenza costa come fare allenamento. Quelli che si allenano lo fanno per vincere nella competizione sportiva. Noi ci alleniamo per vincere nella lotta contro il demonio e rimanere così amici di Dio. È l’amore di Dio che ci fa impegnare nella penitenza. Il nostro san Francesco di Paola faceva la quaresima come Gesù, digiunando quaranta giorni e quaranta notti, dedicandosi alla preghiera. San Francesco di Paola faceva cento. È come il grano caduto sul terreno buono che produce il cento per uno. Noi non siamo capaci di fare tanto, ma almeno il 5% vogliamo farlo? Non è possibile vivere da cristiani senza impegno. Noi abbiamo molte amicizie, e se ci teniamo, dobbiamo impegnarci a mantenerle. Senza impegno, le amicizie si perdono. Non dobbiamo ingannarci nel rapporto con Gesù Cristo, pensando di viverlo senza impegno. Gesù dice che nel giorno del giudizio molti gli ricorderanno di essere stati con lui, di aver parlato di lui, ma egli risponderà loro: Non vi conosco. Allontanatevi voi tutti operatori di iniquità.